"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
f krauspenhaar
GEMMA
anfiosso
ansa
beppe grillo
brizzi
carmilla
corriere
costituzione
costituzione europea
etimo.it
euronews
ferrucci
frieda
g genna
gino tasca
i tarocchi di osho
indiessolvenza
jacopo fo
kimota
krishnamurti
l''inchiostro di gloria
lorenzo galbiati pistorius
lucioangelini
mardin
maroccolo
mia hoffman
nazione indiana
osho
parole non stabili
primo amore
repubblica
rododentro
s maistrello
tashtego
toporififi
vibrisse
wikipedia
visitato *loading* volte
Caro G,
ti scrivo perché ho finalmente capito.
Quel che ho capito stamattina, in un momento in cui tutto taceva, viene da una domanda lasciata in sospeso, che per un po’ ha galleggiato, poi si è sedimentata, riposata, e alla fine si è manifestata attraverso l’intuizione.
Abbiamo spesso discusso di scrittura e vita, di comunicazione dell’esperienza in modo efficace, del bisogno e dell’estetica istrionica di chi scrive e vuol farsi leggere senza farlo capire.
Il tutto in relazione al fatto di comparire in rete, ovviamente.
Ecco quel che ho saputo da me.
Ultimamente ti dicevo che mi sentivo a disagio perché non riuscivo più a scrivere per scrivere, ma che scrivevo per postare. Hai molte volte criticato questo brutto termine che in effetti sa di ipermodernismo senza avere però alcun fascino avanguardista. Dicevi che è un neologismo inutile, un vezzo per iniziati ormai finiti.
A me sembrava, e sembra tuttora, solo il prodotto di un codice; senza il quale, non dico che il linguaggio perderebbe significato, ma sicuramente intimità. Tutti lo chiamano così, e così sia.
L’importante è che la forma assecondi la sostanza.
Detto questo, tanto per dire, il problema resta.
Sono uno che scriveva per scrivere, ora sono uno che scrive per postare.
Sono uno che voleva scrivere un libro, che inseguiva questo sogno da vanesio, e ora sono uno che si accontenta di postare qualcosa entro lo spazio di una cartella.
Per fortuna non sei uno di quelli che dice “te l’avevo detto”; infatti, in tempi non sospetti, me l’avevi detto, e io ti avevo risposto che era solo un’appendice leggera alla mia occupazione principale: scrivere il libro che dovevo scrivere.
Quel libro invece è rimasto quel che era: un’insieme di file separati che devono essere messi insieme da una trama che non riesco a tramare perché non mi ci sono più dedicato. E frustrato che ero, ho addirittura iniziato un nuovo romanzo – nelle intenzioni, intuendone la potenzialità -, anch’esso rimasto informe e disperato.
Avevo poi quell’insieme di racconti che ormai ho sputtanati, piazzandoli un po’ qua e un pò là, partecipando a concorsi, postandoli, proponendoli a qualche stella della parola scritta, leggendoli a teatro.
Quel che ne è rimasto, di tutto questo intendo, è solo un certo numero di pagine poco virtuose, piene di vanità, superbia, finta umiltà.
Non so se posso attribuire il fallimento ormai palese alla dipendenza da post: troppo facile. Basterebbe ammetterlo, curarsi, tentare di uscire dal tunnel e ricominciare, a partire proprio dal discriminare il bello e il brutto scritto finora.
Temo che sia piuttosto qualcosa di strutturale; che si tratti della mancanza di talento, in gran parte, e di ignoranza in parte minore.
Anche se qui apro una parentesi, giusto per prendere una boccata d’aria tra un’auto flagellazione e una recriminazione.
Frequentando blog e siti ben più redditizi e acculturati del mio, ho potuto constatare l’uso dell’intelligenza e della cultura che se ne fa: tutto si riduce ad uno scontro tra diversi sostenitori o detrattori del tale filosofo, del talaltro scrittore; lo sputtanamento del saggista, la crocifissione del critico, la condanna a morte del manager dell’industria editoriale.
Insomma, quasi tutto quel che vi si scrive, serve a far discutere, a sfoggiare sapere, all’uso retorico della propria ragione egoica, invece di insegnamento di vita.
Che cazzo m’importa di quel che sosteneva kant o nietzsche, se poi quella nozione non interferisce direttamente con la mia capacità di percepire la vita?
Insomma, cosa me ne faccio di un’esperienza letteraria se non la trasformo in un sapere esperienziale?
Dopo questi anni, non avendo l’abitudine di buttare via nulla di tutto quel che mi accade, dico questo: è giunta l’ora di accettare di essere intossicato, di curarmi e di tornare a usare lettura e scrittura, non più in funzione di un pubblico, ma in funzione della mia stessa crescita. E non m’importa se c’è chi critica aspramente lo scrittore che si guarda l’ombelico ed è incapace di vedere perciò il mondo. Io guardo il mondo attraverso i miei occhi, e lo conosco solo attraverso questi. E non so raccontare altro che questo, anche se so che ciò significa raccontare solo piccole storie di piccoli uomini e donne.
Ah, il mondo è solo un’illusione: e non solo perché tutto composto da atomi, ma perché ognuno vede quel che crede e può, ed è sicuramente diverso da chiunque altro.
Allora ci provo.
Provo a prendermi una vacanza, a stare lontano dalla rete.
Provo a indirizzare le mie energie in qualcosa di più costruttivo e producente per me.
