"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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martedì, 05 giugno 2007

un altro pezzo del racconto che leggerò il 22 giugno alla libreria "la ginestra" di Venezia ......................................... Per un momento non penso a te. Momento salvifico, benché inutile. La mia consapevolezza è maggiore rispetto a mia madre. Ma coi sentimenti forti, ancestrali, così profondi da governare il nostro personale buio, la consapevolezza è solo il punto di partenza. Mi fermo in un’ostaria per mangiare un cicheto. Ce n’è di ogni genere, un po’ di tutto. Sono gli avanzi del mattino del pranzo, dove l’università, sua maestà, spedisce i suoi sudditi affamati. C’è vovo duro, pese frito, folpeti, sepoine, verdura ai feri. Non dico cosa bevo, fa lui, il barista: spris cò l’aperol co l’oiva. In questo campo ricordi d’infanzia. Festa del quartiere, quarant’anni fa. Sul pozzo, altare pagano improvvisato, un catino da lavandaia colmo d’acqua salata di canale con dentro strane creature che girano nervose. Almeno così sembra da quello che si intravede dalla trasparenza della plastica. Un uomo, semi-Dio la sovrasta, l’osserva e studia. Poi giù, dentro, fulmineo. Infila la testa, solo quella, e s’agita. Tutto è immobile. La gente trattiene il fiato. Il silenzio è padrone. Il corpo privo del capo si muove e contorce plastico, seppur con un piglio di disperazione che lo rende appena scattoso e disarmonico. Poi esce la testa del super eroe. Salendo, tornando alla postura eretta, mostra con orgoglio il trofeo che tiene tra i denti: è un bisato, che lui doveva catturare senza l’ausilio delle mani. La sua squadra, l’unica finora cui sia riuscita l’impresa, esulta. Pronta a salire sul palo della cuccagna, ultima prova della sfida. Lassù, in tempi in cui il ricordo della fame della guerra è ancora adolescente, il prosciutto intero e la cesta piena di ogni bene, è una meta ambita. Venezia ha sempre fame e sete. Si festeggerà alla fine, con un rito di follia collettiva: la squadra che vince si tuffa per prima in canale. Poi seguiranno gli altri. Si poteva fare, allora. Non si sapeva di immergersi nel putridume. I miei occhi di bambino vedevano un mondo pulito. ............................

Postato da: swcpd a 16:06 | link | commenti (3)
racconto

lunedì, 23 aprile 2007

SUPERMARKET NORDEST

 

         La sveglia strilla acuta alle sei e mezza; l’ho attesa sveglio già da un pò, come d’ abitudine, godendo il caldo che fa sotto  le coperte. 

Gli occhi chiusi e i pensieri  pronti a entrare in circolo seppur soporiferi e confusi, vista l’ora.

Mi alzo senza fatica, da sempre.

Mai avuti problemi a svegliarmi presto; è un vezzo di famiglia, un’eredità genetica di cui mi vanto.

La camera è composta da letto matrimoniale e armadio a due ante, un paio di quadri, un abat-jour, un servo muto e qualche decina di libri.

Raggiungo la cucina per la colazione, rituale necessario  per riconciliarmi con il mondo e con l’alba, che rappresenta, ogni giorno, la ciclicità  della vita.

Poi in bagno a prepararmi.

La caffeina accelera la spinta di cui ho bisogno per disfarmi del torpore della notte, e affrontare cinque ore di lavoro.

In questa stagione è ancora scuro la mattina presto. 

L’alba offre un preludio di bellezza accennando un timido chiarore, comparendo tra il buio e le colline che fanno da barriera  al sorgere del sole.

 

Parcheggio nel piazzale antistante l’entrata su cui ci sono poche auto; mi basta un’occhiata per capire chi è già arrivato.

Entro e saluto man mano che incontro qualche collega.

Sono contraccambiato da voci svogliate, da occhi gonfi che segnalano la tara di poche ore di sonno e una noia che inquina l’anima.

Siamo in tutto una dozzina.

Lunedì mattina, parentesi di chiusura al pubblico,  dobbiamo riportare in vita quest’enorme scatolone di cemento morto da sabato sera, giorno di maggior incasso.

Senza le luci e il brusio della gente, il supermercato offre di sé un’immagine più vera.

L’ultimo  pensiero, prima della riesumazione: meglio una bella finzione o una brutta realtà?

Penso all’epoca moderna come a quella delle maschere, dietro cui nascondersi, al riparo delle quali pensare sottovoce; ma poi lascio perdere, vista l’ora.

Entro nello spogliatoio e apro l’armadietto privo della  targhetta col nome, indosso il grembiule sozzo del sabato e vi deposito quello nuovo.

Esco e timbro: l’orologio emette un  “TLIN” e segna sul cartellino le 7.29.

Mi reco  deciso al  reparto ortofrutta.

 

Il banco del reparto, come tutto nel supermercato, non ha nulla di casuale: esprime una propria estetica, a sua volta prodotta da una ferrea logica, siffatta per non distogliere il cliente dalla spesa e contemporaneamente attrarlo.

Le tacite regole dipendono dal prodotto: appunto, frutta con frutta e verdura idem; colori a sfumatura graduale e armoniosa; un simulacro, artificioso e in scatola, dell’armonia della natura.

Mele, pere, banane, insalate, patate, cipolle, ecc.

Una rigorosa gerarchia, come quella militare, che solo  chi opera all’interno dell’istituzione conosce.

 

Un’altra gerarchia: quella dei capi.

Io ho, in ordine crescente e diretto: il capo-reparto; il direttore; l’ispettore.

Il  capo reparto é un ragazzotto adatto al ruolo: sufficientemente intelligente per far di conto e affezionarsi al comando; non abbastanza per capire che la cieca obbedienza, alla fine, lo   plasmerà e piegherà alle ragioni di altri, le quali, alla bisogna,   divoreranno quei modesti privilegi in cui si crogiola.

Sorride sempre, scimmiottando l’espressione “simpatia”: nessuno deve lamentarsi di lui. E’ il primo e solo capo della sua famiglia, un fregio importante per un figlio di emigranti ( i suoi, per comprare la casa di famiglia, emigrarono in Svizzera: il sacrificio, un marchio a fuoco).

Il direttore é un automa ex umano. Punta tutto sull’esempio: il primo alla mattina; l’ultimo la sera. 14 caffè al giorno, la fatica solca il suo volto trasfigurandolo in una maschera beffarda, immutabile.

Un essere umano innocuo, triste e remissivo. Eppure è in perfetta simbiosi con la mentalità locale; quella che dice che è il lavoro a renderci virtuosi; quella della fabbrichetta, del lavoro sui campi, della macchina da lavare la domenica mattina.

L’ispettore rappresenta il verbo aziendale. Con studiata cattiveria e cinismo declama i  sacri comandamenti cui ogni subalterno deve attenersi.

Goffo, largo, un cubo con gli arti. Un collo da pugile su cui è incassata una testa pesante; una faccia con evidenti tracce di acne e dei capelli corti addomesticati da un uso tirannico del pettine.

Quando parla ti si avvicina sempre, quasi fosse sadicamente cosciente che il suo alito impone all’interlocutore una robusta autodisciplina per non farsi scoprire in apnea.

Esercita la sua posizione dosando insegnamento e sacrificio, mixando antipatia e intelligenza, costringendo gli altri al rispetto coatto.

E’ decisamente abile e consapevolmente destinato all’infelicità.

 

Lunedì mattina: preparazione del banco, pulizia,  messa a punto del magazzino che, alle 14.00 precise,  riceve  nuova merce.

Con la frutta è semplice: basta mettere i freschi sotto a quelli avanzati.

Con la verdura, invece, il procedimento è più laborioso. Bisogna passare in rassegna ogni singolo pezzo .

E le ore passano inesorabili, rapide, impietose, vendicative.

 

Spesso, nella frenesia del tagliare, tagliuzzare, correggere, scartare, riesco a trovare momenti per me; alla mente, arrivano immagini rarefatte, che attribuisco alla mia indole di persona lenta che trasmette messaggi  che pretendono rispetto, ascolto.

La frenesia mi crea ansia, mi violenta e allontana dalla mia intima natura; e ne soffro, pago in termini di stabilità umorale, di sonno inquieto, di sogni furiosi.

Somatizzo con gastriti, coliti, blocchi intestinali.

 

Una volta completata l’esposizione della merce, devo pulire il tutto.

Solo in seguito passo al magazzino.

Infine controllo in cella frigorifera quanta merce rimane. 

Conclusa anche quest’operazione, il tempo che rimane è poco e devo fare l’ordine.

Per farne uno di buono bisogna tener presente i seguenti parametri:

quanta merce c’è; quanta ne arriverà; quanta se ne venderà; quanta ne servirà per il giorno seguente.

 

Le prime volte lo avevo fatto con il capo reparto; dopo qualche prova, un giorno, ho fatto una verifica con l’ispettore.

Mi ero accorto di lui mentre facevo il banco.

Lo avevo visto da lontano; tozzo, compatto, con quel sorriso sospettoso e vigile privo di allegria e gonfio di protervia.

Mi metteva in crisi, in soggezione; era inutile fingere il contrario. Quando mi si era avvicinato,  gli avevo stretta la mano con forza, e lui me l’aveva restituita con il doppio almeno, con quelle sue mani-morsa.

Mi girava un po’ i discorsi passando in breve, col suo stile asciutto, dalle formalità alla sostanza: mi chiede, senza dirlo ma esplicitamente, se  mi interessa far carriera.

Io ero rimasto basito e non sapevo cosa rispondere così su due piedi.

Lui aveva capito e cominciava a parlarmi del collega-capo-reparto, come di un buon soldato che però, al massimo, poteva diventare sergente: non aveva i mezzi strutturali per poter aspirare a più di quello.

Diceva: “ Capisco che fra noi non c’é simpatia, ma non è necessaria al lavoro. So che non abbiamo molte affinità; ma riconosco le persone che hanno potenziale inespresso. Però ricorda: se vuoi far carriera devi: “credere, obbedire, combattere”. Ricordalo: non devi rispondermi ora, lo farai quando avrai deciso. Ciao…. ( mi chiamava sempre col cognome e mi dava del tu).”

“ Arrivederci”, avevo risposto, mi pare.

Non so che espressione avevo assunto, ma mi ero sentito morire.

Tutto era crollato, si era rotto, sbriciolato.

Tutte le speranze di poter fare un lavoro leggero, che non m’impegnasse oltre l’orario, di cui non m’importasse nulla, svanirono nella loro evanescenza.

Non era solo per il motto fascista, pronunciato con sarcasmo; era la sensazione di essere in trappola, la consapevolezza che non si può, al giorno d’oggi, lavorare solo per lo stipendio; troppo comodo, facile, semplice. 

 

Sono così preso dal contare e fare previsioni che non m’ accorgo di essere osservato.

E’ Luisa, una collega con cui sono uscito qualche volta.

La saluto e con un cenno le faccio capire che, al momento, sono impegnato.

Lei capisce, saluta, se ne va.

Mi dispiace e tento di rimediare; le corro dietro e chiedo se ha voglia di pranzare con me: lei accetta volentieri e così fissiamo l’ora e il posto.

 

M’ avvio verso lo spogliatoio, timbro: TLIN, 12.34.

