"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
f krauspenhaar
GEMMA
anfiosso
ansa
beppe grillo
brizzi
carmilla
corriere
costituzione
costituzione europea
etimo.it
euronews
ferrucci
frieda
g genna
gino tasca
i tarocchi di osho
indiessolvenza
jacopo fo
kimota
krishnamurti
l''inchiostro di gloria
lorenzo galbiati pistorius
lucioangelini
mardin
maroccolo
mia hoffman
nazione indiana
osho
parole non stabili
primo amore
repubblica
rododentro
s maistrello
tashtego
toporififi
vibrisse
wikipedia
visitato *loading* volte
L’altra sera mentre portavo fuori cagnona con Au, lei mi diceva di quanto fosse contenta, tutto sommato, di essere tornata a casa. Dopo due settimane, seimila chilometri Italia-Fracia-Spagna e ritorno, sentivo di capirla. Ma siccome mi pareva servisse un papà saggio, che ha sempre qualcosa da dire, pur sapendo che si deve anche saper non dire, ho sfoggiato l’aforisma qualunquista: “sai Au, c’è chi dice che è bello viaggiare, a maggior ragione se si ha un posto in cui tornareâ€: la fiera delle ovvietà ! Mentre le dicevo questo, cagnona si riprendeva gli odori e gli umori smarriti in quindici giorni passati nel pensionato per cani, le zanzare ci giravano intorno fameliche, i grilli cantavano, le stelle ci guardavano, la luna splendeva sovrana, il cielo scuro ci proteggeva marziale e dolce insieme. Avevano tagliato una porzione di prato da poco e il profumo di erba completava il momento bucolico. Tutt’attorno le case, con la loro volgarità necessaria, con la loro inerte animosità . Oltre a noi, nessun altro. C’è stato un momento in cui i ruoli, il nostro dover essere padre e figlia e lavoratore e studentessa e artista mancato e potenziale artista, e altro ancora con cui ci collochiamo nel mondo, svaniva nel suo evidente non bisogno alcuno. Guardavo le case, pensavo a me padre e a me figlio, al tempo che avanza oscillante, alle sue curve ondivaghe, alla convenzione di cui è vittima suo malgrado. Pensavo che sono nulla più di un padre discreto, così come lo sono stato in qualità di figlio. E anche mia figlia è nella media; e intravedo in lei la stessa inquietudine che mi ha abitato e sviato in gioventù. Quel tipo di inquietudine che non è possibile evitare, bypassare, che ti costringe a esperire, per imparare. Quell’inquietudine superata la quale la realtà e la verità si vestono a nuovo e si rivelano nella loro intrinseca impossibilità ad essere altro da quello che sono: inafferrabili, complesse, semplici, lineari, misteriose, cristalline. Passato quel momento di vertigine, di bellezza profonda che non si riesce a trattenere ma al più vivere quando c’è, siamo tornati al solito modo, al solito dire, al solito gioco di ruoli. Sono stato travolto per un attimo dalla paura della schiavitù delle abitudini, della rassegnazione, della piattezza. Ma poi anche questo è passato, lasciando posto al solito modo, al solito dire, al solito gioco di ruoli. Se penso ai momenti in cui la vita si rivela straordinariamente viva, penso ad un continuum. Se penso alla nostra capacità di abbandonarcisi, penso alla paura. Se penso alla paura, penso alla morale. Se penso alla morale, penso alla castrazione. Se penso alla libertà , semplicemente mi vergogno di rifuggirla così spesso per adattarmi a quel che si deve, invece di curare quel che si è. Dico ad Au che viaggiare insegna a imparare. Imparare la libertà che ci manca. E che forse non ci manca mai abbastanza.
Sabato parto per le ferie. In Spagna con un furgone, due nuclei per un totale di sette persone, di cui: due donne, due uomini, un adolescente, due bambine. Tragitto: prima notte Marsiglia, poi Madrid, Granada, Siviglia, costa – non ancora deciso -, ultima notte Marsiglia e poi ritorno, in tutto due settimane. Una vacanza forse faticosa. Vedremo. Lettura di venerdi 22 giugno spostata al 21 settembre. Per questioni tecnico-strategiche. Meglio così, a mio avviso, che sono il fautore dello spostamento. Nel frattempo, settimana ferragosto, saremo al rifugio Alpe Madre, sul Monte Grappa, per una lettura. Ripetiamo esperienza dell’anno scorso: una serata indimenticabile, intima, sottilmente travolgente. Stamattina sono venuto a Venezia con la moto. E anche stamattina, come ogni volta, non appena inizia il Ponte della Libertà , alzo la visiera del casco. È un movimento spontaneo, un automatismo comandato da dentro. Mi sono accorto di avere bisogno, non appena mi è possibile, di respirare l’odore di salso del mare. Evidentemente da quando abito fuori Venezia mi manca. Fatte fuori le dipendenze, raggiunta l’essenza, spogliato dal bisogno di anteporre scuse, quel che rimane è un insieme di elementi primordiali. Uno dei miei è il mare, l’acqua salata, che avvolge, attira, lascia uno strascico umido, convince con la pratica che in lei ci si può solo abbandonare, non opporre, che porta a galla l’inutile, che ridimensiona le distanze, che induce a considerare la finitezza, infinita. Il liquido, elemento ancestrale che segna l’inizio. E come mi piace immaginare essere, la fine.