Anche se questo, forse, potrebbe significare che non sono capace di combinare nulla più che un insieme sparso e informe di files infelici, in quanto a se stanti.
Devo rifare i conti con il troppo e il troppo poco, e capire da quale parte riesco a stare bene.
Così magari ricomincio a scriverti lettere, nelle quali racconto a te come sta procedendo il tutto.
Bene, ora concludo.
Confesso che questa mia, mi ha già sollevato un poco.
Ho già un programma di lavoro.
Inizia da subito, da qui, ora.
ciao
Anche oggi giornata piena e varia.
Accompagno Au a scuola in bici, ognuno con la sua. Si parla un bel parlare, pieno d’attenzione come si fa quando ci si misura; io lo faccio con lei, lei con me.
La comunicazione implica reciprocità, sempre.
Torno a casa giusto il tempo per uscire subito dopo.
Telefonate, lettura, organizzare la giornata in testa incasellando gli impegni.
Vado in casa di riposo di mia nonna, a Venezia. Una Venezia lontana da dove arrivo con l’autobus. Da casa, se i mezzi concordano, ci metto tre quarti d’ora; col traffico, un’ora quando va bene.
Arrivo e trovo lì anche mio padre. Il poco tempo che ho, cerco di sfruttarlo e mi tocca usare sofisticherie per fare di un appuntamento, una doppia possibilità d’incontro.
Facciamo due chiacchiere girando per il giardino in senso orario con la carrozzina che ospita mia nonna. C’è un bel sole che scalda, un cielo splendente, e l’erba è curata e lucente. L’ambiente è quello che ci si aspetta: vecchi impegnati a affrontare l’inutilità del tempo, nostalgie troppo lontane, sospiri brevi e frequenti, rughe sputate su volti che han dimenticato se stessi.
Venir estirpati da casa propria e messi là, in balia dell’umore di gente frustrata – conosco l’ambiente – dal doversi misurare con la fine imminente, e aspettare qualcuno che venga a trovarti per non far morire la speranza che sei stata persona, è crudele e privo di senso.
E io, che penso a questo, sono come quelli che ammettono un simile sistema, che toccherà a me e a molti altri, e non ho l’energia per urlare che questo E’ UN SISTEMA DI MERDA E QUINDI LO SIAMO ANCHE NOI: ognuno di noi è una parte del sistema, e togliersene è un imbroglio che si perpetra su di sé.
Che urlo. Ho perfino mal di gola!
Poi saluto, devo andare.
Là vicino - che gioco d’incastri, eh – c’è la scuola elementare in cui m’attende una riunione.
Siamo tre sistemi che s’incontrano facendo un tentativo di condivisione: il soggetto è un ragazzino di quinta.
Le insegnanti, la psicologa della neuropsichiatria, servizio sociale.
Io sono là perché seguo il ragazzino. Sono chiamato a dire la mia: quello che vedo dal mio ambito.
Quel che vedo dal mio ambito è rabbia pura, tenerezza, bugie, parolacce e parole dolci. Vedo un corpo gracile e minuto contrapporsi a un mondo grande e infelice.
Vedo poche ore rispetto alle molte di ogni giorno.
Cosa volete che veda, che dica, che faccia?
Cosa volete che vi dica, insegnanti imbruttite dallo stipendio di merda che abbiamo; cosa volete che sia la mia presenza, foss’anche salvifica, nel suo piccolo, di fronte all’immane tragedia di un vissuto sopravissuto?
Che mi sento solo anche se sono forte e lo so. Che spesso non so cosa fare e improvviso anche se sono preparato. Che per fortuna non esistono le ricette in quanto ogni persona è una persona a sé stante anche se talvolta sarebbe bello ci fossero le ricette anche se ogni persona è una persona a sé stante.
La riunione finisce.
Per un altro pezzo di strada discorro con la psicologa di un altro caso che abbiamo in comune. Dico anche se non so bene che dire.
Direi che ho fame, le direi.
Direi che non so bene cosa dire perché non è facile parlare a una psicologa con competenza ma invece parlo con tono sicuro mentre le espongo che non sono sicuro di niente.
La saluto buona giornata dottoressa io vado.
Che fatica, vacca miseria, dissimulare il dubbio dichiarando il proprio dubbio simulando scioltezza.
Passo a un altro setting.
Vado a casa di una ragazza che con me sta vivendo un progetto che la riguarda in forma diretta. In quell’appartamento ho la responsabilità di pensare e applicare progetti di autonomia.
Autonomia personale: ognuna delle ospiti di questo appartamento condivide con me – e con le altre due colleghe – un progetto di massima che prevede più o meno questo: quando entri qui non hai molte abilità per cavartela da sola in questa vita per ragioni più che ovvie; faremo dei passi assieme finalizzati a acquisire e consolidare dei saperi utili a vivere.
Oggi a pranzo dovrò dirle che presto inizierà a lavorare.
Lei che ha paura di tutto.
Lei che ha paura di sé.
Lei che ha paura che il mondo la giudichi paurosa.
Usciamo a far la spesa, le chiedo; con il tono che più ad un invito, fa pensare a una fatica necessaria.
Lei risponde che va bene, col tono di chi non ha voglia di far fatica e che rinuncerebbe a nutrirsi, per oggi.
Ogni giorno però potrebbe essere come oggi: fatto di azioni che rimandiamo a domani, di sospiri modello “che palle!!”, di pensieri pigri e azioni oziose perché il confronto costa.
Io sono, per questo periodo, il confronto con la realtà.