Tolgo il grembiule, ormai ridotto ad uno sfacelo multicolore.

All’uscita, aspettando Luisa, incontro Franco, il collega-fidanzato di una delle segretarie. E’ un tipo mite, un po’ anonimo. E’ simpatico ma la timidezza e la diffidenza di indigeno, gli impediscono di accogliermi totalmente.

Non sono nato qui, ci sono capitato.

Qui è la massima espressione di rigogliosità e magnificenza paesaggistica.

Ogni volta che posso, prendo la vespetta e giro per le colline. Salite e discese, acceleratore al minimo per osservare meglio e per non disturbare il candore e l’innocenza del silenzio……

Combatto sempre con la percezione di essere anch’io un intruso, un barbaro artefice del progressivo disfacimento di quello che in natura esiste da sempre.

Ma poi mi lascio andare alle sensazioni, ne ascolto l’eco.

Queste mi accompagnano verso una solitudine dolce, ancestrale; e mi sento bene così, senza bisogno d’altro.

Non ho parole che possano spiegare queste esperienze, con cui  descrivere il vuoto che mi riempie, che rimette in discussione ciò che ho e che sono.  

Mi sembra allora quasi di soffocare a causa  delle tare che da una vita mi condizionano: morale, bisogni, dipendenze, giudizi.

Via tutto, tutto; questa volta davvero, non è più tempo di essere ed esistere, soltanto per la paura di non essere più quel che sono sempre stato, soltanto per la paura di vivere pienamente tutto, senza bisogno di difendermi.

 

Mi pesano i limiti di questa cittadina per bene, della mansuetudine forzata al conformismo la cui alternativa è il baratro, l’isolamento.

 

Arriva Luisa.

Andiamo in un ristorantino per lavoratori in collina. In macchina parliamo di lavoro, tanto per dire.

Arriviamo, ci sediamo, ordiniamo.

Lei è solita lamentarsi di “quel lavoro di merda” pur non nascondendo i vantaggi che le offe: uno stipendio ( per le voglie, che costano), la parvenza di normalità ( così mi faccio i cazzi miei e nessuno può dir niente), e-poi-bisogna-far-qualcosa.

Tutto quadra, acconsento.

Lei è logorroica, poco incline al silenzio che copre con le parole. Io ascolto, di solito senza interrompere.

Il rapporto è quello e sta bene ad entrambi.

Approfitto di un boccone che, masticandolo, non le consente la parola.

Le dico: “ ti ho mai raccontato come sono arrivato qui e perché? Ti ho mai detto di quella volta ho mollato tutto proprio il giorno degli esami di maturità?

Ero arrivato a scuola deciso a sbrigare quella formalità il più in fretta possibile.

Mi son trovato di fronte un capo commissione con una faccia talmente brutta, prevedibile, che ho cominciato a dubitare, non solo e non più con la testa, ma anche con le viscere, a capire e accettare quel che stavo facendo. Ricordo ancora le labbra sottili, l’accento, il suono della sua lingua che svelava una bocca asciutta e un alito di liquirizia e caffè e rassegnazione e tristezza, una montatura di occhiali da impiegato del nulla, che mi sono alzato e sono andato via.

Vedevo me in quella faccia!!!!

Son tornato a casa e ho raccontato ai miei che ero stato bocciato e che sarei partito per il servizio militare, raggelandoli.

Adesso comincio a pensare al presente anche se non ne avrei voglia. Ma ho paura di ascoltarmi, di sentire, quelle voci senza parole che parlano senza dire. 

Incrinano la leggerezza con cui ho tentato di vivere.

Non so cosa succederà, ma spero diventeremo amici”.

 

Il pomeriggio è un tempo senza tempo.

Scivola nei doveri che una casa richiede per necessità.

Il finto chiarore invernale non illumina questa  giornata, in transito tra un’urgente sensazione sorda, e la spinta ad ignorarne l’esistenza.

 

D’inverno il buio arriva presto, circonda le case, si cala sulle strade come nebbia inconsistente oscurando la prospettiva visiva e calmando la frenesia interiore.

Questa sera non sono uscito, preferendo stare  a casa solo, in silenzio, in attesa di un’intuizione da tradurre in azione, in scelta.

Ho fatto le solite cose.

Ho mangiato insolitamente senza appetito; lavato i piatti distrattamente; mi sono steso sul divano a leggere.

Ho lasciato squillare il telefono.

Alle dieci  sono andato in camera.

Sfidando un freddo pungente, sono uscito a mezzo busto fuori della finestra a   fumare. Ho trovato un po’ d’erba che uso raramente, quando mi viene a trovare qualcuno.

Nonostante la temperatura rigida mi trattengo; voglio fissare ricordi, scoprire nuovi particolari, ascoltare i suoni della sera da questo palcoscenico.

Mi cambio, vado in bagno a lavarmi i denti.

Torno in camera e raggiungo il letto.

Leggo per alcuni minuti.

Spengo l’abat-jour.

Controllo la sveglia : ok, puntata sulle sei e mezza, che domani si lavora.

L’ultimo pensiero  ribadisce che tanto non  servirà; l’attenderò sveglio come d’ abitudine, godendo il caldo che fa sotto  le coperte. 

Mi alzerò senza fatica, come sempre.

Mai avuti problemi a svegliarmi presto; è un vezzo di famiglia, un’eredità genetica di cui mi vanto.

 

Postato da: swcpd a 19:14 | link | commenti (6)
racconto

domenica, 04 febbraio 2007

FUORI TUTTO

        

 

27 Settembre 2002

Era un giorno straordinariamente privo di segni e presagi e questa piattezza, pensò, doveva  significare qualcosa, se contrapposta alla guerriglia  interna di cui era, suo malgrado, placido testimone.

L’abitudine alle elucubrazioni mentali, all’approfondimento sistematico di qualunque fenomeno, anche il più banale, ben rappresentava il suo talento; così, almeno, gli dicevano spesso, pensando di fargli un complimento; quasi ad assurgerlo al ruolo di investigatore dell’umana debolezza.

Sorrise calmo; in quel preciso istante realizzò che non era mai stato un dono quell’aspettarsi sempre qualcosa; semmai un vizio che lo portava incondizionatamente verso la diffidenza e il sospetto.

Concluse che quest’ultima rivelazione, l’ultima di una lunga serie che recentemente continuava ininterrotta, l’avrebbe trattata alla stregua di un segreto.  Non disconosceva nulla di ciò che era stato; aveva sempre fatto il meglio che poteva, e avrebbe semplicemente cercato di cambiare attribuendo al suo agito un’accezione positiva.

Il passato era un tempo immodificabile; il futuro era imprevedibile; il presente l’unica realtà che avesse dignità, respiro e verità.

Guardò l’ora; mancavano solo trenta minuti all’incontro più importante della sua vita.

A quell’ora la piazza brulicava di persone indaffarate e di giovani intenti  a cercare compagnia e consenso.

C’erano anche molti vecchi che commentavano i giornali e che parlavano usando i verbi declinati al passato: con struggente nostalgia, quello sembrava l’unico tempo cui erano appartenuti, cancellando un presente privo di alcuna attrattiva.

Si sentì fortunato di gustare, ora, ogni istante di quella sua vita e rabbrividì al pensiero che se non fosse stato lì in quel momento, forse non avrebbe avuto nulla, da vecchio, che sarebbe valso un ricordo.

 

Aprì la borsa di pelle e ne estrasse un  prezioso diario-agenda ( era prezioso perché conteneva le parole e il significato, tracciati per tappe, di quello che un tempo era stato il suo divenire e che ora erano il suo sviluppo) : sfogliò con sicurezza le pagine a ritroso e si fermò al 9 luglio 2002.

 Lesse:

“ Chi sono, come sono, cosa faccio. Non lo so e contemporaneamente lo so; o meglio ne percepisco i contorni, intravedo le sfumature e ci convivo malamente.

La mia età e posizione sociale suggeriscono il profilo di una persona brillante, attiva, piena di interessi e hobby. Il target cui appartengo è quello dei singles quarantenni bell’aspetto cultura media.

A questo corrispondono centinaia di proposte pubblicitarie; prodotti  surgelati, da frigo, da scaffale a dosi singole, e questo dovrebbe, tra l’altro, suggerirmi che siamo in tanti.

La sociologia moderna ( s f: scienza che studia i fatti sociali considerati nelle loro caratteristiche costanti e nei loro processi) mi fa stare in compagnia; anch’io, come tutto e tutti, ho un posto nella società, una categoria con la quale confrontare  tic, attitudini, manie, consumi. La scienza mi rassicura: non sono solo, posso contare su molti simili con analoghi pensieri e problemi.

Le mie giornate sono molto simili nella sostanza anche se molto varie nella forma.

La forma: vestiti eleganti, aspetto curato, bella linea, pettinatura moderna, bei modi, voce calda, tono basso, sorrisi opportuni, battuta veloce, sguardo significativo.

La sostanza: disagio, invidia, soffocamento delle emozioni, autocontrollo, senso di inutilità, contenimento delle energie spontanee.

Il dentro e il fuori combattono fino a ridurmi ad un bambino che ostenta, che dimostra, ma che non può rivelare a nessuno la propria sofferenza.

La distanza tra il vero e il finto è ormai irrimediabilmente contaminata e corrotta, schizofrenica perché tragicamente riversata nel dilemma del non saper più cos’è importante e necessario.

La sera arrivo a casa e crollo per stanchezza e noia; mi sento arido e triste e vorrei capire perché ho accettato le regole.

 

Quanto appena letto risaliva a soli due mesi prima.

Due mesi erano un nonnulla se  confrontati ai suoi quarant’anni. Ma li sentiva lontani,  distanti, come se avessero un peso specifico diverso; in questo limitato lasso di tempo aveva demolito e ricostruito interiormente più di quanto avesse mai fatto prima.

Leggere il diario gli serviva per prepararsi, per ricordare  cosa ci faceva là, seduto sulla sedia di un bar qualunque, in una piazza distratta e statica che ignorava quanto fosse importante per lui quel momento.

 

Continuò a leggere famelico quel diario da cui traeva, nello specifico, le impressioni di una sera:

“ In macchina a zonzo di sera tardi con l’intento di disfarsi di un dolore che lacera il petto e rimbalza tra le pareti della scatola cranica.

Viale industriale pieno zeppo di umanità mista e coesa  da tristi desideri avventurieri a pagamento.

Da un lato e dall’altro solo tristi cartoline di periferia edulcorata con sopravvento del  grigio colore della sua natura intrinseca.

Viale lungo a più corsie su cui abitano poche ore a notte esseri viventi in quanto respirano.

Tutti siamo viventi solo perché respiriamo e il nostro limpido segreto alberga più sotto coperto da migliaia d’anni di istinti e lezioni e atteggiamenti fittizi e provvisori.

E’ evidente che questa non è la ricetta che può alleviare il dolore e il senso d’oppressione e la sensazione di essere inadeguati perché senza verità con cui potersi misurare e confrontare.

E’ evidente che la mia e la nostra verità potrebbe risolvere il circolo vizioso e senza senso che ci hanno profuso alla nascita definendolo vita.”

 

Ricordò l’occasione che aveva scatenato quelle parole furiose.

Ricordò, sorridendo, quanto temesse quelle sfuriate che considerava momenti di trance; erano imbarazzanti come una macchia su di un vestito; erano vergognose perché lucide e vere.