Il bosco che costeggia il fiume è sfiancato dal temporale e da tracce di incendio. Profuma e puzza in modo selvaggio. L’odore di bosco bagnato, rigoglioso, inebriante, convive con la sua cenere, i suoi tronchi e arbusti morti. Non riesco a capire se si tratta incendi spontanei o dolosi: le parti bruciate sono discontinue, circoscritte a piccoli pezzi di terreno. Sembra di camminare vicino ad un posacenere pieno di sigarette bagnate. Ci sono pezzi interi d’albero a intralciare il sentiero, talvolta a interromperlo; bisogna per forza saltare tronchi e rami se si vuole procedere. Gli uccelli tuttavia non sembrano soffrirne e cantano. Nel silenzio della mattina, si sentono solo loro. Come sempre cado nella tentazione di fischiare assieme a loro, credendo mi rispondano. Mi sembra che ad un mio fischio elaborato, rispondano con una vera e propria composizione musicale di pochi secondi, come a ribadire una supremazia che è nei fatti. Infatti taccio. Lascio fare. Temo, da stupido quale sono, di disturbare qualche loro comunicazione; immagino un maschio che canta ad una femmina e che si distrae interpretando i miei tentativi come una sfida. Interferenze. Penso a questo, a come si interferisce di continuo. E come questo condizioni lo stato delle cose, modificandolo. Senza scomodare grandi teorie, mi limito a tacere e proseguire per il sentiero. Sto bene qui. Così bene che non posso non cercare una ragione. Penso alla mia infanzia e gioventù. Andavo in montagna in vacanza per almeno due mesi all’anno fino ai sedici anni; poi, per almeno un mese l’anno, fino ai venti, pur cambiando zona e abitudini. E quando sento questi odori, cammino su questi sentieri, ascolto questi rumori, mi si riaprono parti di memoria sopite. Quasi tutto quel che è bosco, è per me felicità . E nei secondi vent’anni ci sono andato così poco, che ho cercato la felicità altrove. Si ha bisogno di felicità se si pretende di accettare quel che la vita offre. Prendo tutto, io. Faccia al vento, senza riparo, senza nascondermi. Ma spesso ho trascurata la semplicità , il bisogno e la gioia di stare nel bosco almeno un po’. Poco tempo fa sono tornato al Lido di Venezia. Una pausa di lavoro che mi ha portato a passeggiare fino a raggiungere il mare. Le spiagge erano ancora chiuse e c’ero solo io, qualche gabbiano, qualcuno con il cane e qualche maratoneta che si allenava. Appena arrivato ancora quella traccia, quel gusto di buono che mi abitava. E anche lì, come nel bosco, un’altra traccia di elementi di cui ho bisogno per vivere frammenti di felicità senza scopo, senza secondi fini e teorie. In me ci sono rumori, odori, colori che dormono e che quando si risvegliano mi fanno bene, mi accarezzano, mi riportano in me. Là dove non si pensa, non si teorizza, non ci si maschera. Là dove, semplicemente, si esiste.
Si parlava con M, amico con cui stiamo proponendo i recenti reading, di scrittura. In particolare di scritti pesanti e leggeri. Io scrivo pesante, scrivo parole dal peso specifico notevole. Non sto parlando di qualità – l’elemento più opinabile e soggettivo-, ma di attribuzione di significato e significante. Cosa significa “scrivere pesante?†Mi è stato chiesto di scrivere un racconto che avesse come tema Venezia e il cibo. C’ho pensato, e l’unico nesso che mi è venuto in mente nel poco tempo avuto a disposizione, è stato un racconto che parla di un padre che va a trovare la figlia ricoverata in ospedale per anoressia. C’è un tragitto a Venezia, qualche rimando al cibo. Il committente ha letta la bozza e ha più o meno detto che l’argomento c’entra, ma rimane sullo sfondo, e che è un racconto un po’ pesante. Siccome si dovrà leggerlo una sera d’estate, teme si possa rovinare il clima leggero che comunemente ci si immagina aleggiare in una serata in cui l’argomento per cui si presenzia è il cibo. Questo è quel che penso io; lui non l’ha detto. A tal proposito gli ho chiesto di dirmi con franchezza quel che pensa a riguardo. Richiesta, la mia, a dire il vero forse un po’ troppo fuori luogo. Come potrebbe dirmi che non gi piace, anche fosse? Che già farà caldo- il caldo umido di Venezia sa essere vigliaccamente efficace nel tagliare gambe-, e anche per questo, a maggior ragione, gli risulta difficile pensare mi si ascolti leggere parole che fan venire due palle così! E anche questo lui non lo dice. Lo penso io, da dilettante impegnato. Un mio caro amico, convinto delle mie doti, da anni cerca di convincermi a scrivere un romanzo. Lo vedrebbe bene in stile anglosassone, inglese in particolare – vive appena fuori Londra -, di cui legge e apprezza i romanzi . Un genere che amalgami storie attuali e magari anche pesanti – mi vuol bene, è disposto a venirmi incontro – con quello stile leggero, che amo anch’io, che li contraddistingue per leggerezza e ironia mai sopra le righe. Da altrettanti anni gli spiego che mi piacerebbe, ma che non ne sono capace. Che la mia misura è il racconto perché ho il fiato corto. Che le mie storie sono concentrate, che i miei pensieri sono un po’ stitici e che non vedono che poche pagine per essere raccontati. Mica si è arreso. L’altra sera mi chiama e mi annuncia che sta per scrivere un libro, raccontandomi la trama: è una sua vecchia idea, che mi piace molto, e lo sa, con cui mi aveva tentato un paio d’anni fa e che io non ho concretizzato. Il suo tono, avevo l’impressione, mi sembrava quello di chi sta offrendo all’altro un’idea che di suo funziona e che ha bisogno solo di un po’ di mestiere per essere sviluppata. Torno all’inizio del discorso: cos’è una scrittura pesante? L’idea che ho maturata è che pesante possa essere l’argomento. L’unico argomento di cui so scrivere- e ribadisco: senza attribuire a ciò alcun giudizio positivo o negativo-, riguarda la condizione umana nei diversi frangenti di vita. In particolare, quel che succede dentro, in un qualsiasi contesto. Sono uno che scrive cose che fanno due palle così. Ma non ho scelta: non so fare altro che scrivere così. Per ora. Scrivere l’elogio alla pesantezza.
Lunedi dovevo andare a fare una gita in montagna ma poi per motivi ics non sono andato.
Poi dovevo fare le prove qui a casa per la lettura, col leggio e col tono giusto, ma non le ho fatte per non so dire se stanchezza o non abbastanza convinzione.