Usciamo e dal fruttivendolo tento di farle ordinare la frutta e verdura di cui abbiamo bisogno. È un percorso lento, pieno di fraintendimenti, di non detti, di allusioni.
Talvolta bisogna ammettere che è difficile, ma che non esistono alternative facili, scorciatoie rispetto al confronto con la propria frustrazione.
Tornando al fruttivendolo, sembriamo l’attore sul palcoscenico – lei- e il gobbo suggeritore – io- : solo che ogni giorno sottraggo una parola, un peso, un numero, fino a quando, senza accorgersene, farà tutto lei, come anche le altre han fatto.
Ma la quotidianità è lenta, densa di normalità noiosa, di delusioni, gioie: tutte veloci, di passaggio, e perciò bisogna fungere da specchio. Ma ti ricordi quando sei entrata che non sapevi neanche cucinare una pasta; non sapevi cos’era un bancomat; piangevi ogni volta che si nominava la parola mamma. Che non riuscivi a pensarti capace di mantenerti da sola, non pensavi avresti saputo trovare, e poi mantenere, un lavoro.
Ah, ma sto facendo il furbo, sto parlando di una delle ragazze, quella di oggi.
Ma ci sono tante persone che han fatto una brutta fine, che non ce l’han fatta.
Ma torniamo a oggi.
Dopo la spesa siam tornati a casa e abbiamo imbastito un pranzo improvvisato. Un sugo di pomodori e aglio saltati in padella… che profumo di buono in cucina. La pentola con la pasta e poi il tutto saltato insieme.
Quando Au mi chiede nello specifico che lavoro faccio le rispondo sempre che è un po’ difficile da spiegare.
Un giorno doveva portare una breve descrizione del lavoro del papà. Abbiamo scritto:
papà aiuta ragazzi che hanno problemi familiari.
- Ma che vuol dire problemi familiari.
- Vuol dire che i loro genitori, quando ci sono, non riescono a aiutarli come dovrebbero
Ma cosa passa nella testa di una bimba quando deve immaginarsi dei genitori che non sanno stare coi figli. Semplicemente non ci riesce. Butta dentro parole che capisce nel significato lessicale, ma non in quello profondo.
Un bambino non può immaginarsi solo se non lo è.
E chi lo è, rimpiange per sempre i più fortunati.
Finita la pasta sparecchiamo in velocità, ché non c’è tempo. Dobbiamo entrambi correre ai nostri doveri.
L’altro giorno c’ho sbaruffato con lei.
Le ho rinfacciato che s’era forse adagiata un po’ troppo sul fatto che quando ci sono io, lei, anzi loro, pensano che cucini sempre io.
Si è offesa e chiusa in sé, quel giorno.
- In fin dei conti dopo lavo i piatti.
- Sì con la lavastoviglie.
- Ma guarda che nessuno ti ha mai chiesto di cucinare anche per le altre, tanto meno io, che se voglio faccio anche a meno di mangiare.
- Cosa vuoi dimostrare con questo, che puoi anche non mangiare mai.
- E poi in fin dei conti quando vieni qui mangi anche tu e ti fa comodo.
- Ma cosa credi che venga a fare io qui; io vengo per lavorare, non per divertimento.
Oggi era solo un lontano ricordo quello scambio di infelici battute.
C’era rimasto solo un filo d’imbarazzo tra noi, amplificato dalla fatica e il caldo.
- Almeno oggi ho mangiato sano con te.
Vuole farmi dire qualcosa contro la sua precarietà, di cui la cattiva alimentazione è un sintomo. Ma ormai non ci casco più dentro le trappole. Sto alla larga dai circoli viziosi. Perché qui devo badare al sodo. E lasciare la tentazione di una gratificante onnipresenza a quelli più piccoli.
Qui devo lavorare perché il nostro rapporto sia il meno invischiato possibile.
- Ciao vado.
- Sì anch’io, ciao.
- a proposito, prima di andare, devo dirti una cosa. Mi hanno telefonato quelli con cui abbiamo fatto il colloquio di lavoro: ti prendono.
- quando devo cominciare, te l’han detto
- dobbiamo andare lunedì per sbrigare le pratiche; se vuoi ti accompagno
- va bene: ci troviamo alle nove in centro a Mestre
Esco e vado a prendere il vaporetto. Ci vorrà mezz’ora prima di raggiungere il prossimo. Mi rilasso dopo essermi fatto largo tra il muro di turisti e essermi procurato un posto a sedere.
A quest’ora, dolce lettura.
Il vaporetto è un forno a microonde, come la città del resto. A quest’ora poi, l’una e mezza, siamo al parossismo dell’afa, che qui a Venezia ha l’effetto di imbalsamazione mummifica.
Arrivo alla fermata inebetito. Due minuti fa mi son messo in bocca una caramella alla menta con sciroppo balsamico per darmi una scossa. Aiuta a stare svegli, il movimento mandibolare.
La riva è piena di yacht e barche a vela miliardarie.
Ce ne saranno una decina almeno e per ognuna almeno un paio di marinai che puliscono, pitturano, lustrano. M’immagino che per un tacito accordo non vogliano farsi beccare a braccia conserte. Guadagneranno bene, anche, ma sono sempre in giro. E i loro figli e mogli li aspettano a casa, rassegnati all’attesa, abituati all’assenza.
Quando arrivo sotto casa del ragazzino, proprio un secondo prima di premere il campanello, sento una voce di ragazzo che mi dice di spingere il portone ché tanto è sempre aperto.