Riprese la lettura sorseggiando elegantemente un tè.

 

19 luglio 2002

“ La televisione, il satellite, l’e mail, la segreteria telefonica: un campionario di elettronica.

La modernità mi consente di gestire con scioltezza il contatto con quelli come me (il me è un sé di fantasma dell’etere, anonimo e inconsistente) senza offrire nulla del vero me.

Ho iniziato con gli pseudonimi; potevo girare il mondo a mio piacimento, frequentare posti strani, esotici, belli, da casa mia; seduto davanti  a uno schermo, picchiettando le dita su una tastiera.

Ogni giorno gestivo più identità compiendo  metamorfosi occasionali; ideali, romantiche, erotiche, sentimentali, rivoluzionarie: uno zelig qualunquista e generico.

 

Chiuse per un attimo l’agenda.

Si sentì quasi vibrare, come avesse acceso un interruttore che faceva fluire energia; sapeva che adesso toccava alla pagina più importante.

Bevette un altro sorso e lo mandò giù con calma, quasi intendesse scomporlo chimicamente per assaporarne ogni molecola. Ma era solo per rimandare il momento cruciale; quello che faceva paura, quello per cui aveva deciso  di dare una  svolta.

 

21 luglio 2002

Luna, la mia preferita. Luna, scelta per istinto nella palude dei messaggeri anonimi. Lei, solo lei, quasi le sue parole avessero anima e non solo corazza. Una scelta a tentoni, nel buio fluorescente dello schermo.

“Luna, stasera ti dedico qualche riga che lo scuro della notte mi ha ispirato e spero ti piaceranno. Fammi sapere cosa ne pensi, ciao ( buona lettura tesoro):

La notte diffonde i suoi umori e scurisce la vista, trasforma i caratteri, addolcisce l’inutile frenesia diurna.

Procura coraggio e libera istinti sopiti, belli e autentici.

Non esige di sua natura risposte pronte, riposa i muscoli tesi della prontezza, li rilassa e quieta.

Quest’atmosfera non produttiva stimola tesi ardite, finalmente illogiche, finalmente umane e senza spiegazioni.

La logica con la luce, il riposo con le tenebre.

Senza meta  la notte mi induce in tentazioni, mi porta a spogliarmi della personalità e mi lascia nudo e candido, come a riflettere la luce argentea e pallida della luna.

La grandezza della luna, la sua magnificenza discreta, richiede furiosamente silenzio, pace, lentezza.

I lenti possono emergere, giovarsi e vantarsi del loro anacronistico segreto sacrificato alle abitudini dei tempi, moderni e ridicoli, inutili e scabrosi ed essere, a loro modo, vitali.

A cosa è dovuta la gratitudine dei bambini, i cui tempi sono quelli del corpo, del gioco e mai del dovere. Questa parola orribile, scandalosa, irriverente: dovere !!!

Chi ci costringe al dovere: essere, fare, fingere.

Viviamo in una trappola contenti d’esserci dentro, sopravviviamo a consuetudini, cediamo a regole laide.”

 

L’immedesimazione totale con i suoi scritti gli fece scordare di essere in un posto pubblico e assunse inavvertitamente un’espressione contratta. I suoi rodati meccanismi di difesa allora insorsero e gli mandarono messaggi d’allerta; questa volta non se ne curò e continuò la lettura.

 

27 luglio 2002

Qualche volta mi prende il panico, non so reggere il peso del mio ruolo e odio chi ho di fronte.

La sensazione è viva e mi attorciglia lo stomaco; sono in ufficio con dei clienti, con una scusa interrompo; corro in bagno per depositarci tutta l’angoscia con ferocia e brutalità; poi arriva la calma, mi rimetto in ordine, mi specchio  e faccio le prove di sorriso e ammiccamento… schiarisco la voce, mi pettino.

Svelto, corri; sono già passati cinque minuti.”

 

La tentazione di scappare tornò. Rapida come un colpo di frusta, schioccava repentina.

In questo periodo molte volte se l’era trovata di fronte; era ogni volta avviluppante, invadeva ogni  cellula.

Dopo aver ceduto ad essa le prime volte, si era reso conto che non esisteva un posto in cui si poteva nascondere da sé.

 

“ E mail di Luna che risponde al mio ultimo messaggio:

L’alba accoglie aspra e violenta gli occhi, ma al primo esercizio delle narici ti irrora di splendidi odori freschi e

puri che ti fanno riconoscere il giorno.

Che cos’è il sacrificio di qualche ora di sonno in confronto a questa sublime carezza che coinvolge i sensi e scatena silenzi interrotti da qualche suono che si affaccia discreto e umile.

Gli artisti non hanno inventato nulla, hanno solo copiato l’offerta abbondante di grazia e meraviglia.

Cogliere il significato e le sfumature.

Con questo ultimo respiro violento affronterò la giornata e ne conserverò l’asprezza umida  vaporosa.

Benvenuto nuovo giorno.”

 

Si accorse istintivamente di guardarsi attorno, come a cercare uno sguardo complice, caldo, che affermava in silenzio che era lei, Luna.

Luna si era intrufolata nei suoi sensi, nei pensieri, scatenando fantasie innocenti.

Rituffò con totalità sguardo e attenzione nelle pagine da lui scritte; tra non molto si sarebbe realizzato concretamente, più che un desiderio, un sogno: la possibilità di essere!

 

7 Agosto 2002

 

“ Stasera sono uscito con i colleghi per dovere; alcuni hanno dato il meglio di sé con barzellette, confidenze, cattiverie civettuole.

Non so come appaio dal di fuori; quel che di certo so, è che non corrisponde al di dentro; mai.

Fatica a sostenere un’avvilente messinscena; tentativi di salvare o riesumare rapporti umani inesistenti, circostanziati e riferibili alla sola professione.

Tornando a  casa in macchina da solo, sento dentro una sensazione paragonabile ad una necessità.

E’ una voce muta, un nodo che vuol essere sciolto e sta per scoppiare.

Accendo la radio e decido, seppur stanco, di fare un giro di notte.

Lo sguardo vaga mentre mentalmente faccio considerazioni su ciò che vedo.

Persone dentro auto che sfrecciano ovunque. Autolavaggi self-service pieni; fedeli all’idea che bisogna far bella figura, l’auto ci rappresenta fin quasi a sostituirci, a parlare per noi. Dev’essere pulita, igienizzata, che magari-stasera-si-scopa.

Puttane, travestiti, camionisti; bar affollati che sembra di sentirne il chiacchiericcio formale, abituale,consolatorio.

Tutti cercano compagnia, di aggregarsi per non avere freddo, per non sentirsi soli e inutili.

Il nodo irrompe e senza ragioni logiche scoppio in un fragoroso pianto liberatorio.

Davanti ad un semaforo mi si affianca una macchina con due ragazze che mi guardano; perplesse si consultano e mi chiedono a gesti se ho bisogno d’aiuto.

Rifiuto e ringrazio con il cuore colmo di gratitudine.

Provo vergogna e leggerezza.

Adesso sto meglio però; adesso ho compreso.

Ora so che devo andare avanti.”

 

Quel proposito, quell’andare avanti, lo aveva fatto arrivare lì, quel giorno.

Seduto comodamente, l’agenda appoggiata sopra un bel tavolino, sembrava dominare il centro del centro città.

Quando studiava, e poi nei corsi che regolarmente frequentava, insistevano molto sulla potenzialità evocativa del posto in cui si lavora. Il fatto  che si stesse dalla parte della scrivania designata, nell’immaginario collettivo, a chi deteneva il potere. A come doveva accogliere; in che momento caricare l’atmosfera; in quale altro elargire sorrisi e battute.

A quel tavolino, di quella piazza; in quel fresco, tardo pomeriggio estivo; in quel preciso frangente di vita, avrebbe lottato con sé stesso per disimparare, per deprogrammarsi, per non essere il paradigma di nessuno, l’archetipo di nulla.

Poteva accogliere quell’occasione con un  atteggiamento virginale, disponibile alla sorpresa e non avrebbe rinunciato.

Ripiombò di nuovo tra le pagine di quell’agosto gravido di paure e dubbi, ma fecondo di novità esistenziali.

 

22 Agosto 2002

“ Cara Luna, sono passati un po’ di giorni durante i quali ho riflettuto. Ho deciso di rischiare e di offrirti pezzi del mio diario segreto che ti sveleranno chi sono veramente.

Ho scelto te perché il nostro rapporto è lo specchio di ciò che sono e, forse, se ho ben capito, siamo; ci diciamo tutto ma non sappiamo chi siamo; osiamo parole ardite che sappiamo andranno a colpire ma non vedremo mai le reazioni che provocano.

Oggi ti mando queste parole vere, partorite dal cuore:

E così mi confronto continuamente con realtà diverse che disegnano, parallelamente, ognuna un proprio percorso senza mai incontrarsi.

E così affronto con sgomento ogni nuovo giorno che comprime la naturalezza preferendo esibire l’artificio.

E così  precarietà e vertigine si mischiano generando incertezza e debolezza.

E così più sono debole  più mi difendo e più mi difendo più aggredisco; meno sono più appaio.

Quando penso  a me stesso vorrei nascondere quegli aspetti che invece mi sono così evidenti da non poter essere negati. Mi sento in catene, in un vortice di sovrastrutture che non mi consentono il libero pensiero, il libero arbitrio.

Credo che potrei liberarmi da tutto questo se trovassi la forza e la convinzione che la mia vita, così com’è, non mi porterà da nessuna parte, che mi sto buttando al cesso per soddisfare una miserabile volontà di affermazione. Quando sento parlare di successo mi vengono dei brividi così forti da trasformarsi in spasmi; ma non posso sottrarmi in modo indolore al fascino che questo ha sempre suscitato in me.

Sono in balia delle controversie che questo confronto scatena dentro; vorrei essere nudo ma mi hanno sempre detto di vergognarmene.”

 

Riemerse da quelle righe sentendosene indifeso. Ricordò lo sforzo e le ansie dei giorni che  precedettero la decisione di consegnarle ad una sconosciuta.

Lui e Luna erano collegati da un filo del telefono; se lo ripeteva continuamente, ossessivamente. C’era una parte di lui attaccata al vecchio, a ciò che era sempre stato, che quasi lo mordeva purchè non cedesse.

Davanti, a pochi metri, un gruppetto di mamme chiacchierava approfittando della pausa che i  bambini concedevano loro. Li osservò percependo  l’origine di ogni libertà, di ogni istinto e si domandò quando finiva quell’innocenza.

Si sentì  derubato, come fosse stato vittima di una truffa; nello sguardo dei bambini c’era la chiave di lettura dell’esistenza. Negli adulti quella del dubbio, della paura, dell’incapacità di fluire e lasciarsi andare.

 

27 agosto 2002

“ Sono giorni d’attesa; ho lanciato l’amo e adesso devo aver pazienza e lasciarle il tempo di cui necessita.

Quando son tornato a casa, come sempre, ho parlato col gatto che sembrava capire, conoscermi dal di dentro delle mura che ci proteggono da un fuori ostile. Di solito ordino la cena ma stasera cucino io: faccio un bel sugo, un bel contorno; poi tg e  e mail.

