"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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lunedì, 09 luglio 2007

L’altra sera mentre portavo fuori cagnona con Au, lei mi diceva di quanto fosse contenta, tutto sommato, di essere tornata a casa. Dopo due settimane, seimila chilometri Italia-Fracia-Spagna e ritorno, sentivo di capirla. Ma siccome mi pareva servisse un papà saggio, che ha sempre qualcosa da dire, pur sapendo che si deve anche saper non dire, ho sfoggiato l’aforisma qualunquista: “sai Au, c’è chi dice che è bello viaggiare, a maggior ragione se si ha un posto in cui tornare”: la fiera delle ovvietà! Mentre le dicevo questo, cagnona si riprendeva gli odori e gli umori smarriti in quindici giorni passati nel pensionato per cani, le zanzare ci giravano intorno fameliche, i grilli cantavano, le stelle ci guardavano, la luna splendeva sovrana, il cielo scuro ci proteggeva marziale e dolce insieme. Avevano tagliato una porzione di prato da poco e il profumo di erba completava il momento bucolico. Tutt’attorno le case, con la loro volgarità necessaria, con la loro inerte animosità. Oltre a noi, nessun altro. C’è stato un momento in cui i ruoli, il nostro dover essere padre e figlia e lavoratore e studentessa e artista mancato e potenziale artista, e altro ancora con cui ci collochiamo nel mondo, svaniva nel suo evidente non bisogno alcuno. Guardavo le case, pensavo a me padre e a me figlio, al tempo che avanza oscillante, alle sue curve ondivaghe, alla convenzione di cui è vittima suo malgrado. Pensavo che sono nulla più di un padre discreto, così come lo sono stato in qualità di figlio. E anche mia figlia è nella media; e intravedo in lei la stessa inquietudine che mi ha abitato e sviato in gioventù. Quel tipo di inquietudine che non è possibile evitare, bypassare, che ti costringe a esperire, per imparare. Quell’inquietudine superata la quale la realtà e la verità si vestono a nuovo e si rivelano nella loro intrinseca impossibilità ad essere altro da quello che sono: inafferrabili, complesse, semplici, lineari, misteriose, cristalline. Passato quel momento di vertigine, di bellezza profonda che non si riesce a trattenere ma al più vivere quando c’è, siamo tornati al solito modo, al solito dire, al solito gioco di ruoli. Sono stato travolto per un attimo dalla paura della schiavitù delle abitudini, della rassegnazione, della piattezza. Ma poi anche questo è passato, lasciando posto al solito modo, al solito dire, al solito gioco di ruoli. Se penso ai momenti in cui la vita si rivela straordinariamente viva, penso ad un continuum. Se penso alla nostra capacità di abbandonarcisi, penso alla paura. Se penso alla paura, penso alla morale. Se penso alla morale, penso alla castrazione. Se penso alla libertà, semplicemente mi vergogno di rifuggirla così spesso per adattarmi a quel che si deve, invece di curare quel che si è. Dico ad Au che viaggiare insegna a imparare. Imparare la libertà che ci manca. E che forse non ci manca mai abbastanza.

Postato da: swcpd a 20:07 | link | commenti
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