Salgo le scale e trovo lui e sua sorella in attesa.
Aspettano che torni il padre che è fuori. Loro sono appena tornati da scuola, hanno la fame e la sete degli adolescenti.
Va bene, l’umore è merdifero: che fare?
Sollevare il tono, dire con altre parole che in questi casi, ma anche più in generale, vedere l’aspetto positivo delle situazioni può servire.
Sì, può servire a costruire altri alibi, a farne una catasta alta così; un metro circa.
Già, la parola d’ordine è: autenticità, se no, se sei la conferma della falsa crosta delle apparenze, quella che copre la realtà – l’illusione della realtà – ti bruci. Diventi un altro, e mica ne mancano da ste parti, fasullo ottimista venduto al conformismo, che sorride da ebete, alla tragedia.
Beh ragazzi, qui c’è niente da fare: non abbiamo le chiavi di casa - e tralasciamo i perché, che invece galleggiano evidenti nella loro presenza – e papà arriverà tra non meno di due ore; voi avete fame e sete, e io caldo: che ne dite di un bel gelato, offro io.
Le risposte sono una testa che gira centro, sinistra, destra, a significare un NO; e una voce sottile, disidratata, che dice non grazie.
Per fortuna son seduto sui gradini di marmo delle scale, in pianerottolo, e così non cado; e inoltre trattengo lo stupore vivo di una negazione fortemente circostanziata – quanti gelati abbiamo mangiato insieme alla gelateria da asporto “ il pinguino” – per cui dico che va bene, come vogliono, che io sono disponibile comunque.
Torna un pesante silenzio.
Taccio.
Ascolto quel macigno che ci schiaccia, ognuno nel suo mondo, ancora una volta isolati.
Poi una vocina legge le coniugazioni dei verbi. E poi lancia una sfida. Ehi tu fratello imprecante seduto sul terrazzino minuscolo, sai com’è il trapassato remoto di giace.
Assisto al quiz destinato al seppellimento della nostra comune ignoranza. In fin dei conti quando parliamo tra noi, mica coniughiamo i verbi in modo così complicato; al massimo ci diciamo che stavamo stesi a letto, giusto per non correre pericoli e farci sgambetti da noi stessi: semplifichiamo, nell’accezione più laida del termine. Fatichiamo già abbastanza.
Ad un certo punto, dopo una carrellata di disastri nel mare denso della grammatica, persuaso e un po’ spaventato dalla mia incapacità di indovinarne più di uno su due, le chiedo se voglia venire a far due passi e così farmi delle fotocopie dei verbi irregolari.
Va bene risponde.
L’aria finalmente si smuove, qualcosa cambia nella dinamica grippata delle relazioni: si va, si fa.
Ricordo la sintesi delle infinite riunioni: attenti al fare, al non riuscire a stare nel disagio del nulla.
Accettare e osservare cosa succede quando il disagio ci compenetra; se non riusciamo a sopportare la frustrazione dell’immobilità, ci cadremo a breve.
Perché tendenzialmente rispondiamo al silenzio con parole sbagliate, alla lentezza con la velocità.
Scendiamo le scale parlottando e ascoltando, io, nelle pause tra una e l’altra, il rumore dei passi. Usciamo in calle e giriamo verso i negozi in cerca di un fotocopiatore.
Ma Venezia, nelle zone popolari, a quest’ora galleggia nella pigrizia e i negozi hanno orari post riposino. Proviamo in almeno due, ma niente. Le ripropongo il gelatino e stavolta il NO è più orgoglioso, e il GRAZIE più gentile, sentito, meno di proforma.
Le chiedo se vuole i soldi in anticipo per le fotocopie, ma dice che anticipa lei, di non preoccuparmi.
Bene, allora torniamo alla base dove l’immobilità, la serialità della piccola ingiustizia subita, assieme all’afa, toglie un po’ il respiro.
Saluto facendo una battuta e dico che ci vedremo fra tre giorni.
Ok, ciao, ci vediamo.
Riscendo le scale stanco.
Fuori in strada, dirigendomi verso la gelateria, ripenso a quel che avrei dovuto fare e non ho fatto. Potevo improvvisare un’animazione consolatoria, una discussione sul sesso, una conferenza sulle brutture del pianeta, sulla disparità tra nord e sud del mondo.
Avrei potuto ma non ne avevo la forza, e il rimorso lo lascio ai cattolici e il rimpianto a chi non vive pienamente il proprio presente. Sono un mostro in materia di auto assoluzione.
In verità faccio quel che posso, e oggi non potevo far di più.
E ho superato senza shock il pensiero di cambiare il mondo e gli altri, quando ho scoperto che era già così difficile iniziare da me; che dopo anni, molti, sto ancora provandoci; a conoscermi, e poi si vedrà.
Il gelato si scioglie in fretta col caldo e la lingua veloce non riesce a evitare l’appiccicaticcia colata del pistacchio di Sicilia sulle mani.
Tra una barca miliardaria e l’altra vedo arrivare il vaporetto. Mi alzo dalla panchina e m’incammino verso il pontile.
DOPPIA V
Oggi in veneto, quello che fino a qualche anno fa era un lenzuolo bianco con qualche puntino rosso o nero – il riferimento all’orientamento politico e ideologico -, formato da gente tutta casa e chiesa e lavoro.
Poi trasformatosi in locomotiva, che non a caso finisce con iva, è diventato il nordest dal fatturato mirabolante.