Da quando mi concedo solo alla mia interlocutrice elettronica ho tagliato le altre incursioni e non mi travesto più di identità fantasiose”

 

7 settembre 2002

Ciao sono io, la tua Luna.

Ti sono grata di avermi coinvolta in questo gioco che ormai trasuda verità e dal quale non riesco più a trovare uscite di sicurezza.

Ho finto, barato facendo la sostenuta, ingannato facendo al preziosa.

Ho capito che qualcosa, nel tuo meccanismo perfetto, s’era inceppato: ho dovuto decidere se rischiare o lasciare.

MI son detta: “resto e gioco”. Ora offro il poco che sono veramente che, proprio per questo, è più vivo e prezioso di quando interpretavo nascosta dietro una macchina, dei tasti, un monitor.

La mia decisione è irrevocabile; ho tolto i freni ed eccomi, sincera e autentica fino a quando riuscirò a reggere.

La maschera che continuamente indosso, le infinite variabili, gli atteggiamenti diversi a seconda di dove o con chi sono, sono talmente fragili e inconsistenti da crollare in un sol colpo.

Persino da sola, davanti allo specchio truccavo le espressioni, e la ginnastica pro-forma era un rito trasandato e ridicolo che esercitavo con una meccanicità tale, da non aver più bisogno della mia presenza; semmai della mia assenza.

Tutto è così superficiale da essere contemporaneamente indispensabile e stupido, moderno e inutile, abitudine e vizio.

Eccomi, se mi vuoi accogliere nel tuo esclusivo club dei ribelli interiori, deboli ma tenaci perché hanno forse molto da perdere ma certamente ancor più da recuperare.

Ho deciso, e il tuo contributo è stato determinante, perché da sola non ce l’avrei fatta anche se, un domani, conto di riuscirci.

Da oggi sarò ordinaria!

Spero mi risponderai.”

 

Guardò l’ora: ormai mancavano pochi minuti. Anche il diario era quasi finito e questo sincronismo lo fece sorridere.

Ora la piazza era letteralmente invasa di gente: non si erano mai visti in faccia ma ad entrambi bastò sentirsi al telefono una volta per capire che si sarebbero riconosciuti.

Lui immaginò negli occhi di lei la stessa fame e sete che pareva divorargli il cuore, facendolo battere forte, facendolo sentire, dopo anni, vivo.

Riguardò l’orologio; aveva giusto il tempo di leggere quelle ultime frasi per poi cercare tra la folla quell’anima che a sua volta lo stava cercando.

Si sentiva lacerare dentro; ma in positivo. L’adrenalina scatenava sensazioni forti raggiungendo il parossismo della calma; tutto era un paradosso da cui non sarebbe più voluto uscire.

 

14 settembre 2002

“ E’ passata una settimana  e preme una sensazione d’urgenza e inevitabilità.

La svolta adesso riguarda anche un’altra persona che ho coinvolto e che sento vicina.

Certo, non riesco a pensare a me e lei cambiare tutto per trovare noi stessi in qualche paradiso degli alternativi.

Penso piuttosto ad una rottura decisa dentro di noi, nei rapporti con gli altri, nel ricominciare ogni volta.

Penso alle emozioni sopite, messe da parte per paura di essere retorici, banali.

Penso alla bellezza di un tramonto al mare, al silenzio di una montagna.

Penso a quanto ci siamo persi per correre senza mai chiederci dove.”

 

21 Settembre 2002

“ Cara Luna, ti mando il mio nome e indirizzo.

Possiamo cambiare insieme e riscoprire  quello che avevamo escluso per tanto, troppo tempo. Possiamo ricostruire una vera vita.

Troviamoci e parliamo; presto però. Molto presto”

 

 

Postato da: swcpd a 13:49 | link | commenti (3)
racconto

domenica, 21 gennaio 2007

Il futuro è vecchio

 

 

Immaginare il divenire, quello che sarà di noi.

Pur credendo caparbiamente  sia fondamentale occuparsi del proprio presente, ho ceduto alla tentazione di pensare al futuro.

La biologia non ha una morale, segue inesorabilmente il suo corso, incurante delle nostre idee sulla giustizia (quella che dovrebbe rispondere alle  fantasie sull’immortalità ); il suo compito è quello di accompagnarci durante tutta l’esistenza assecondando una logica che è chimica più che filosofica.

La vecchiaia, così come la morte, è inevitabile; a meno che non ci si fermi prima, ma questa è un’altra questione.

Questa assodata inevitabilità  tocca tutti, ma non si dia per scontato che tutti l’accettino.

Saremo un corpo stanco, una mente lenta; ma i sentimenti sono vivi, le tentazioni ammalianti come sempre, il fuoco  arde l’anima.

E’ difficile rassegnarsi a quest’ambivalenza sconveniente, meglio non pensarci e lasciarla a chi la vive in prima persona.

Ebbene questa è una corsa immaginaria attraverso qualche decennio ed è perciò un’invenzione, una proiezione fantastica. Nonostante questo, credo rappresenti una possibile realtà.  E’ un pensiero esteso ad una moltitudine che è spesso lasciata sola, a convivere con malanni più o meno diffusi, con un’autonomia ridotta, con nessuna voce in capitolo nel grande gioco delle lobby di potere; ma che esiste, pensa, vive, nonostante le apparenze, in alcuni casi, mortifere.

Ma il tempo e la vita servono a prepararci, a far giungere a noi gli eventi così come sono.

Le improvvisate, le incombenze, sono conseguenti a ciò che noi, esseri umani evoluti, abbiamo contribuito a creare; spesso provocando disastri e lutti senza appello.

Perché la natura non si vendica: deve banalmente ripristinare l’equilibrio e, perciò, agisce; ma senza acredine, senza violenza, così come sa e deve fare.

Allora invecchiamo; accettiamolo, così come dovremmo fare con tutto quello che incontriamo in questa vita; che  è così breve che , a maggior ragione, dovremmo attribuirle un valore inestimabile.

 

 

UN QUESTIONARIO

 

 

         Un questionario da compilare, così mi hanno chiesto gentilmente di fare.

Si, sono stati gentili; quanto lo possono essere coloro i quali sono animati da un unico e preciso scopo: la ricerca.

Questo, di fatto, esclude la mia persona: si studia un caso, che sono io, ma potrebbe essere chiunque. Come dire, con grazia: “ prego, sarebbe così gentile da farmi da cavia?”.

Per carità, non avrei niente in contrario; ma non posso tollerare mi si rivolgano domande che, in poche righe, dovrebbero descrivere la mia vita, le mie idee, i miei gusti.

Allora ho deciso: la mia vita, per tappe e in breve, gliela racconto con una lettera; così posso spiegare meglio il senso di quelle risposte altrimenti così asettiche e vuote.

Se vorranno la leggeranno, se non ne hanno voglia la cestineranno, ma rifiuto di prestarmi a giochini che li aiuterebbero a fare della mia persona un dato statistico, uno zero virgola qualcosa.

 

Eccomi signore e signori: il mio nome lo sapete, la mia età anche, idem per lo stato civile, il reddito, il conto corrente.

Quello che probabilmente non sapete ancora, è chi sta dietro, anzi dentro, a questi dati.

Dico così perché, lavorando, siete ancora nella fase in cui  avete più tempo,  davanti a voi, di quello che avete lasciato dietro.

Alla mia età, invece, ci si arriva stanchi, fisicamente provati, moralmente umiliati.

Quando ero bambino, il nonno era colui al quale tutto doveva essere chiesto, alla cui attenzione tutto doveva essere sottoposto.

Non era uno status  tirannico ma piuttosto di riconoscenza, di consapevolezza che aver vissuto voleva dire aver maturato esperienze.

Questo, si sa, non corrisponde esattamente al vero. La vita non è una somma algebrica, ed è conseguente a come uno l’ha vissuta: conosco vecchi-bambini e vecchi-saggi, vecchi-stronzi e vecchi-compassionevoli, vecchi-gelosi e vecchi-curiosi ecc.

Tutti, anche da vecchi, mantengono le abitudini che hanno sempre avuto e molti, per rabbia e disperazione le esasperano trasformandole in ossessioni.

 

Come posso iniziare: non so cosa raccontare, spiegare.

La prima cosa che mi viene in mente è che sono vedovo da un po’ d’anni. Che sono papà e nonno e suocero.

Mi appartengono tanti aggettivi e quindi dovrei aver sviluppato capacità e accumulato esperienze  tali, da poter dire la mia su tutto e tutti. Dovrei essere come una botte all’interno della quale conservo ricordi e coltivo saggezza.

Ma invece dico che sono una persona che ha lentamente e inesorabilmente diminuito la capacità fisica di salire scale, di camminare sotto il sole, di mangiare e bere quando ne ha voglia: questo mi suggeriscono il corpo e il cuore.

Col passare degli anni sono passato dallo stato di grazia della scoperta della solitudine, allo stato miserrimo e deprivante dell’isolamento.

Prima potevo decidere con calma cosa fare e quando farlo; ora devo subire le voglie e le possibilità altrui di venirmi a trovare; devo stare con le altre persone indipendentemente dal fatto che io ne abbia voglia in quel momento.

Ho scoperto a mie spese la tirannia delle abitudini. Aumentano proporzionalmente con l’aumentare dell’età.

E’ quasi ridicolo immettere in un racconto che vorrebbe essere di vita particolari così minimali, ma sento di aver bisogno di raccontare il mio presente, di non cadere nella trappola dolce e accogliente del tempo che fu: di quando ero felice e non lo sapevo, di quando stavo bene, di quando ero giovane.

Sento di poter dire come si sente un vecchio nel nostro, anzi nel vostro, tempo.

La sensazione più angosciosa è quella di sentirsi ai margini, di non interessare più a nessuno, di sentire che gli altri,  al massimo, ti tollerano.

Io, che nella mia vita sono sempre stato attivo,  mi ritrovo qui, molliccio, maleodorante, ai limiti dell’autosufficienza, ad implorare attenzione, a raccogliere biasimo, a non trovare più il senso della mia esistenza, se  questa è  la condizione in cui dovrò morire.

E’ quasi insopportabile stare soli quasi tutto il tempo: SOLI, COMPLETAMENTE SOLI, VOGLIO URLARE, PROVATECI, PROVATECI, PROVATECI,  e poi ne riparliamo.

 

Se in un vecchio c’è ancora dignità, come può stare in mezzo a questa follia, in questo autismo dei rapporti, in questa inciviltà per cui sei fuori se non produci? Immaginare la vecchiaia come uno stato di riposo; vedersi in prospettiva quieti, senza più ansie che divorano, senza più desideri irrealizzabili e faticosi: così dovrebbe essere.

Sono senza fiato, senza parole, attonito, stupito, esterrefatto: sono uno scroccatore di risorse perché non produco più.

E’ la logica più aberrante  cui l’essere umano  potesse mai arrivare.

Ho la televisione, certo; ed è vero, una volta non c’era ed è, ancor vero, che tiene compagnia.

Ma avete mai provato a guardare con attenzione e un po’ di lucidità ciò che ci costringono a vedere?

Ma non ne sentiamo tutti la vergogna, il disgusto, il non senso?

La rappresentazione di quello che non è, è la regola.

Tutti i programmi, la pubblicità, sono il massimo dello sforzo per non disgustare nessuno ma nemmeno per esaltare alcuno dei nostri sensi; anzi, semmai per assopirli.