Altra cosa che dovevo fare, era la cernita di cassette audio che stavano da mesi in scatole, in garage, inutilizzate. E questa l’ho fatta.
In questi giorni, con l’avanzare della temperatura mite, c’è anche il cambio del vestiario.
Qui di fianco, nella stanza definita “ufficio”, dove tengo libri, dischi, scarpe, computer e varie, c’è il disastro. Più del mio solito, ordinario, casino.
Ci sono quattro o cinque contenitori di vestiario e copriletto. Due borse straripanti di audio-cassette e qualcuna di queste ancora buttata sul parquet.
Mentre stamattina operavo la scelta- ne avevo tre-quattrocento, ne terrò un decimo-, passandole una ad una, venivo man mano colto, preso, invaso, dalla consapevolezza che quello che stavo scartando era una buona parte della colonna sonora della mia vita.
Vent’anni di vita, in quelle canzoni, viene in parte sostituita dai cd- ne avrò altrettanti-, ma solo metà è sempre la stessa musica; l’altra metà, scomparirà.
In parte perché non riuscirei più ad ascoltare certa roba, appartenuta alla furia dei vent’anni, in parte perché rappresentava una maniacale rappresentazione di condivisione di specie- chi ascoltava certi gruppi relazionava con gente che faceva altrettanto- cui non appartengo più, per ragioni anagrafiche, di gusto, di bisogno di scegliere.
Mi pare che a livello di memoria, il senso più duraturo sia l’olfatto: ci ricordiamo gli odori anche dopo decenni, e questi scatenano subitanei i collegamenti con una determinata circostanza passata.
Ma vedendo questi nastri e non avendo voglia di annusarli, il senso che più ha prevalso è stato quello dell’udito: le guardavo – senso della vista- e associavo me stesso alla circostanza in cui le ascoltavo.
Quello che più mi ha colpito non sono quelle che ricordo e ascolto ancora: Smiths, REM, Sylvian, Waits, Cave, Tindersticks, e altri che ho anche in cd o in formato mp3, ma quelle che avevo quasi dimenticato.
In questi ultimi anni la musica ha fatto meno parte della mia vita. È più che altro un sottofondo; non più la protagonista assoluta, quella che contribuisce a determinare la mia identità. Non sono più aggiornato, non leggo riviste, non sopporto quasi più quella che viene dal circuito che un tempo amavo, sono totalmente indifferente ai look filo-musicali.
E nemmeno mi manca tutto ciò.
Il filo di nostalgia che mi ha provocato, ha origini diverse.
Non è nemmeno il timore di invecchiare, la crisi dei quarantenni, una parentesi depressiva temporanea di un tempo perduto.
Credo che, come ogni questione recente, riguardi piuttosto alcune persone che allora c’erano e oggi non più.
A tal punto che mi sono scritto su un foglio alcuni titoli da scaricare con e-mule, giusto per averli in lista, giusto da usare quando scriverò quelle pagine sull’assenza che da tanto ingombrano con la loro presenza.
Il tempo, inteso secondo l’accezione comune a tutti, è destinato gioco forza ad avere un inizio che prelude alla fine.
Immagino che l’importante sia quello che riusciamo a farne durante, tra quando inizia e quando termina.
E una buona colonna sonora aiuta a sottolinearlo.
In questi giorni stiamo facendo le prove per la lettura di sabato 14.
Si lavora sulle musiche - ma ci vorrebbe un fonico che faccia gli intermezzi e studi al secondo quale pezzo e in quale momento, e di noi tre, uno manca all’appello -, sui testi e sulla lettura – di cui, gli altri due, gli autori, tra cui anch’io, possiamo e vogliamo intervenire, tagliuzzando di fino, e talvolta di grosso-.
Il problema maggiore è la lettura, in quanto non siamo attori. Io leggo con un pesante accento veneziano, l’altro con l’eredità romana che arrotola le parole.
Il tutto con non troppa enfasi e con il massimo di professionalità che dei dilettanti del palcoscenico possono avere.
L’esibirsi in una lettura dei propri testi è esperienza eccitante. L’abbiamo già fatto altre volte e ogni occasione è una festa dei sensi.
Questa volta abbiamo cambiati i testi per metà. Rispetto alla prima volta, non ne è rimasto uno di uguale. In più, per un paio di racconti – sono quattro in tutto, due ciascuno – dietro di noi verranno proposti due video inerenti gli argomenti trattati.
Gli altri due, esordiscono sul palco, e sono fonte di dubbi e timori.
Il pubblico ha sempre apprezzato e questa volta, forse più di altre, siamo carichi di aspettative.
L’invito è quello di venirci a vedere, e se qualcuno che legge il blog e non conosco di persona fosse presente, di presentarsi a fine lettura.
A giorni sul sito del CZ 95 dovrebbero esserci i dettagli.
Quello che vorrei sapere è cosa si dice un attore prima di affrontare la scena. Ricordo quando anni fa un amico attore portava in scena i miei testi e li leggeva con una tale grazia, un tale trasporto, che quasi non li riconoscevo.
Il confronto è inevitabile e tragicamente perverso: la mia lettura non regge il confronto in termini di prestazione.
Ma è così emozionante, così salvifico, così metaforico essere lì, davanti a persone che son venute apposta per ascoltare le tue parole, che si attendono da queste un qualche cosa, che ho deciso di farlo io, pur sapendo che quelle mie stesse parole, che mi son costate fatica, che hanno una loro storia, un loro significato, in mano mia, pronunciate dalla mia voce, violentate dalla mia dizione, violate dalla mia imperizia, ne usciranno malconce.
Cinque righe colme di virgole, intricate, contorte, per giustificare l’ego che trionfa.
Ieri sera portando fuori Sara, la mia cagna segugio- segugia me lo mette come errore - , vedendola godere dei suoi momenti di felicità, sentivo che l’uomo, inteso come razza tra gli esseri viventi, tra queste, è la più barbara.