Ora non si sa più cosa sia.
Nei fatti è un’enorme metropoli, un susseguirsi ininterrotto di case, zone commerciali, zone industriali.
La gente che vedo io è gente moderna e provinciale, istruita ma inadeguata, palestrata ma indebolita dalla produttività.
E oggi, due sue realtà, Venezia e Vicenza – ecco la doppia v – sono invase da decine di migliaia di persone, colorate e in festa.
Su Vicenza in questi giorni si è detto di tutto. Raramente ho sentito una tale sequenza di parole inutili. Credo che le ragioni per cui è stata indetta e organizzata siano chiare. Si può essere d’accordo o meno, ma non si dovrebbe trasformarla in quel che non è. Ma la buona fede è stata smarrita troppo tempo fa, e queste mie parole sono passibili di ingenuità.
Ma io non sono ingenuo.
Preferisco rimanere innocente.
A Venezia oggi una fiumana di persone ha invaso la città con una determinazione imperativa con se stessa: divertirsi, impazzire scientemente per un giorno, lasciarsi andare, mollare il freno a mano, togliere le maschere con cui di solito ci si fa scudo e indossare quelle della festa, attraverso cui, concedersi al gioco.
Oggi il veneto ha mostrato un altro volto di sé.
Dopo martedì grasso, non preoccupiamoci, tutto tornerà come prima
Venezia col carnevale diventa un’utopia commerciale. Ha il merito e il vizio di essere quello che è per il resto dell’anno, centuplicata.
Venezia riceve ogni anno almeno 15 milioni di visitatori e sta perdendo ogni anno i suoi abitanti.
Sta trasformandosi in una city, dove di giorno si fanno affari molto consistenti, e all’imbrunire si chiude su se stessa in posizione fetale.
Amavo Venezia all’inverosimile, memore di un’infanzia in cui tutto era come doveva: i vecchi stavano con i bambini, e tra loro, seduti su sedie impagliate a ciaccolare, mentre i nipoti sgambettavano per i campi e le corti; gli uomini al bar, le donne a raccontarsela. A una certa ora tutti a letto.
Ora non l’amo più; o meglio, l’amo e l’odio. L’amo perché non so fare altrimenti, l’odio perché i miei occhi da grande non sanno più nascondere la verità.
Venezia è un grande contenitore di denaro, la metà del quale, nero.
Venezia è una troia che non rilascia fattura e tratta tutti i turisti come invasori idioti.
Venezia non s’interessa più d’offrire qualità perché la maggior parte della gente passa e non torna più.
I gestori dei bar scongelano le pizze e le vendono a € millenovecentosessantasei.
I veneziani veri hanno l’età dei nonni, il fare dei bambini, la camminata dei neri dei ghetti, le pance di certi budda e quando fumano spingono in avanti entrambi le labbra con un gesto inconfondibile.
Bevono sin dalla mattina bianchi, neri, spritz e mangiano cicchetti, fritture miste, pezzi di frittata e uova sode.
Ci sono centinaia di negozi di vetri e quadri fatti in corea e cina.
In questi giorni centinaia di truccatori, mendicanti, maschere per foto a pagamento, venditori di borse falso griffate, di pupazzi che ballano a ritmo di musica.
E non si passa, è tutto pieno.
E i volti di chi lavora sono tesi come automobilisti nel traffico.
L’altro giorno in una pizzeria al taglio una turista è stata insultata col sorriso sulle labbra solo perché non capiva la lingua.
Un gondoliere di un traghetto parlava in veneziano a un lombardo e lo trattava come fosse mentecatto.
Eppure, l’odio e l’amo.
Eppure, sebbene umida, intasata, abusata, la sua storia è lì, visibile all’udito.
E si sentono i gemiti dei mendicanti e le urla degli ubriachi, e le finzioni delle puttane, e le falsità degli assassini, e le transazioni dei mercanti, e i ricatti dei taglieggiatori, e i sospiri sordi degli amanti, uscire dalle mura.
E certe case, d’inverno, illuminate, con vecchie travi a vista o affreschi sui soffitti, ti penetrano e non ti lasciano più.
E il concetto di bello, il suo paragone, deve farvi i conti.
Il veneziano è uno stronzo suo malgrado, non ha scelta.
Venezia è inaccessibile, non la si può più comprare, è vittima della sua stessa ombra.
Qualche mercante ha deciso e cospirato, affinché diventasse un sogno che tutti possono comprare nei negozi, ma solo in proiezione, in miniatura, come un falso, come le borse e le cinture di gucci e d&g.
Le case costano un prezzo innominabile, tanto è volgare.
Eppure non so, non so farne a meno.
Ogni giorno ci torno, e l’amo e l’odio.
Mi inorgoglisce la grande cultura e mi deprime l’assenza di un circuito alternativo.
La mostra del cinema è un paradiso, lo smantellamento dei cinema un inferno.
La biennale è un sogno, artistare un incubo.
È tutto ormai a misura di visitatore e non più d’abitante.
Ci abitano solo vecchi, che non ne possono più di portare la spesa sui ponti.
E i giovani non possono fare tardi perché i vecchi devono dormire.
L’alternativa, l’altra faccia, è la terraferma.
Venezia è il tao degli opposti, la messinscena dell’esistenza dell’ossimoro.
Io l’amo e l’odio.
Perché è come me.