A me questo stato delle cose non piace.

Mi sembra che invece di agevolare delle condizioni tali da favorire la fine della mia vita nell’agio, ci sia un piano segreto per stordirmi e demotivarmi.

Così me ne sto buono, malaticcio e malconcio in disparte, senza disturbare; senza insinuare il dubbio che questa rincorsa senza fine, non abbia senso.

Sono molto a disagio all’idea di me stesso che pensa come se non vedesse l’ora di andarsene per non fare più fatica, per paura di scoprire la verità un poco alla volta, giorno dopo giorno. Che poi non sono neanche sicuro che questa sia la verità, ma piuttosto le fantasie di un vecchio senza speranze, che è arrabbiato con il mondo perché questo si è dimenticato che lui esiste.

 

La mia vita adesso si potrebbe rappresentare attraverso le  infinite ritualità, le abitudini che mi portano dalla mattina alla sera a ripetere le stesse azioni, sempre nello stesso modo, alla stessa ora.

Vorrei aver saputo queste cose da più tempo, avrei saputo come affrontarle, ricavarne una qualche forma di gioia, di soddisfazione.

Nessuno ce lo ha mai insegnato a diventare vecchi in quest’epoca dell’efficienza.

Alzarsi alla mattina: attento alla schiena, alla testa che gira, a non farsela addosso.

Fare colazione: attenzione all’alimentazione, al colesterolo, alla dentiera.

Lavarsi: stare attenti a non scivolare, a non bagnarsi tutto, a profumarsi la pelle che non sa più di buono.

Uscire: attenti alle scale, a non dimenticare le chiavi, a cambiarsi di vestito, ad avere con sé il portafoglio.

Fuori: tutto fa paura, il rumore, le macchine, i motorini, i delinquenti, le strisce pedonali, gli autobus troppo alti e scomodi.

….. attraversare una strada, il corpo che ha una dimensione dello spazio e del tempo rallentata; la testa manda gli ordini ma è tutto come alla moviola, e attraversare una strada, con le macchine che sfrecciano, i motorini che rombano, tutto cambia prospettiva “oddio, ce la farò, riuscirò ad attraversare, capiranno che sono lento?”.

….. e così via; tutto è fatica, sforzo fisico e mnemonico.

Ma ancor più collocare tutto questo dentro di sé, dargli un posto, un senso, una giustificazione.

Credo non si tratti solo di invidia per quelli che ancora sono attivi, quanto piuttosto rassegnarsi all’idea che il riposo del corpo  e della mente non combacino esattamente con la fine dei desideri.

Si continua ad essere vivi dentro, a voler fare, dire, partecipare ma non si riesce a dimostrarlo per paura di essere compatiti o, peggio, considerati eccentrici o pazzi o in demenza senile.

Si, è paura tangibile, palpabile. Paura di mandare qualcuno a quel paese quando se lo merita.

Timore di fare il vuoto attorno a sé che poi quando si ha bisogno non trovi nessuno ad aiutarti.

Orrore derivante dalla constatazione che i vecchi sono solo vecchi; non resta quasi più traccia di ciò che si era e si è.

Si muore come si è vissuti; come si muore se ci si accorge di non aver vissuto?

Se si guarda indietro ed è tutto vuoto, vanificato dalla rabbia, dalla paura, dalla sensazione che questi brutti ultimi anni della nostra vita non rappresentino il giusto e meritato  finale ma bensì una noiosa e decadente, lenta e paludosa fine.

No, non va bene, ma non solo per me. Non sono ancora rassegnato che così sia, e sarà per sempre. Nell’immutabile protrarsi di una vita esteriormente meccanizzata, fisicamente deficitata, c’è ancora voglia di ascoltare una voce, una musica.

C’è ancora voglia di percepire un profumo, un sapore, una visione magica.

C’è ancora il vivo interesse a capire e conoscere il mistero della vita.

Sono ancora grato a questa esistenza, a questo assaporare lentamente un frammento di bellezza, un istante di commozione.

Sono arrabbiato perché non più capace di fare, con un corpo che latita, sciopera nelle sue funzioni basilari.

Ma alcune volte mi perdo in un sorriso, in un complimento sincero di chi ancora mi vuol bene ed è medicina, sussulto, meraviglia.

Non ho raccontato la mia vita come promesso; ho parlato del mio più recente periodo di vecchio. Con la vana speranza di cambiare la vecchiaia di altri, di quelli che diverranno vecchi tra un po’.

 Spero che leggiate e capiate che io sono uno dei fortunati che non sta tanto male, che non è povero ridotto alla fame, che può ancora muoversi.

E vorrei concludere con una frase banale, dire che tutti potremmo stare meglio curando di più le relazioni, l’attenzione agli altri, rifiutando e proponendo qualcosa di diverso da quello che c’è già, magari un saluto e un sorriso obbligatorio quando si incontra un vecchio per strada.

Pensateci.

Postato da: swcpd a 09:59 | link | commenti
racconto

domenica, 07 gennaio 2007

La foto in bagno

 

Era mattina, l’ora della sveglia, e un cerchio alla testa ti tediava assillante.

Nella luce artificiale del bagno stavi in piedi davanti allo specchio sforzandoti di  credere che l’immagine riflessa non corrispondesse al tuo viso.

Quello era un volto da caricatura, un’immagine che galleggiava all’interno di una superficie chimica:  uguale ma rarefatta, precisa ma lisergica; lo specchio,  simbolo muto di fantasie.

Da sempre.

 

 

Dietro, all’altezza della testa, la foto in bianco e nero dei tuoi genitori posta in un quadretto con  cornice marron scuro, spessa  e solida, come lo erano i lavori artigianali di una volta; pagati cari ma destinati a durare per sempre.

Erano vicini, le braccia incollate l’una con l’altra, con i volti sorridenti ma non troppo, come se anche la felicità avesse un protocollo che esigeva rispetto.

Tuttavia, abilità del fotografo o magia dell’amore che fosse, quella coppia ben assortita restituiva una sensazione irrazionale di complicità che  attirava invidia e disegnava passione e tormento.

Lo sfondo, anche se neutro come l’abbigliamento, accompagnava l’osservatore a immaginare una solida posizione sociale.

Ogni giorno il tuo sguardo veniva risucchiato da quell’immagine, vecchia quanto i tuoi primi ricordi.

Non ricordavi perché era stata appesa in bagno, forse un vezzo di tua madre, artefice dello stile di quella bella e antica casa che avevi ereditato e volentieri continuato ad abitare.

Da sempre, la foto apparteneva alla tua vita mnemonica  interiore, quasi fosse stata pensata appositamente per accompagnare i tuoi giorni.

Era stata scattata il giorno del fidanzamento dei tuoi; dopo un paio d’anni, saresti venuto al mondo, primogenito maschio di una sorella tre anni più giovane.

 

Distolto lo sguardo, lo focalizzasti su di te; pensavi al mistero della natura e ai miracoli della  cosmesi moderna; dopo mezz’ora il tuo aspetto sarebbe cambiato e avrebbe assunto i canoni usuali, quelli che tutti vedevano incrociandoti ogni giorno.

Ti contorcevi in strane espressioni  cercando minuziosamente dei segni sul volto, lievi imperfezioni che potessero minarne la compatta credibilità.

Compivi questi gesti con le dita che tiravano la pelle:  trasformavi i tratti somatici in improbabili maschere; forse per far risaltare la regolarità dei lineamenti, una volta terminato quel gioco senza allegria.

 

Camminasti fino a raggiungere la cucina.

In quei pochi secondi, l’unico pensiero inebetito, combatteva  quel sottile dolore al capo.

Mentre facevi colazione pensavi alla giornata a venire e a quella precedente.  Riuscivi a mettere in riga i pensieri con  disciplina  e , sempre attraverso questa pratica, ti forzavi a ricordare gli aspetti positivi e a cancellare quelli negativi, quasi non fossero  esistiti.

Anche questa consapevolezza fugace veniva subito cancellata per fare spazio a pensieri  direttamente governati dalla tua  volontà.

 

Tornasti in bagno per il tocco finale e ti accorgesti che non riuscivi a sostenere il tuo stesso sguardo, quasi appartenesse ad un altro, ad un essere estraneo.

Non riuscivi a sopportarne la posa fasulla , la finta sicurezza.

Ti chiedesti se anche gli altri provavano lo stesso, guardandoti negli occhi.

Pur facendo di tutto per riuscirci non potevi cacciare quel  pensiero che ti tormentava.

Era pesante da portarsi appresso; significava  dipendenza dagli altri, quando invece, spesso, decantavi con collaudata sicumera,  la tua assoluta libertà di pensiero e d’espressione.

La scelta di come sentirti ti pareva un diritto inalienabile e una solida realtà.

La tua, almeno.

 

Potevi sentire scorrere il sangue nelle vene, ordinarne gli impulsi e determinarne le direzioni.

L’autocontrollo della mente e del corpo era una severa disciplina che  esercitavi con ossessionante solerzia e  attenzione.

Il tuo sguardo esprimeva questo, ma osservando dentro lo scuro degli occhi, all’interno delle pupille, dove i contorni sfumano, ti smarrivi sentendoti defraudato e spogliato di credibilità.

Una caduta verticale velocissima dentro un pozzo nero pece, destabilizzante, senza apparente ritorno.

In questo spazio eri vulnerabile e sentivi di non poter far arrivare nessuno fino a quel limite.

 

Ripensasti ai  rapporti intimi e ritrovasti in quel luogo straniero, solo per pochi attimi, tuo padre e tua madre.

Entrambi per ragioni differenti; la mamma era  dolcezza e  verità; il papà intelligenza, come la tua, una generazione fa, tuo modello involuto.

Sembravano immortali in quella foto.

Così solidi, eppure eterei; così trattenuti, eppure straripanti felicità.

Per un brevissimo istante cedesti alla disperazione; sentivi che la differenza tra loro e te stesso, stava proprio nella naturalezza.

Loro avevano scelto di abbandonare ogni resistenza scivolando dentro la vita, totalmente.

Cacciasti furioso questi pensieri pedanti e invasivi che sarebbero stati adatti ad un bambino e non ad una persona forte e decisa, quale effettivamente sei.

Smettesti di distrarti e tornasti al presente, concreto e  impellente.

 

Pensasti a come vestirti quel giorno.

Pioveva e faceva freddo.

Ti tuffasti  nell’armadio e ti specchiasti una volta vestito.

Ok, si và.

Una pastiglia per il mal di testa; dovevi non stare male  per stare bene.

Dovevi cancellare quest’ombra di vertigine, questi pensieri squilibranti.

Intendevi riappropriarti quanto prima del sentimento da uomo-tutto-d’un-pezzo.

Pensasti per un nanosecondo che il controllo nascondeva paura e che ci doveva essere un segreto dimenticato dietro.

 

Dimenticasti il segreto dimenticato.

Anticipasti il futuro subitaneo: vedesti chiaro come un film il tuo successivo minuto di vita.

Ti saresti avviato verso la macchina; al suo interno avresti acceso la radio e scordato l’imbarazzo.

Ti saresti data un’ultima controllata e via, un’altra giornata da affrontare con ferrea volontà.

 

E così facesti.

Prevedibile, sicuro.