È un cane di taglia media e sta in appartamento, durante la settimana, almeno venti ore. Il sabato e la domenica, sta fuori più a lungo.
Essendo un cane, avendo come istinto primario quello di cane da caccia, trova fuori casa, tra i prati dove la porto, i suoi momenti di benedizione.
Quando fiuta qualcosa, mi è sembrato di capire talpe e conigli, seguendo una traccia sotterranea invisibile, abbaia e muove la coda con trasporto, quasi staccandosi dal contesto terreno. Annusando il terreno, la terra, trascende, e abita una sua dimensione di perfetto equilibrio naturale.
Ieri sera non riuscivo a non osservarla. Se non piove, come oggi, la seguo in mezzo al campo e mi ci faccio condurre, in quei percorsi di trionfo dell’istinto ancestrale, così lontani da quelli cerebrali cui siamo abituati.
Quando cammina sul marciapiede ha la coda a mezz’aria; non appena scende sull’erba, la erige fiera come un fallo.
E mentre gironzolavamo tra l’erba, notavo quante carte di merendine, vasetti in plastica, pezzi di polistirolo, ci sono.
Ammiravo la sua non curanza; detestavo la nostra.
L’altro giorno davanti a scuola di Au, mentre aspettavo che uscisse, una mamma, faceva una battuta circa la possibilità di calpestare una merda, riferita a noi, io e Sara.
Non sono moralista ecologista. Non sono “ista” di niente. Ma non ci si scandalizza dello sfacelo con cui ogni giorno contribuiamo a distruggere con comportamenti stupidi il posto in cui viviamo, ma ci preoccupiamo di calpestare una merda.
Siamo quello che ci meritiamo.
Moriamo come siamo vissuti.
E i cadaveri in decomposizione puzzano.
Ieri sera vado in un centro commerciale.
Entro in un negozio di quelli grandi che appartengono alle catene specializzate in elettrodomestici ed elettronica. Devo cambiare computer e chiedo ad un commesso addetto alla vendita, di contribuire a rinforzare la sensazione che ho di me, circa quel fenomeno chiamato analfabetismo di ritorno.
Lui mi asseconda con gentilezza, confermandola.
La sensazione è ora certezza.
Una certezza con cui si può comunque convivere.
Come quando leggo un bel libro e mi rendo conto che sono solo una scoreggia evanescente in balia dell’umore, che è in fin dei conti nient’altro che un fenomeno chimico, che passerà, come tutto, senza lasciare traccia.
Leggendo bei libri, quell’uomo che scriveva quelle righe qui sopra, si sente ancor più incerto che ne valga la pena.
Ma poi s’attacca allo stesso principio di transitorietà, e se ne fotte.
Sono poi andato a fare la spesa e siccome ultimamente ho spesi un sacco di soldi, ho deciso di concentrarmi soprattutto sugli articoli per cani. Faccio una bella scorta di scatole di cibo, prendo un collare antipulci, uno shampoo a secco, ecc. poi verdura e frutta, pane, parmigiano e vado in cassa.
Al momento di pagare, non trovo il bancomat.
Cazzo, non torvo il bancomat; ti lascio qui la spesa e torno a cercarlo, dico alla cassiera.
Torno in macchina: no.
Nel negozio del mio palese analfabetismo: no.
Torno in cassa e seleziono un decimo della merce pagando in contanti. Ho tutta la solidarietà della cassiera.
Vado alla reception dell’iper e racconto di aver smarrito o subito un furto d bancomat e patente – sì perché c’era anche la patente nello stesso astuccio-. Le signore e ragazze receptionist, mi guardano con amorevole comprensione.
Torno in macchina e prendo le strade provinciali perché a Mestre, dalla mattina, è tutto bloccato e le code raggiungono e superano i dieci chilometri.
L’ultimo pezzo, un paio di chilometri da San Donà, per fare un paio di chilometri, impiego quaranta minuti.
Ma non riesco ad arrabbiarmi.
Mi sento solo stanco.
Arrivo a casa, mangio, doccia.
Porto fuori Sara, noto la sporcizia, torno a casa, vado a leggere cinque minuti a letto, poi crollo in un sonno d’emergenza.
Stamattina vado a denunciare ai carabinieri il fatto. Il bancomat l’avevo bloccato ieri sera.
Il carabiniere mi guarda strano. Sì, sono strano, soprattutto agli occhi di un carabiniere che strano non è.
Ma non ho più l’età perché questo mi condizioni e gli rispondo che non posso sapere se ho smarrito o subito un furto perché se lo sapessi lo direi. Quel che so, è che non ho più bancomat e patente.
Oggi pomeriggio mi chiama P e mi dice: indovina cos’ho trovato in macchina?
Io le rispondo: bancomat e patente, of course.
Lei che ieri sera era così in ansia.
E che pensa sempre che io non lo sono mai, nemmeno quando ce ne sarebbe bisogno.
E non perdo nemmeno più tempo a spiegarle il mio sentire netto e preciso quel senso di impermanenza e che perciò non mi viene di preoccuparmi.
Forse, dopo tanti anni, se ne ha due palle così delle palle che gli altri si raccontano per sopravvivere.
Siamo merde egoiche impermanenti.
Da due settimane ho una cagna.
Da due settimane, in qualche misura, questo evento ha portato cambiamenti, significativi o meno, nelle abitudini della mia vita.
Lei si chiama Sara, nome che abbiamo deciso di adottare assieme ai quasi venti chili di peso, il pelo riccio, il terrore, gli occhi espressivi e comunicativi, che fanno di lei la somma complessa che ogni essere vivente, è.
L’abbiamo adottata leggendo un annuncio con annessa foto, nel quale si annunciava la sua bontà e dolcezza, oltre che bellezza.
Ha poco più di un anno, è stata maltrattata pesantemente e questo l’ha segnata.
È un segugio italiano a pelo forte.