L’altro giorno in formazione – nel mio lavoro, se vuoi campare, devi essere formato e supervisionato – lavorando con un nuovo gruppo di persone, dovendo dire la mia dopo essere stato interpellato su argomenti che mettono sempre in difficoltà – il disagio degli utenti, le problematiche nostre nei loro confronti, nei confronti cioè, in questo caso, di ragazze minorenni e giovani adulte – esordivo che fino ad allora mi ero trattenuto nella speranza mi venisse qualcosa di intelligente da dire, al fine di impressionare positivamente il nuovo gruppo, anche se dovevo ammettere che non riuscivo nell’intento.
Pensavo al bisogno di essere accettati, alla ricerca di consenso. In realtà, la consapevolezza di tale bisogno – senza dilungarmi troppo sulle mille implicazioni psico-socio eccheccazzo- favorisce la consapevolezza di sé, del proprio giocarsi con gli altri, della complicata struttura delle relazioni, ecc.
Ebbene, perché scrivo di questo?
Scrivo di questo perché ciclicamente, il mio rapporto con la rete, e con il blog in particolare, subisce scossoni, viene messo in discussione dai dubbi, reagisce ad un sordo insinuarsi di crisi sul senso che tutto questo ha.
La domanda è: perché mi prendo cura di un blog?
Perché dopo almeno quattro anni non sono ancora un personaggio della rete?
Perché continuo a pensare a cosa scrivere e se non mi viene in mente nulla posto post già postati?
Perché non ne so fare a meno?
Perché…..?
….perché?
perché: …?
Incipit :
“Mi lavo i denti di sera.”
Mentre compio l’atto igienico del lavaggio dei denti, penso.
Come succede con i muscoli involontari, quelli che a prescindere dal fatto che noi lo si voglia, compiono il loro dovere di macchine della volontà divina di sopravvivenza; tipo il cuore che pompa irrorando sangue senza alcun ordine preciso: penso, e anche se non ne ho affatto voglia, non riesco a non farlo.
Traffico di temi, i più svariati, che affollano con ordine e disciplina la mente operosa. Operaia operosa, padrona che comanda.
E chi comanda qui: io o lei?
Non voglio, adesso, ospitarli e seguirli; ma loro vengono e passano senza colpoferire.
Spazzola bene quei denti; che sono preziosi e hanno valore nel senso, tra l’altro, monetario. Se non li tratti con rispetto e riguardo, reagiscono con la certezza della pena. Il loro dovere è servire, ma esigono una costante manutenzione; pena la pena, il segnalare scontentezza per istinto di sopravvivenza, cariandosi.
Spazzolo diligentemente.
Abitudine.
Le mani, la bocca, unite da un pezzo di plastica con setole di varia durezza ( un mondo di scelte, un’infinità di variabili, una miriade di proposte, a partire, ad esempio, da una questione banale come la gradazione di durezza delle setole; c’è gente che ci lavora dietro agli spazzolini da denti: chi li disegna, chi li fa, chi li vende; chi lavora guadagna e può decidere come spendere; la libertà è la libertà di scelta; si può imparare a riflettere anche attraverso uno spazzolino da denti ).
Un fragore pieno chiama.
Un temporale d’aprile che scarica energia senza parsimonia; e senza ragione se non quella che, in determinate condizioni che la fisica spiega, di cui so un poco, molto vicino al niente, qualcosa succede.
Mi volto con la schiuma bianca sulle labbra e guardo se accadono anche dei lampi. Dalla finestra penetrano le luci bianco-gialle dei lampioni che stazionano immobili sulla strada.
Il resto è scuro: il buio della sera oscurata dalle nuvole.
Penso al cambio di temperatura, alle sferzate di vento freddo che, immagino, piegano piante e fan ballare i rami degli alberi, coperti dai boccioli, la pre-adolescenza dei fiori.
Un lampo improvviso, come luce psichedelica, illumina il nero steso a pennello sul cielo.
Breve pausa.
Il tuono prorompe con suono profondo.
E’ un monito: memento della potenza degli elementi.
L’acqua scende dal cielo a scrosci generosi. Picchia sul vetro della finestra.
Devo risciacquarmi la bocca.
Risciacquo lo spazzolino e lo rimetto nel bicchiere.
Ognuno ha il suo, differente nel colore.
Alzo la testa china in avanti sul getto del rubinetto. Mi guardo e vedo una faccia, la mia, che mi guarda da dentro lo specchio.
Uno sguardo di studio proviene da quei due occhi che stanno dentro lo specchio.
Sguardo duro, o meglio, severo. Corrucciato e incredulo. Si percepisce che non sa riconoscere quella faccia e quello stesso sguardo, cui ricambia la medesima faccia e uno sguardo uguale.
E tu chi sei, faccia straniera, lontana da quel che io, da dentro, immagino sia il mio fuori? Quei lineamenti segnati dalla stanchezza.
Quella stanchezza senza motivo, di cui non si può presentare una qualche ragione che non sia legata al meccanismo per cui si vive e lavora a ritmi che non sono mai amici cordiali; piuttosto austeri nemici cui contrapporre salvezze flebili; chessò, le ferie, la malattia, la fuga immaginaria verso altre mete, lontane, esotiche solo nell’aggettivo.
Faccia mia, occhi miei impietosi, riposate, opponetevi alla miseria della logica e state con voi stesse; ricordate le idee sotterrate dal fare quotidiano, quelle grandi idee che erano la spina dorsale della gioventù nella fase senescente, quella quasi cosciente di sé; respirate aria pura e passatemi ossigeno.