Dimentico del mal di testa e della foto.

 

Postato da: swcpd a 12:04 | link | commenti (3)
racconto

mercoledì, 03 gennaio 2007

Via Dante

 

 

 

         Lei stava tutte le sere al solito posto: una vietta che taglia trasversalmente due delle arterie principali di questa città, media nelle dimensioni, anche se anomala come storia e carattere, rispetto al serioso e operoso nordest.

Ogni sera, imperterrita e puntuale come una sentinella, occupava fieramente  quella strada, lunga solo duecento metri, assieme a poche altre sue coetanee.

Il mercato con cui dovevano concorrere era talmente sproporzionato a loro sfavore da suscitare, quantomeno, curiosità.

A quella stessa ora, in città, almeno altre cento ragazze di ogni razza e colore, operavano i saldi per tutta l’intera stagione ostentando argomenti più appetibili e convincenti.

Non poteva sfuggire al mio occhio, così curioso e professionalmente allenato a scovare storie, un così appariscente contrasto.

Decisi di studiare con attenzione quel fenomeno per comprenderne i segreti; doveva esisterne uno, recondito ma plausibile, da giustificare lunghe e solitarie  attese e  continui passaggi di gente che si rivolgevano a loro con espressioni ridanciane e sarcastiche. 

 

Era ovvio che il tenore di quella strada assumeva i contorni beffardi che ogni stridente contrasto, normalmente, suscita.

Anch’io sghignazzavo le prime volte, definendo quel curioso angolo di città “geronto-meretricio”, sentendomi orgoglioso di aver inventato un neologismo e anche di aver scoperto un nuovo pezzetto di umanità, anarcoide e anacronistica, decisamente fuori dagli schemi.

Era sicura fonte di ispirazione e  mi avrebbe fruttato una storia dignitosa; se condita a dovere, sarei riuscito a renderla misteriosa e accattivante.

L’avevo letto e sentito: qualsiasi scrittore aveva, in realtà, pochissime idee nel corso dell’intera esistenza,  e doveva coltivare quei guizzi geniali e rarissimi come si trattasse di merce preziosa.

Io, purtroppo, non facevo eccezione a quella regola.

Queste arrivavano inaspettate, repentine; guai a lasciarsele sfuggire. Tutto il resto, era mestiere: parole appiccicate una dietro l’altra attorno a quel nucleo illuminato.

 

La prima sera stetti 2 ore; appostato a dovuta distanza, per non farmi notare.

Esausto ma eccitato, memore dei personaggi di Chandler o Ellroy, percepivo appieno il gusto dell’avventura, quasi paragonando, ma non l’avrei mai ammesso, Mestre a L.A.

Il setting di lavoro:

-         portatile sulle gambe a prender appunti

-         telefonino

-         radio accesa

quella sera, dalle dieci a mezzanotte, in tutto due clienti.

Un giovane dall’aspetto del militare dI leva e uno sui 40, anonimo, con un’ aria che trasudava solitudine: i due, complessivamente, l’avevano impegnata 24 minuti.

Il resto della serata: una mezz’ora da sola, poi in compagnia delle sue  colleghe a intervallare  minuti di silenzio a chiacchiere estemporanee, con una atteggiamento, condiviso, di persone sagge che non sprecano fiato solo per non stare zitte.

Avevano anche dovuto faticare non poco a cacciare le avances alcoliche di   ubriachi, extracomunitari sdanarati e affamati d’affetto  gratuito.

Loro, lei in particolare, sembravano resistere e non cedere non per mancanza di cuore o di comprensione ( erano anche loro, in fin dei conti, ai margini di non ben definiti confini riconosciuti e ufficializzati dalla società): erano un’ adesione  e una fedeltà totale ad un’etica che l’esperienza millenaria insegnava loro.

Una volta rotta quella regola avrebbero indotto chiunque a ritenersi legittimato a chiedere senza dare, a pretendere senza contraccambiare.

Tuttavia, si notava la fatica a mantenere quelle leggi non scritte; col passare degli anni, tutto si trasformava in fatica, anche e soprattutto la mancanza di contatti umani.

In assenza di questi, si sa, ci si accontenta anche di quel poco che si racimola qua e là.

 

Dopo una settimana di sere noiosamente uguali nei rituali e nella frequenza delle opportunità di guadagno, decisi di abbordarla.

Non mi sentivo affatto sicuro e tanto meno adeguato. Temevo più d’ogni altra cosa di risultare sgarbato e inopportuno ma mi convinsi, facendo appello alla mia storia professionale e umana, che insegna che si è credibili solo se autentici. Avevo anche paura di essere visto e riconosciuto da qualcuno; e hai voglia, poi di spiegare.

Misi in moto la macchina,  attrezzata più da ufficio che da alcova, e accostai; la feci salire.

Lei mi spiegò subito, senza incertezze, che i lavori che faceva adesso,  erano solo di bocca o di mano; rispettivamente quindici e dieci euro.

Mi sentii in dovere di dirle che ero un aspirante scrittore con molto tempo libero e che tentavo da sempre di scrivere libri che pochi avrebbero comunque letto.

Le confessai che mi ero incuriosito vedendo una dall’apparente età di sessant’anni,  lavorare ancora.

Lei rispose con un mugugno sordo e, con l’indifferenza di chi raramente si sorprende:  mi chiese quale trattamento preferissi.

Tergiversai e ostentai un rifiuto cercando con gentilezza di non offenderla, ma lei mi guardò pigra, diresse le sue mani sul cavallo dei pantaloni e lavorò con consumata maestria, lentamente, su e giù.

M’arresi, e alla subitanea conclusione, schiarendomi la voce per l’imbarazzo e la gradevole sensazione di svuotamento, le chiesi se mi volesse aiutare, raccontandomi la sua storia.

Lei mi propose un patto: mi avrebbe raccontato la sua vita, ma ogni volta  dovevo farmi fare un servizietto, pagare la giusta cifra e dedicare all’intervista, non più di mezz’ora.

Le diedi l’ok con i dieci euro già in mano.

Lei scese goffamente a causa di quel suo corpo dilatato e inflaccidito dall’età e dallo stile di vita equivoco.

Con quel suo cipiglio stanco ma caparbio, mi promise segreti e misteri, ma anche normali vicissitudini  quotidiane.

Premise solo che il suo era una specie di hobby, una via di mezzo tra passione e abitudine dopo trentacinque anni di lavoro in strada.

Stavo per ingranare la prima quando sentii bussare al finestrino.

Era lei, voleva dirmi un’ultima cosa.

Abbassai il finestrino; la faccia di lei, larga e cadente anche se simpatica, invase con  grazia l’abitacolo.

Mi chiese se per caso non avessi voluto cominciare quella sera stessa: non mi sembrò vero e, senz’esitare, le riaprii la portiera.

Lei abbozzò un esordio di discorso e, quasi borbottando, mi disse che saremmo dovuti stare in macchina. Non perché non si fidasse; si vedeva che  ero un bravo ragazzo, anche se dall’aria  sciupata e sfigata. Ma chiarì con fermezza che da almeno quindici anni si era data quella regola, aggiungendo che non  contemplava nemmeno l’idea di andare a casa mia.

Mi avrebbe trattato come un cliente; l’avrebbe fatta sentire ancora attiva, utile, come quando consolava cuori infranti, solitari, doloranti.

Ci accordammo che avrebbero cominciato dall’esordio; lei avrebbe parlato a ruota libera, io l’avrei interrotta solo se avessi ritenuto di approfondire qualche aspetto.

Prima della fine, di comune accordo, io avrei formalizzato il nostro rapporto legalmente, assicurandole l’anonimato e  sciorinando tutti i dettagli tecnici che, per abitudine, ripetevo meccanicamente.

Mi fermò quasi subito: ok, si fidava, non mi preoccupassi; calma, tesoro.

 

All’età di venticinque anni, sposata da quattro, con due bellissimi bambini di tre e un anno, suo marito, uomo probo, disposto per indole al compromesso, ebbe un incidente.

Descrive la situazione come fosse una foto; in quel preciso momento, la sua vita, era quella foto. Un bel ritratto di quattro persone qualsiasi, di una famiglia qualunque: un archetipo cui assomigliare.

Senza dilungarsi nei particolari, sostiene che quell’evento segnò simultaneamente  la fine e l’inizio di un nuovo destino.

Prima di sposarsi aveva lavorato come impiegata e perciò decise, visti i buoni rapporti che aveva intrattenuto con l’ex datore di lavoro, di recarsi da questi per chiedergli se per caso non l’avesse ripresa.

Per farla breve, lui le propose ben altro; era davvero bella, e lui in cambio l’avrebbe ricompensata. Stordita dalla richiesta, accettò e fu, come promesso,  ripagata.

Pur non potendo sostenere di aver gradito l’insipido incontro, provò, per la prima volta allora, un sottile e vago piacere, scoprendo quanto potere avesse avuto in quell’incontro, ribaltando diametralmente i rapporti preesistenti.

Da segretaria di un ricco, stronzo e furbo avvocato, a dominatrice e padrona di un uomo inebetito dalle sue forme.

Scoprì la persuasiva possenza della natura. Scoprì che, tolta la tara moralizzatrice, la sostanza si riduceva a umori lubrificanti e mugolii recitati.

Tornò trafelata a casa e guardando i suoi figli si sentì sporca ma libera.

Il corrispettivo di un quarto d’ora equivoco eguagliava sette giorni in ufficio.

Quando  alcuni giorni dopo l’avvocato la richiamò per un lavoro, lei chiese, spiazzandolo, di che genere; alla richiesta di lui di una segretaria, lo invitò a cercarsene pure un’altra e sottintese che sarebbe stata interessata, per una cifra congrua, a ben altro.

Da allora, iniziò.

Da allora, lo decise.

In poco tempo, vista anche la sua bellezza, molti professionisti la chiamarono per consulenze di vario genere.

In qualche  mese riuscì a procacciarsi una cospicua somma che le consentì di abbandonare ogni preoccupazione di sostentamento.

Ma ormai era una di quelle; se ne rendeva conto, ma non  pativa eccessivamente per una questione che, per lei, era solo una convenzione sociale inflazionata da  moralismo  inutile.

Frequentando quell’ambiente si convinse e sviluppò una teoria che tuttora la sosteneva nei momenti più duri.

Perché lei, madre di due bambini, avrebbe dovuto farsi sfruttare da uno stato e da gente  che l’avrebbe fatta lavorare molte ore ogni giorno, corrispondendole cifre appena simboliche, appena sufficienti, quando andava bene, a mantenere la sua famiglia?

Ma un avvocato, un notaio o uno qualsiasi di loro, non vendevano una  parte del loro tempo e di loro stessi, per avere in cambio una posizione economicamente, e  perciò socialmente, privilegiata?

Ma le attrici, le cantanti, non facevano altrettanto?

A lei interessava esclusivamente dare il meno possibile ricavandone il giusto; e visto che era ben introdotta, decideva di volta in volta a quanto corrispondeva quel giusto.

Mentre raccontava tutto questo, ogni tanto sorrideva, come chi pesca un bel ricordo quasi dimenticato.

La mia auto-ufficio-alcova era diventata simbolicamente la sede di un nuovo organismo che avrebbe fondato un nuovo ordine morale, un ribaltamento  netto e logico dello status quo.