Ai limiti per il mio appartamento: ma sarà sempre meglio qui di dov’era prima. Era scappata: l’hanno trovata in condizioni pietose in campagna con la catena spezzata.
Qualsiasi rumore improvviso le fa fare un salto di spavento. Atteggiamento, ho pensato, di chi si aspetta solo il peggio.
Già dai primi giorni, quando la portavo fuori, provavo, oltre ad un grande affetto- forse prematuro ma chi se ne frega-, anche gratitudine.
La prima settimana è stata difficile perché lei, talmente sconvolta, cagava e pisciava in casa. Ma quando la portavo fuori, da quel punto di vista inutilmente, sentivo i benefici che ne traevo io.
La mattina ci si alza presto, il pomeriggio appena arrivati a casa, la sera dopo cena; il tutto, in funzione del soddisfacimento dei suoi bisogni.
Ma torno alla gratitudine.
Domenica scorsa mi sveglio alle sei. Di mattina, per capirci.
Mi sveglio e se pur tentato di tentare di riprendere sonno, decido invece di scendere e di portarla fuori.
Così ho fatto.
Siamo usciti alle sei e un quarto e ci siamo diretti alla scoperta del Piave.
A circa un quarto d’ora a piedi da casa mia, ho scoperto, c’è un accesso al fiume. Su due livelli: l’argine alto, o il sentiero che costeggia il fiume per molti chilometri. È da quando abito qui, ormai otto mesi, che mi dico che ci devo andare, ma non l’avevo mai fatto.
E alla sera, dopo cena, ormai c’erano i soliti riti costretti dalla fatica. Cena e poi un po’ di computer e poi lettura a letto. La televisione ormai bandita, riconosciuta come superflua.
E adesso invece dopo cena le metto il guinzaglio e la porto a spasso.
E dopo mesi– mi verrebbe da dire anni ma me ne vergogno- ho riviste le stelle.
Le prime sere camminavo con la testa inclinata per guardarle.
Una meraviglia uccisa dalle abitudini.
Da quando c’è Sara, ho meno tempo per me.
Da quando c’è Sara, quel tempo perduto, si manifesta in tutta la sua inutilità.
Sono grato a me che ho preso Sara forse, anche, per questo.
Per uscire dal circolo vizioso delle abitudini trasformatesi in dipendenze.
Per godere del silenzio del mattino, del canto degli uccelli, dell’erba bagnata; per la meraviglia delle stelle, la profondità del buio del cielo notturno; per la quiete che sento facendo quello che avrei voluto ma non riuscivo più a fare.
Anche e soprattutto- visto che qui ne scrivo- la giusta distanza e misura dal blog.
E a proposito, un avviso:
sabato 14 Aprile
al CZ 95 delle Zitelle
Giudecca Venezia
Io, Marco e Renzo, proporremo un reading multimediale.
Ne darò notizie più approfondite nei prossimi giorni.
Anche oggi giornata piena e varia.
Accompagno Au a scuola in bici, ognuno con la sua. Si parla un bel parlare, pieno d’attenzione come si fa quando ci si misura; io lo faccio con lei, lei con me.
La comunicazione implica reciprocità, sempre.
Torno a casa giusto il tempo per uscire subito dopo.
Telefonate, lettura, organizzare la giornata in testa incasellando gli impegni.
Vado in casa di riposo di mia nonna, a Venezia. Una Venezia lontana da dove arrivo con l’autobus. Da casa, se i mezzi concordano, ci metto tre quarti d’ora; col traffico, un’ora quando va bene.
Arrivo e trovo lì anche mio padre. Il poco tempo che ho, cerco di sfruttarlo e mi tocca usare sofisticherie per fare di un appuntamento, una doppia possibilità d’incontro.
Facciamo due chiacchiere girando per il giardino in senso orario con la carrozzina che ospita mia nonna. C’è un bel sole che scalda, un cielo splendente, e l’erba è curata e lucente. L’ambiente è quello che ci si aspetta: vecchi impegnati a affrontare l’inutilità del tempo, nostalgie troppo lontane, sospiri brevi e frequenti, rughe sputate su volti che han dimenticato se stessi.
Venir estirpati da casa propria e messi là, in balia dell’umore di gente frustrata – conosco l’ambiente – dal doversi misurare con la fine imminente, e aspettare qualcuno che venga a trovarti per non far morire la speranza che sei stata persona, è crudele e privo di senso.
E io, che penso a questo, sono come quelli che ammettono un simile sistema, che toccherà a me e a molti altri, e non ho l’energia per urlare che questo E’ UN SISTEMA DI MERDA E QUINDI LO SIAMO ANCHE NOI: ognuno di noi è una parte del sistema, e togliersene è un imbroglio che si perpetra su di sé.
Che urlo. Ho perfino mal di gola!
Poi saluto, devo andare.
Là vicino - che gioco d’incastri, eh – c’è la scuola elementare in cui m’attende una riunione.
Siamo tre sistemi che s’incontrano facendo un tentativo di condivisione: il soggetto è un ragazzino di quinta.
Le insegnanti, la psicologa della neuropsichiatria, servizio sociale.
Io sono là perché seguo il ragazzino. Sono chiamato a dire la mia: quello che vedo dal mio ambito.
Quel che vedo dal mio ambito è rabbia pura, tenerezza, bugie, parolacce e parole dolci. Vedo un corpo gracile e minuto contrapporsi a un mondo grande e infelice.
Vedo poche ore rispetto alle molte di ogni giorno.
Cosa volete che veda, che dica, che faccia?
Cosa volete che vi dica, insegnanti imbruttite dallo stipendio di merda che abbiamo; cosa volete che sia la mia presenza, foss’anche salvifica, nel suo piccolo, di fronte all’immane tragedia di un vissuto sopravissuto?
Che mi sento solo anche se sono forte e lo so. Che spesso non so cosa fare e improvviso anche se sono preparato. Che per fortuna non esistono le ricette in quanto ogni persona è una persona a sé stante anche se talvolta sarebbe bello ci fossero le ricette anche se ogni persona è una persona a sé stante.