Nella mia faccia che mi guarda allo specchio e che sembra altro da me, leggo tristi cronache di rassegnazione, editoriali perfettamente aderenti alla logica dei tempi, una terza pagina che ha oramai digerito la televisione.
Ma quello non sono io; dietro quei lineamenti non c’è più traccia di trascendenza, di buon umore, di risa inebrianti, di voglia e curiosità.
Ci sono solo espressioni tese al compiacimento, voglie costrette dal 730, desideri brucianti di apparenza, respingimento rassegnato della mediocrità.
Penso anche al lavoro; a quel che ho fatto e a quel che ho da fare.
Telefonate, prese di posizione, strategie.
E amore centellinato, affetto per giusta causa, comprensione rateizzata.
L’affermazione del sé passa anche attraverso la formale affermazione che si vale qualcosa, perché si ha, e quindi si è.
Quello che ho sempre sognato di fare, lo scrittore, ora mi solletica mille dubbi e nonostante la valanga di alibi, sotto sotto, mi puzza di desiderio di essere qualcuno che ha qualcosa da dire.
E lo dice, appunto, scrivendo.
Espressioni compiaciute ti guardano quando dici che fai lo scrittore.
La verità di questa bramosia, qual è?
E’ il servire gli altri o piuttosto crogiolarsi nel proprio ego?
Sono, ho, rappresento.
Questo dire di sé, lasciando parole che non sono la verità propria ma una rappresentazione di come dovrebbe essere, secondo il proprio codice interiore, uno che per mestiere, appunto, dice parla scrive.
Io sono il verbo comunicare, raccontare, inventare.
Propongo verbi transitivi che compiono un percorso da me agli altri con la precisa intenzione di portare un qualcosa.
Una transazione di umori e di saperi: sapete cosa ne penso di questo mondo che vorrei riportare ad una dimensione oggettiva pur sapendo che mai potrò farlo?
Osservo una qualsiasi cosa, oggetto o situazione che sia, e non sono in grado di descrivere alcunché in modo preciso; in modo da rendere l’idea che quello che dico, è.
Leggevo le sagge considerazioni, che naturalmente traviserò, di uno che ha molte cose da dire pur ricorrendo al paradosso per cui, egli sostiene, la verità non si può raccontarla attraverso le parole perché è fatta, in senso di composta, di silenzio puro.
Citava un esempio sull’incapacità di tutti noi di guardare un albero senza pensare al fatto che lo si sta guardando; e mentre lo si osserva, arrivano pensieri che ci dicono che assomiglia a questo, che il colore delle foglie è di una certa tonalità di verde, che la corteccia è nodosa, che ci camminano sopra un sacco di formiche, che gli alberi vivono attraverso la fotosintesi, che grazie agli alberi la nostra aria è commestibile, ecc. all’infinito, a oltranza.
Tutto questo movimento impoverisce l’opportunità di stare nel momento, e di godere di quella meraviglia per quello che è; semplicemente.
E quindi, tornando al punto cui sopra, l’illusione di scrivere per dare e basta, per descrivere davvero, per restituire un’oggettività qualora ne avessi l’intenzione, è una vana illusione.
E quindi scrittore per chi?
Quando ho iniziato ero con lo spazzolino in bocca; poi mi guardo; poi parlo di scrittura.
Il temporale nel frattempo s’è placato.
Le condizioni per cui era venuto a fare una visita sono scemate.
Mi piace pensare che quel che accade, qualsiasi cosa, non abbia a che fare con l’uomo, succede perché così è, senz’altra ragione se non una formula fisica o chimica. Senza volontà presenzialiste, senza ragioni che non rispondano a meccanismi di consequenzialità, che non significa semplici, ma semplicemente puri e privi di volontà.
Tutto qua.
Apro l’acqua fredda e lascio che il primo scroscio porti via i batteri che, come piccoli guerrieri, attendono di farmi un’imboscata per violare il mio corpo, a partire dalla bocca.
Non li vedo ma li sento; minacciosi, pronti a scattare.
So che ci sono: li ho visti in un documentario alla tivù. Piccoli esserini, bruttini e nervosi che s’azzuffano tra loro per prendersi un posto davanti e diventare gli eroi della loro micro-tribù: “hai visto, bella, che coraggioso il tuo batterius ( di nome ) fognus ( di cognome)? “.
Passati undici secondi m’abbasso, flettendo le ginocchia, avvicinando la bocca a dovuta distanza, m’abbevero d’acqua sciacquosa.
Gargarismo e sputo.
Purtroppo sputo anche rosso; c’è del sangue ch’esce dalle gengive o dai denti stessi. Che palle, penso subito; mi viene in mente il dentista, a quanto costa in termini economici e ansiogeni.
Mi son chiesto spesso come mai, alla mia età, abbia ancora paura del dentista-in-quanto-tale; a prescindere da chi sia come uomo; una volta indossato il camice, diventa il boia che mina la mia autostima e l’ autocontrollo.
Ho pensato ad un trauma dell’infanzia e ho scavato nella memoria: m’è venuto in mente un episodio.
Quel tempo è già passato, è diventato ieri, lasciando entrare in sua vece l’oggi.
E oggi è stato un tempo interessante. Tutti i giorni sono un tempo interessante.
E’ raro che non riesca a godere almeno un po’ delle mie giornate, del mio tempo, che è poco ma che c’è.
Ricordo me bimbo.
Mia mamma grande.