Quando lei parlava, riuscivo talvolta, tra un appunto e l’altro, ad alzare lo sguardo e osservarla. Pensavo a come si cambia avanzando con gli anni;  a come il nostro corpo muta incessantemente, seppur con gradualità, trasfigurando i lineamenti del volto, curvando le ossa, accartocciando la pelle, accorciando il respiro.

Pensai che questo era naturale e che forse serviva per lasciare un ricordo legato alla persona che siamo dentro, all’anima, piuttosto che al corpo.

Lei s’interruppe, come mi avesse letto dentro e mi chiese se avrei voluto vedere, al prossimo incontro, delle foto dell’epoca.

Provai un senso di smarrimento e gratitudine e risposi affermativamente, cercando di non far trapelare la mia commozione.

Ma me ne pentii subito; compresi che l’interlocutrice, sebbene in avanti col tempo e senza qualifica alcuna, capiva meglio di molti affermati esperti, le persone.

Mi sentii come un bambino che viene scoperto in flagranza di divieto; ne percepii l’inutilità, in quel luogo così strano, così lontano da ogni formalismo, così vicino allo sdoganamento di ogni verità.

Si stava bene, lì, con lei, nudi e fragili, senza bisogno di difendersi.

Lei controllò l’orologio e mi fece cenno di tornare in via Dante.

Stemmo in silenzio nel breve tragitto.

Non era però un silenzio imbarazzato; era, piuttosto, rilassato, non in balia del bisogno di riempire ogni vuoto.

 

Arrivammo.

Le chiesi quando avremmo potuto rivederci; lei ci pensò, perfettamente a suo agio, senza preoccuparsi di apparire supponente, come chi finge di guardare un’agenda tragicamente vuota, facendo intendere sia fitta d’appuntamenti.

Decretò solenne il giorno e l’ora.

Prima di scendere, abbozzando un sorriso, mi guardò dritto negli occhi.

L’espressione era fresca e allegra anche se ferma.

Dopo un inaspettato ma plausibile occhiolino mi disse: “ comunque non sono la più vecchia. Ce n’è una che ne ha sessantatre”.

Salutò e tornò in postazione.

Mi allontanai sorridendo: ed era solo la prima puntata, pensai.

 

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racconto

martedì, 28 novembre 2006

2° PARTE

..........................

In prossimità del casello della città, mi dice, iniziando la frase con “pensa che”, di uno dei tanti episodi.

Lei è piccola, appena più di sei anni.

Devono uscire e il padre non trova le chiavi.

Non le trova e s’arrabbia. Gli monta una rabbia cieca, senza ragioni che non siano la rabbia stessa che deve uscire come schiuma.

Cane rabbioso, vede la vittima.

Lei è stretta sulle sue spalle, sulla destra e dietro il muro adiacente alla porta d’ingresso del sozzo appartamento.

Lui prende un ombrello col manico di legno e glielo punta sulla tempia, dalla parte della testa opposta al muro.

Le intima feroce di tirar fuori le chiavi, di dirgli dove cazzo le abbia messe: DI DIRGLIELO!!

Lei è terrorizzata, muta, in black out.

Anche i pensieri lo sono, tranne uno.

L’unico sopravvissuto nella bolla vuota e nera che ha in testa.

Pensa “guardati in tasca”.

Lui, in quel preciso istante, lo fa; si fruga in tasca e ne tira fuori le chiavi che tintinnano senz’allegria.

A quel punto lui crolla.

Scivola sulle proprie ginocchia e le chiede scusa, piangendo un pianto sporco, che odora d’alcool.

 

Mentre raccontava, era quella bambina.

Mentre diceva guardando distante un orizzonte nuvoloso aveva il tono di chi non sa collocare quel terrore fuori di sé.

Tacevo, io.

Ascoltavo.

Accoglievo disgustato.

Le chiedo se in lui ci fosse mai una traccia di pentimento.

Sì, forse c’era, risponde. Ma lo dice con un tono che ne sancisce l’inutilità, il ritardo.

 

Era cattivo.

Ho ancora la cicatrice sulla fronte di quando mi ha sbattuto sull’angolo del tavolo da cucina. E un’altra, una cicca spenta sul mio fianco.

O quando mi costringeva a guardare mentre penetrava mia madre malata.

 

Concordo: lo era.

Di una cattiveria che non ho ancora conosciuto. So che c’è, in ognuno di noi. Ma non l’ho nemmeno mai sfiorata.

La nebbia si fa sempre più presente. La città è sparita, nascosta dentro quel vapore freddo.

Ci perdiamo e ridiamo del fatto che ci siamo persi.

Perdersi ha un sacco di significati, oggi.

Ridiamo, chiediamo informazioni, torniamo in carreggiata.

 

Il cimitero è grande. Immersa nella nebbia l’entrata  ci accoglie, finalmente.

Sbrighiamo le questioni burocratiche efficacemente.

Torniamo in auto leggeri.

Partiamo trovando subito la strada.

Usciamo dalla città e lasciamo là il cattivo. Non disturba più adesso. Ora si parla d‘altro e si tace, anche, senza peso.

 

La mattina sfuma ed è l’ora di salutarci.

Si fa ancora un pezzo insieme e poi ognuno va per la sua via.

Quando sono solo, penso.

La sensazione che cresce segue il formarsi di una domanda: dove lascio io tutto questo?

Non lo so, in qualche modo devo digerirlo e trasformarlo in energia. Dopo un po’ ci si abitua. E non si smette mai di vibrare ad ogni nuova emozione, pena la fine della possibilità di entrare in relazione.

 

Dalla mia, comunque, la salvezza.

Ne scrivo.

 

Postato da: swcpd a 21:02 | link | commenti (2)
racconto

lunedì, 30 ottobre 2006

La foto in bagno

 

Era mattina, l’ora della sveglia, e un cerchio alla testa lo tediava assillante.

Nella luce artificiale del bagno stava in piedi davanti allo specchio sforzandosi di  credere che l’immagine riflessa non corrispondesse al suo viso.

Quello era un volto da caricatura, un’immagine che galleggiava all’interno di una superficie chimica:  uguale ma rarefatta, precisa ma simbolica; lo specchio,  simbolo muto di fantasie per ogni età.

Da sempre.

 

 

Dietro, all’altezza della testa, la foto in bianco e nero dei genitori posta in un quadretto con  cornice marron scuro, spessa  e solida, come lo erano i lavori artigianali di una volta; pagati cari ma destinati a durare per sempre.

Erano vicini, le braccia incollate l’una con l’altra, con i volti sorridenti ma non troppo, come se anche la felicità avesse un protocollo che esigeva rispetto.

Tuttavia, abilità del fotografo o magia dell’amore che fosse, quella coppia ben assortita restituiva una sensazione irrazionale di complicità che  attirava invidia e disegnava passioni segrete e tormento.

Lo sfondo, anche se neutro come l’abbigliamento, accompagnava l’osservatore a immaginare una solida posizione sociale.

Ogni giorno il suo sguardo veniva risucchiato da quell’immagine, vecchia quanto i suoi ricordi.

Non ricordava perché era stata appesa in bagno, forse un vezzo della madre, vera artefice del riuscito stile di quella bella e antica casa che lui aveva ereditato e volentieri continuato ad abitare.

Da sempre, infatti, la foto apparteneva alla sua vita mnemonica  interiore, quasi fosse stata pensata appositamente per accompagnarlo nei suoi giorni.

Era stata scattata il giorno del fidanzamento dei suoi; dopo un paio d’anni, lui sarebbe venuto al mondo, primogenito maschio di una sorella tre anni più giovane.

 

Distolse lo sguardo focalizzandolo su di sé; pensava al mistero della natura e ai miracoli della  cosmesi moderna; dopo mezz’ora il suo aspetto sarebbe cambiato e avrebbe assunto i canoni usuali, quelli che tutti vedevano incrociandolo ogni giorno.

Si contorceva in strane espressioni  cercando minuziosamente dei segni sul suo volto, lievi imperfezioni che potessero minarne la compatta credibilità.

Compiva questi gesti con le dita che tiravano la pelle:  trasformavano i tratti somatici in improbabili maschere; forse per far risaltare la regolarità dei lineamenti, una volta terminato quello scherzetto senza allegria.

 

Camminò fino a raggiungere la cucina.

In quei pochi secondi, l’unico pensiero inebetito, combatteva  quel sottile dolore al capo.

Mentre faceva colazione pensava alla giornata a venire e a quella precedente.  Riusciva a mettere in riga i pensieri con  disciplina  e , sempre attraverso questa pratica, riusciva a ricordare gli aspetti positivi e cancellare quelli negativi, quasi non fossero  esistiti.

Anche questa consapevolezza fugace veniva subito cancellata per fare spazio a pensieri  direttamente governati dalla sua volontà.

 

Tornò in bagno per il tocco finale e si accorse che non riusciva a sostenere il proprio sguardo, quasi appartenesse ad un altro, ad un essere estraneo.

Non riusciva a sopportarne la posa fasulla , la finta sicurezza.

Si chiese se anche gli altri provavano lo stesso guardandolo negli occhi.

Pur facendo di tutto per riuscirci non poteva  cacciare quel  pensiero che lo tormentava.

Era pesante da portarsi appresso; significava  dipendenza dagli altri, quando invece, spesso, egli decantava con collaudata sicumera,  la propria assoluta libertà di pensiero e d’espressione.

La scelta di come sentirsi gli pareva un diritto inalienabile e una solida realtà.

La sua, almeno.

 

Poteva sentire scorrere il sangue nelle vene, ordinarne gli impulsi e determinarne le direzioni.

L’autocontrollo della mente e del corpo era una severa disciplina che  esercitava con ossessionante solerzia e  attenzione.

Il suo sguardo esprimeva questo, ma osservando dentro lo scuro degli occhi, all’interno delle pupille, dove i contorni sfumano, si smarriva sentendosi defraudato e spogliato di credibilità.

Una caduta verticale velocissima dentro un pozzo nero pece, destabilizzante, senza apparente ritorno.

In questo spazio era vulnerabile e sentiva di non poter far arrivare nessuno fino a quel limite.

 

Ripensò ai propri rapporti intimi e ritrovò in quel luogo straniero, solo per pochi attimi, il padre e la madre.

Entrambi per ragioni differenti; la mamma era  dolcezza e  verità; il papà intelligenza, come la sua, una generazione fa, suo modello involuto.

Sembravano immortali in quella foto.

Così solidi, eppure eterei; così trattenuti, eppure straripanti felicità.

Per un brevissimo istante cedette alla disperazione; sentiva che la differenza tra loro ed egli stesso, stava proprio nella naturalezza.

Loro avevano scelto di abbandonare ogni resistenza scivolando dentro la vita, totalmente.

Cacciò furioso quei pensieri pedanti e invasivi che sarebbero stati adatti ad un bambino e non ad una persona forte e decisa, come lui effettivamente era.

Smise di distrarsi e tornò al presente, concreto e  impellente.

 

Pensò a come vestirsi quel giorno.

Pioveva e faceva freddo.

Si tuffò  nell’armadio e si specchiò una volta vestito.

Ok, si và.

Una pastiglia per il mal di testa; doveva non stare male  per stare bene.

Doveva cancellare quest’ombra di vertigine, questi pensieri squilibranti.