La riunione finisce.
Per un altro pezzo di strada discorro con la psicologa di un altro caso che abbiamo in comune. Dico anche se non so bene che dire.
Direi che ho fame, le direi.
Direi che non so bene cosa dire perché non è facile parlare a una psicologa con competenza ma invece parlo con tono sicuro mentre le espongo che non sono sicuro di niente.
La saluto buona giornata dottoressa io vado.
Che fatica, vacca miseria, dissimulare il dubbio dichiarando il proprio dubbio simulando scioltezza.
Passo a un altro setting.
Vado a casa di una ragazza che con me sta vivendo un progetto che la riguarda in forma diretta. In quell’appartamento ho la responsabilità di pensare e applicare progetti di autonomia.
Autonomia personale: ognuna delle ospiti di questo appartamento condivide con me – e con le altre due colleghe – un progetto di massima che prevede più o meno questo: quando entri qui non hai molte abilità per cavartela da sola in questa vita per ragioni più che ovvie; faremo dei passi assieme finalizzati a acquisire e consolidare dei saperi utili a vivere.
Oggi a pranzo dovrò dirle che presto inizierà a lavorare.
Lei che ha paura di tutto.
Lei che ha paura di sé.
Lei che ha paura che il mondo la giudichi paurosa.
Usciamo a far la spesa, le chiedo; con il tono che più ad un invito, fa pensare a una fatica necessaria.
Lei risponde che va bene, col tono di chi non ha voglia di far fatica e che rinuncerebbe a nutrirsi, per oggi.
Ogni giorno però potrebbe essere come oggi: fatto di azioni che rimandiamo a domani, di sospiri modello “che palle!!”, di pensieri pigri e azioni oziose perché il confronto costa.
Io sono, per questo periodo, il confronto con la realtà.
Usciamo e dal fruttivendolo tento di farle ordinare la frutta e verdura di cui abbiamo bisogno. È un percorso lento, pieno di fraintendimenti, di non detti, di allusioni.
Talvolta bisogna ammettere che è difficile, ma che non esistono alternative facili, scorciatoie rispetto al confronto con la propria frustrazione.
Tornando al fruttivendolo, sembriamo l’attore sul palcoscenico – lei- e il gobbo suggeritore – io- : solo che ogni giorno sottraggo una parola, un peso, un numero, fino a quando, senza accorgersene, farà tutto lei, come anche le altre han fatto.
Ma la quotidianità è lenta, densa di normalità noiosa, di delusioni, gioie: tutte veloci, di passaggio, e perciò bisogna fungere da specchio. Ma ti ricordi quando sei entrata che non sapevi neanche cucinare una pasta; non sapevi cos’era un bancomat; piangevi ogni volta che si nominava la parola mamma. Che non riuscivi a pensarti capace di mantenerti da sola, non pensavi avresti saputo trovare, e poi mantenere, un lavoro.
Ah, ma sto facendo il furbo, sto parlando di una delle ragazze, quella di oggi.
Ma ci sono tante persone che han fatto una brutta fine, che non ce l’han fatta.
Ma torniamo a oggi.
Dopo la spesa siam tornati a casa e abbiamo imbastito un pranzo improvvisato. Un sugo di pomodori e aglio saltati in padella… che profumo di buono in cucina. La pentola con la pasta e poi il tutto saltato insieme.
Quando Au mi chiede nello specifico che lavoro faccio le rispondo sempre che è un po’ difficile da spiegare.
Un giorno doveva portare una breve descrizione del lavoro del papà. Abbiamo scritto:
papà aiuta ragazzi che hanno problemi familiari.
- Ma che vuol dire problemi familiari.
- Vuol dire che i loro genitori, quando ci sono, non riescono a aiutarli come dovrebbero
Ma cosa passa nella testa di una bimba quando deve immaginarsi dei genitori che non sanno stare coi figli. Semplicemente non ci riesce. Butta dentro parole che capisce nel significato lessicale, ma non in quello profondo.
Un bambino non può immaginarsi solo se non lo è.
E chi lo è, rimpiange per sempre i più fortunati.
Finita la pasta sparecchiamo in velocità, ché non c’è tempo. Dobbiamo entrambi correre ai nostri doveri.
L’altro giorno c’ho sbaruffato con lei.
Le ho rinfacciato che s’era forse adagiata un po’ troppo sul fatto che quando ci sono io, lei, anzi loro, pensano che cucini sempre io.
Si è offesa e chiusa in sé, quel giorno.
- In fin dei conti dopo lavo i piatti.
- Sì con la lavastoviglie.
- Ma guarda che nessuno ti ha mai chiesto di cucinare anche per le altre, tanto meno io, che se voglio faccio anche a meno di mangiare.
- Cosa vuoi dimostrare con questo, che puoi anche non mangiare mai.
- E poi in fin dei conti quando vieni qui mangi anche tu e ti fa comodo.
- Ma cosa credi che venga a fare io qui; io vengo per lavorare, non per divertimento.
Oggi era solo un lontano ricordo quello scambio di infelici battute.
C’era rimasto solo un filo d’imbarazzo tra noi, amplificato dalla fatica e il caldo.
- Almeno oggi ho mangiato sano con te.
Vuole farmi dire qualcosa contro la sua precarietà, di cui la cattiva alimentazione è un sintomo. Ma ormai non ci casco più dentro le trappole. Sto alla larga dai circoli viziosi. Perché qui devo badare al sodo. E lasciare la tentazione di una gratificante onnipresenza a quelli più piccoli.
Qui devo lavorare perché il nostro rapporto sia il meno invischiato possibile.
- Ciao vado.
- Sì anch’io, ciao.
- a proposito, prima di andare, devo dirti una cosa. Mi hanno telefonato quelli con cui abbiamo fatto il colloquio di lavoro: ti prendono.
- quando devo cominciare, te l’han detto
- dobbiamo andare lunedì per sbrigare le pratiche; se vuoi ti accompagno
- va bene: ci troviamo alle nove in centro a Mestre
Esco e vado a prendere il vaporetto. Ci vorrà mezz’ora prima di raggiungere il prossimo. Mi rilasso dopo essermi fatto largo tra il muro di turisti e essermi procurato un posto a sedere.
A quest’ora, dolce lettura.
Il vaporetto è un forno a microonde, come la città del resto. A quest’ora poi, l’una e mezza, siamo al parossismo dell’afa, che qui a Venezia ha l’effetto di imbalsamazione mummifica.
Arrivo alla fermata inebetito. Due minuti fa mi son messo in bocca una caramella alla menta con sciroppo balsamico per darmi una scossa. Aiuta a stare svegli, il movimento mandibolare.
La riva è piena di yacht e barche a vela miliardarie.
Ce ne saranno una decina almeno e per ognuna almeno un paio di marinai che puliscono, pitturano, lustrano. M’immagino che per un tacito accordo non vogliano farsi beccare a braccia conserte. Guadagneranno bene, anche, ma sono sempre in giro. E i loro figli e mogli li aspettano a casa, rassegnati all’attesa, abituati all’assenza.
Quando arrivo sotto casa del ragazzino, proprio un secondo prima di premere il campanello, sento una voce di ragazzo che mi dice di spingere il portone ché tanto è sempre aperto.
Salgo le scale e trovo lui e sua sorella in attesa.
Aspettano che torni il padre che è fuori. Loro sono appena tornati da scuola, hanno la fame e la sete degli adolescenti.
Va bene, l’umore è merdifero: che fare?
Sollevare il tono, dire con altre parole che in questi casi, ma anche più in generale, vedere l’aspetto positivo delle situazioni può servire.
Sì, può servire a costruire altri alibi, a farne una catasta alta così; un metro circa.
Già, la parola d’ordine è: autenticità, se no, se sei la conferma della falsa crosta delle apparenze, quella che copre la realtà – l’illusione della realtà – ti bruci. Diventi un altro, e mica ne mancano da ste parti, fasullo ottimista venduto al conformismo, che sorride da ebete, alla tragedia.
Beh ragazzi, qui c’è niente da fare: non abbiamo le chiavi di casa - e tralasciamo i perché, che invece galleggiano evidenti nella loro presenza – e papà arriverà tra non meno di due ore; voi avete fame e sete, e io caldo: che ne dite di un bel gelato, offro io.
Le risposte sono una testa che gira centro, sinistra, destra, a significare un NO; e una voce sottile, disidratata, che dice non grazie.
Per fortuna son seduto sui gradini di marmo delle scale, in pianerottolo, e così non cado; e inoltre trattengo lo stupore vivo di una negazione fortemente circostanziata – quanti gelati abbiamo mangiato insieme alla gelateria da asporto “ il pinguino” – per cui dico che va bene, come vogliono, che io sono disponibile comunque.
Torna un pesante silenzio.
Taccio.
Ascolto quel macigno che ci schiaccia, ognuno nel suo mondo, ancora una volta isolati.
Poi una vocina legge le coniugazioni dei verbi. E poi lancia una sfida. Ehi tu fratello imprecante seduto sul terrazzino minuscolo, sai com’è il trapassato remoto di giace.
Assisto al quiz destinato al seppellimento della nostra comune ignoranza. In fin dei conti quando parliamo tra noi, mica coniughiamo i verbi in modo così complicato; al massimo ci diciamo che stavamo stesi a letto, giusto per non correre pericoli e farci sgambetti da noi stessi: semplifichiamo, nell’accezione più laida del termine. Fatichiamo già abbastanza.
Ad un certo punto, dopo una carrellata di disastri nel mare denso della grammatica, persuaso e un po’ spaventato dalla mia incapacità di indovinarne più di uno su due, le chiedo se voglia venire a far due passi e così farmi delle fotocopie dei verbi irregolari.
Va bene risponde.
L’aria finalmente si smuove, qualcosa cambia nella dinamica grippata delle relazioni: si va, si fa.
Ricordo la sintesi delle infinite riunioni: attenti al fare, al non riuscire a stare nel disagio del nulla.
Accettare e osservare cosa succede quando il disagio ci compenetra; se non riusciamo a sopportare la frustrazione dell’immobilità, ci cadremo a breve.
Perché tendenzialmente rispondiamo al silenzio con parole sbagliate, alla lentezza con la velocità.
Scendiamo le scale parlottando e ascoltando, io, nelle pause tra una e l’altra, il rumore dei passi. Usciamo in calle e giriamo verso i negozi in cerca di un fotocopiatore.
Ma Venezia, nelle zone popolari, a quest’ora galleggia nella pigrizia e i negozi hanno orari post riposino. Proviamo in almeno due, ma niente. Le ripropongo il gelatino e stavolta il NO è più orgoglioso, e il GRAZIE più gentile, sentito, meno di proforma.
Le chiedo se vuole i soldi in anticipo per le fotocopie, ma dice che anticipa lei, di non preoccuparmi.
Bene, allora torniamo alla base dove l’immobilità, la serialità della piccola ingiustizia subita, assieme all’afa, toglie un po’ il respiro.
Saluto facendo una battuta e dico che ci vedremo fra tre giorni.
Ok, ciao, ci vediamo.
Riscendo le scale stanco.
Fuori in strada, dirigendomi verso la gelateria, ripenso a quel che avrei dovuto fare e non ho fatto. Potevo improvvisare un’animazione consolatoria, una discussione sul sesso, una conferenza sulle brutture del pianeta, sulla disparità tra nord e sud del mondo.
Avrei potuto ma non ne avevo la forza, e il rimorso lo lascio ai cattolici e il rimpianto a chi non vive pienamente il proprio presente. Sono un mostro in materia di auto assoluzione.
In verità faccio quel che posso, e oggi non potevo far di più.