Intendeva riappropriarsi quanto prima del sentimento da uomo-tutto-d’un-pezzo.

Pensò per un nanosecondo che il controllo nascondeva paura e che ci doveva essere un segreto dimenticato dietro.

 

Dimenticò il segreto dimenticato.

Anticipò il futuro subitaneo: vide chiaro come un film il suo successivo minuto di vita.

Si sarebbe avviato verso la macchina; al suo interno avrebbe acceso la radio e scordato l’imbarazzo.

Si sarebbe dato un’ultima controllata e via, un’altra giornata da affrontare con ferrea volontà.

 

E così fece.

Prevedibile, sicuro.

Dimentico del mal di testa e della foto.

 

 

Postato da: swcpd a 06:38 | link | commenti (2)
racconto

domenica, 22 ottobre 2006

(per) piacere

 

Quando ero piccola, ero molto curiosa e timida. Conservo di allora,  ricordi vividi, speciali; protezione  e calore erano sensazioni frequenti, che s’intrufolavano in ogni cellula del mio corpo,  su cui mi abbandonavo.

Mi nascondevo dietro alle gonne della mamma per spiare, invisibile, le persone.

Non potevo distogliere lo sguardo, non riuscivo a non pensare, commentare,  classificare.

La più bella donna ch’io ricordi,  a tutt’oggi insuperata, era  bruna, un po’ tonda;  di quelle  piene, prosperose, rosse sulle guance, il seno gonfio; sembrava un frutto da succhiare.

Aveva  capelli ricci, non molto lunghi,  un volto  vivo  e intelligente che io, a sette anni, fantasticavo potesse appartenere alla Madonna. Una Madonna accessibile.

Era l’unica, e lo è soprattutto adesso, ad esprimere  un’unicità, un primato di autenticità incontestabile, di nobiltà e grazia.

Per questo credo caparbiamente che la bellezza non possa avere la sua taglia; le sue curve abbondanti solleticavano invitanti pensieri, proibiti ma legittimi, che esprimevano le virtù del pezzo unico.

 

Barbie aveva gambe lunghe, un seno teso e abbondante e la sua pelle non conosceva ingiustizie. Una pelle di plastica, perfetta, immodificabile anche se finta.

Lucia a sedici anni si è rifatta il seno ed ora, d’estate, esibisce, come fosse su  una passerella, due rotondità  alla cui estremità svettano sfacciati due capezzoli che sono tanto sconci quanto irresistibili.

Una volta ho visto un documentario in cui mostravano attrici del mondo del porno  che prima di esibirsi si mettevano il ghiaccio proprio lì.

Non credo che Lucia, a scuola e in piazza faccia altrettanto, ma nel dubbio preferisco proprio non vederla.

Ormai so che i ragazzi, quasi senza accorgersene, guardano sempre lì. Come se lei fosse quello, quei capezzoli a punta: una promessa.

 

Non posso credere che dei corpi finti, dei falsi sorrisi siano diventati un punto di riferimento; la maggior parte delle mie amiche le conosce per nome: è l’era delle letterine e soubrettes varie. Non ci vorrei credere, ma la realtà in cui viviamo è questa e sembra si siano ribaltati i ruoli: la vita è lo specchio della televisione e non più, come sento dire spesso, il contrario.

Mio padre fa sempre sti discorsi e non vuole mangiare con la tv accesa. Dice sempre che ai suoi tempi i divi e le dive erano, appunto, paragonabili a divinità.

Paul Newman, Marlon Brando, Sofia Loren  ; rappresentavano assieme ad un’altra dozzina di nomi una sorte di mito inarrivabile.

Erano creature che vivevano sull’Olimpo, o meglio, sulle colline di Beverly Hills e rappresentavano l’universalità  dei canoni di bellezza dell’epoca; più o meno dice così e forse ha ragione.

Io vorrei dirgli di venire a scuola o in piazza.

Di ascoltare, di guardare.

E’ una corsa in cui si perde comunque; c’è sempre qualcuno di più bello, più figo, più ricco, più magro. Maschi o femmine, non fa differenza.

E se ci sono quelli di più, ci sono anche quelli di meno: io.

 

Mamma mi capisce, sa che non faccio apposta. Mamma sa che sto consumando  corpo e  ragione, e che quest’ossessione ha la dignità di una malattia, che non mi invento sempre tutto.

Mamma piange con me, nella mia camera e in ospedale. Quando mi lava in vasca mi accarezza dolcemente, per paura di rompermi, mi dice.

Anche dai dottori mi sento rispettata.

Purtroppo questo non significa che riescano a comprendere e condividere fino in fondo il mio desiderio di non avere imperfezioni, carni flaccide, seni cadenti.

Loro non possono essere dietro ai miei occhi quando mi specchio, e vedere quel che io vedo.

 

Quando guardo le altre ragazze riesco ad accettare e capire anche le più brutte, le più ridicole.

Il problema lo sento su di me; sul mio corpo, sul mio cuore.

E quando mangio reagisco in modo espulsivo.

Rigetto.

Certe volte riesco a dimenticare come sono e viaggio con i desideri e le voglie. Mi vedo lontana da qui, con gente come me.

Certe volte non riesco a sentire alcun interesse e mi abbandono a questa malinconia. Faccio fatica e non capisco:  qual è il segreto che ho dentro e che devo affrontare?

La gente mi fa paura e non mi sento mai all’altezza. Mi dicono sempre che quasi tutti si sentono così e che questo è un problema superabile.

Mi dicono che se continuo così rischio molto.

Il mio fisico indebolito me lo dovrebbe suggerire ma la mia testa comanda al corpo di espellere, di non accettare niente.

Vorrei sparire per diventare ricordo.

Per questo, da quando ho raggiunto i pochi chili che peso, mi nutrono con i flebo.

Ho fatto un patto con me stessa: capirò  dal momento stesso in cui sentirò che anche loro accettano e capiscono me.

Ne ho bisogno.

Postato da: swcpd a 09:06 | link | commenti (2)
racconto

giovedì, 31 agosto 2006

RITARDO

 

 

Ritardo!

Sempre in ritardo!

Ti sei alzato, hai fatto colazione, lavato e sbarbato di corsa.

Volto contratto da una smorfia che tende al sorriso per coprire l’affanno.

Hai una faccia da presentare alla società, pensi.

Hai una società  impresentabile che ti aspetta, pensi.

Tutti fan finta di non far finta, pensi.

Apri la porta di corsa tiri fuori le chiavi dai almeno due giri infili le chiavi nello zaino  fai i gradini quattro alla volta.

Fuori del portone uno strato invisibile d’aria che puzza di minestrone e mandorle e fumo grigio e nero e veleno e truffa e profitti sbattuti addosso con indifferenza in faccia a chi abita con te a Marghera.

Guardi a sinistra direzione da cui proviene il pachiderma arancione che si farà acciuffare se corri corri corri veeloooce.

La porta s’apre e tu sali ansimando trovi il posto e ti siedi e senti che l’alchimia tra il caffè e il dentifricio e lo sfrigolio doloroso del rifiatare ti rende un essere poco presentabile per almeno altri cinque minuti.

Tiri fuori dallo zaino il tuo libro che parla delle molteplici concezioni e pratiche della meditazione nelle diverse religioni che abitano questo triste mondo.

In tutte nessuna esclusa pur con le differenze basilari che intercorrono tra queste c’è il dettame che il continuo fluire dei pensieri crea inutili ansie.

Ed è sempre e comunque un’ansia inconsistente ed inutile in quanto il loro continuo fluire ne produce una quantità tale da palesare l’ iniqua inconsistente inutile identità di ognuno di essi.

Pensi che sia vero e giusto e  la schiavitù che ti schiaccia e costringe a rincorrerne il flusso inarrestabile sia il segno dell’inutilità di una vita all’insegna di una malinconica inutilità.

Decidi di stare all’erta.

Decidi di assecondare al detto della cabala ebraica che sostiene  “attenzione è  potere”.

L’attenzione.

Attento a quel che succede.

Il primo pensiero arriva alla partenza del bus e dice che questo è un rumore infernale e indegno e che le linee che arrivano in periferia hanno sempre i mezzi più vecchi rumorosi e dolorosi di rassegnazione e impotenza.

Il secondo ti chiede se hai dimenticato qualcosa o invece se hai tutto a portata di mano compresi telefonino e agenda e libro e abbonamento e libretto sopra cui scrivere i tuoi pensieri.

Il terzo pensiero fa una dettagliata relazioni di tutti gli utenti seduti attorno a te privilegiando i commenti sulla loro estetica e affidabilità e provenienza etnica e di quanto questo quartiere sia una meravigliosa miscellanea di gente d’ogni tipo e ogni dove e lingua e colore e che la globalizzazione è qui manifesta evidente e colorita .

Il quarto si perde nel chiacchiericcio incomprensibile dei due bengalesi seduti vicino a te e dell’odore speziato che i loro indumenti emanano.

Il quinto prende nota dell’odore  e fragore  del gruppo di zingarelli turbolenti che hanno tutti le facce sporche e un sorriso pulito e malizioso insieme.

Il sesto e settimo e ottavo e via all’infinito.

Gli occhi tornano sul libro dopo un paio di minuti.

Pensi che hai interrotta la lettura per seguire i tuoi pensieri.

Ti chiedi perché ma non sai rispondere.

Sale un gruppo di studentesse che ciancia di amori futili e appena s’accorgono dei bengalesi e degli zingari circondano la tua postazione portandoti dentro il loro ragionare di ragazzi e letterine ed eroi della televisione e inutili facezie indispensabili.

Tendi lo sguardo oltre il cicaleccio del gruppuscolo e lo posi sui sedili appena dietro e scopri che delle due ragazze sedute una sta leggendo una rivista che racconta l’intreccio di coppie di personaggi dello sport e della televisione.

Chissà cosa ci sia da leggere e come si possano scrivere articoli di questo genere, pensi.

Deve trattarsi di una sorta di trasfigurazione proiettiva per cui non potendo vivere vite che abbiano un qualche senso e ragione e bontà si sogna di altre vite che profumano di moda che hanno denti bianchi e seni sodi e belle macchine e ristoranti carissimi e compagni e compagne che sfilano in tivù commentando la tivù e le imprese eroiche di una serata divertentissima che non conosceranno mai.

Basta!

Ti alzi e raggiungi il centro dell’autobus in prossimità della porta di discesa.

Schiacci il pulsante della richiesta di fermata.

L’autobus rallenta a scatti da cambio automatico e apre la porta con uno sbuffo meccanico.

Ti guardi attorno.

Guardi le facce e alcune di queste restituiscono lo sguardo.

All’improvviso urli forte.

Fortissimo.

Urli fino a che ti brucia la gola.

Urli fino a consumare il respiro e la voce.

Urli fino a che i pensieri zittiscono e svaniscono confluendo anch’essi in quell’urlo paradossale e scandaloso anche se lecito e leggero.

Le facce ti guardano sgomente.

Quelle facce avranno qualcosa di vero da raccontare stasera, pensi.

Poi scendi e ridi un riso spontaneo.

Senti l’accelerazione catarrosa dell’autobus di periferia riempire l’aria di rumore e puzza.

Il primo pensiero a bus partito è: “cazzo avrò lasciato il segno nel libro?”  

 

Cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 08:49 | link | commenti
racconto