E ho superato senza shock il pensiero di cambiare il mondo e gli altri, quando ho scoperto che era già così difficile iniziare da me; che dopo anni, molti, sto ancora provandoci; a conoscermi, e poi si vedrà.
Il gelato si scioglie in fretta col caldo e la lingua veloce non riesce a evitare l’appiccicaticcia colata del pistacchio di Sicilia sulle mani.
Tra una barca miliardaria e l’altra vedo arrivare il vaporetto. Mi alzo dalla panchina e m’incammino verso il pontile.
Venezia col carnevale diventa un’utopia commerciale. Ha il merito e il vizio di essere quello che è per il resto dell’anno, centuplicata.
Venezia riceve ogni anno almeno 15 milioni di visitatori e sta perdendo ogni anno i suoi abitanti.
Sta trasformandosi in una city, dove di giorno si fanno affari molto consistenti, e all’imbrunire si chiude su se stessa in posizione fetale.
Amavo Venezia all’inverosimile, memore di un’infanzia in cui tutto era come doveva: i vecchi stavano con i bambini, e tra loro, seduti su sedie impagliate a ciaccolare, mentre i nipoti sgambettavano per i campi e le corti; gli uomini al bar, le donne a raccontarsela. A una certa ora tutti a letto.
Ora non l’amo più; o meglio, l’amo e l’odio. L’amo perché non so fare altrimenti, l’odio perché i miei occhi da grande non sanno più nascondere la verità.
Venezia è un grande contenitore di denaro, la metà del quale, nero.
Venezia è una troia che non rilascia fattura e tratta tutti i turisti come invasori idioti.
Venezia non s’interessa più d’offrire qualità perché la maggior parte della gente passa e non torna più.
I gestori dei bar scongelano le pizze e le vendono a € millenovecentosessantasei.
I veneziani veri hanno l’età dei nonni, il fare dei bambini, la camminata dei neri dei ghetti, le pance di certi budda e quando fumano spingono in avanti entrambi le labbra con un gesto inconfondibile.
Bevono sin dalla mattina bianchi, neri, spritz e mangiano cicchetti, fritture miste, pezzi di frittata e uova sode.
Ci sono centinaia di negozi di vetri e quadri fatti in corea e cina.
In questi giorni centinaia di truccatori, mendicanti, maschere per foto a pagamento, venditori di borse falso griffate, di pupazzi che ballano a ritmo di musica.
E non si passa, è tutto pieno.
E i volti di chi lavora sono tesi come automobilisti nel traffico.
L’altro giorno in una pizzeria al taglio una turista è stata insultata col sorriso sulle labbra solo perché non capiva la lingua.
Un gondoliere di un traghetto parlava in veneziano a un lombardo e lo trattava come fosse mentecatto.
Eppure, l’odio e l’amo.
Eppure, sebbene umida, intasata, abusata, la sua storia è lì, visibile all’udito.
E si sentono i gemiti dei mendicanti e le urla degli ubriachi, e le finzioni delle puttane, e le falsità degli assassini, e le transazioni dei mercanti, e i ricatti dei taglieggiatori, e i sospiri sordi degli amanti, uscire dalle mura.
E certe case, d’inverno, illuminate, con vecchie travi a vista o affreschi sui soffitti, ti penetrano e non ti lasciano più.
E il concetto di bello, il suo paragone, deve farvi i conti.
Il veneziano è uno stronzo suo malgrado, non ha scelta.
Venezia è inaccessibile, non la si può più comprare, è vittima della sua stessa ombra.
Qualche mercante ha deciso e cospirato, affinché diventasse un sogno che tutti possono comprare nei negozi, ma solo in proiezione, in miniatura, come un falso, come le borse e le cinture di gucci e d&g.
Le case costano un prezzo innominabile, tanto è volgare.
Eppure non so, non so farne a meno.
Ogni giorno ci torno, e l’amo e l’odio.
Mi inorgoglisce la grande cultura e mi deprime l’assenza di un circuito alternativo.
La mostra del cinema è un paradiso, lo smantellamento dei cinema un inferno.
La biennale è un sogno, artistare un incubo.
È tutto ormai a misura di visitatore e non più d’abitante.
Ci abitano solo vecchi, che non ne possono più di portare la spesa sui ponti.
E i giovani non possono fare tardi perché i vecchi devono dormire.
L’alternativa, l’altra faccia, è la terraferma.
Venezia è il tao degli opposti, la messinscena dell’esistenza dell’ossimoro.
Io l’amo e l’odio.
Perché è come me.
L’altro giorno in formazione – nel mio lavoro, se vuoi campare, devi essere formato e supervisionato – lavorando con un nuovo gruppo di persone, dovendo dire la mia dopo essere stato interpellato su argomenti che mettono sempre in difficoltà – il disagio degli utenti, le problematiche nostre nei loro confronti, nei confronti cioè, in questo caso, di ragazze minorenni e giovani adulte – esordivo che fino ad allora mi ero trattenuto nella speranza mi venisse qualcosa di intelligente da dire, al fine di impressionare positivamente il nuovo gruppo, anche se dovevo ammettere che non riuscivo nell’intento.
Pensavo al bisogno di essere accettati, alla ricerca di consenso. In realtà, la consapevolezza di tale bisogno – senza dilungarmi troppo sulle mille implicazioni psico-socio eccheccazzo- favorisce la consapevolezza di sé, del proprio giocarsi con gli altri, della complicata struttura delle relazioni, ecc.
Ebbene, perché scrivo di questo?
Scrivo di questo perché ciclicamente, il mio rapporto con la rete, e con il blog in particolare, subisce scossoni, viene messo in discussione dai dubbi, reagisce ad un sordo insinuarsi di crisi sul senso che tutto questo ha.
La domanda è: perché mi prendo cura di un blog?
Perché dopo almeno quattro anni non sono ancora un personaggio della rete?
Perché continuo a pensare a cosa scrivere e se non mi viene in mente nulla posto post già postati?
Perché non ne so fare a meno?
Perché…..?
….perché?
perché: …?