Saliamo dei gradini vicino casa, a Venezia.
Un paio di rampe di gradini sconnessi e troviamo una porta enorme. E’ socchiusa e appena l’apriamo per entrare una luce giallognola e un odore che mai dimenticherò, di disinfettante e chissà cosa diavolo altro, a farne una miscela pro-vomito ( tutt’oggi: la memoria dei sensi, l’infinito inconscio, il magazzino di tutta la vita mnemonica).
Entro perché devo. Il dovere era già stato introiettato nella mia fanciullesca etica in costruzione.
Aspetto, con la mia mamma che tenta di dipingere quell’inferno come un purgatorio, spingendo il mio ribrezzo, in maniera involontaria, in blasfeme fantasie di distruzioni incendiarie.
Tocca a noi, ci dice una trista segretaria-infermiera cui avrei attribuito, fosse dipeso da me, il nome di Novembra e il cognome di Plumbea.
Il dentista è un vecchio il cui unico piacere conosciuto in vita, dev’essere fermo a quello anale.
Mi fa una puntura con un ago grosso come una supposta gigante.
Se ne va, lasciandomi in attesa del peggio dell’universo.
Di sicuro oltre la mia bambinesca immaginazione.
Torna dopo un quarto d’ora che, avessi saputo leggere l’ora, sarebbe stata almeno un’ora e mezza.
Un tempo dilatato come le gengive che sono diventate enormi, sproporzionate e che a malapena sento ancora far parte del mio corpicino.
S’avvicina a me con un attrezzo in mano. E’ una tenaglia grande come quella vista in un cartone animato di paperino; o forse una pinza di un cartone di topolino e pippo.
La mette in bocca intimandomi minacciosamente di stare calmo.
AHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAHAH!!!!!
Non sento niente eppure è un male importante, terribile.
Sento, mentre urlo disperato, quel suo frugare con un pezzo di me.
Sento sgretolarsi dei pezzi.
Vedo la sua faccia tesa dallo sforzo di estrarre una radice radicata all’interno della mia gengiva che la difende come genitrice impavida.
Quando finisce piango un pianto isterico e sputo lacrime salate dagli occhi che bruciano.
Odio! Puro veleno nero esce dal mio cuore.
Rabbia totale e paura fanno di me una bomba sul punto di scoppiare.
Torno all’adesso.
Ho concluso il rito; il primo, quello dei denti.
Passo al successivo.
Estraggo dalle tasche le cartine, arrotolo il filtrino, la sigaretta, l’accendino, il fumo.
Preparo la canna.
Vado alla finestra del bagno e apro appena la metà destra per far uscire il fumo. Accendo e il fumo che espiro fuori rientra a causa della corrente d’aria temporalesca.
Il buio regna contrastato da lampioni di periferia.
Il silenzio è rotto dal passaggio delle poche auto che tirano forzosamente le marce.
Un uomo incappucciato tiene con una mano l’ombrello e con l’altra il guinzaglio del suo cane nero che annusa quei quattro alberi di cui dispone per depositarci la sua firma biologica.
A parte lui, raramente si vede qualcuno camminare.
Di solito dei bengalesi, a gruppetti.
Oppure gente dell’est che abita le case abbandonate e fredde.
Oppure qualcuno che lavora alla fincantieri e porta la biancheria nelle lavanderie a gettone aperte fino a tardi.
Qualche volta dei punkabbestia.
Qualche altra i numerosi alcolisti ubriachi, che abbondano in zona.
Le auto e gli scooter dei giovani che portano le pizze a domicilio.
Dei tossici che guardano gli abitacoli delle auto in cerca di materia prima da trasformare in euri sonanti.
Il popolo della notte che ha rinunciato alla tivù.
Guardo l’ora.
Torno in salotto e prendo il portatile.
Ho da scrivere qualcosa per il blog.
Finalmente ho finito e invio queste righe.
Il fumo è buono e fa il suo dovere: prende a schiaffi i pensieri di prima e me ne procura altri più adatti alla sera.
Sono stanco, penso, e ho tutto il diritto di rilassarmi.
Era un giorno straordinariamente privo di segni e presagi e questa piattezza, pensò, doveva significare qualcosa, se contrapposta alla guerriglia interna di cui era, suo malgrado, placido testimone.
L’abitudine alle elucubrazioni mentali, all’approfondimento sistematico di qualunque fenomeno, anche il più banale, ben rappresentava il suo talento; così, almeno, gli dicevano spesso, pensando di fargli un complimento; quasi ad assurgerlo al ruolo di investigatore dell’umana debolezza.
Sorrise calmo; in quel preciso istante realizzò che non era mai stato un dono quell’aspettarsi sempre qualcosa; semmai un vizio che lo portava incondizionatamente verso la diffidenza e il sospetto.
Concluse che quest’ultima rivelazione, l’ultima di una lunga serie che recentemente continuava ininterrotta, l’avrebbe trattata alla stregua di un segreto. Non disconosceva nulla di ciò che era stato; aveva sempre fatto il meglio che poteva, e avrebbe semplicemente cercato di cambiare attribuendo al suo agito un’accezione positiva.
Il passato era un tempo immodificabile; il futuro era imprevedibile; il presente l’unica realtà che avesse dignità, respiro e verità.
Guardò l’ora; mancavano solo trenta minuti all’incontro più importante della sua vita.
A quell’ora la piazza brulicava di persone indaffarate e di giovani intenti a cercare compagnia e consenso.
C’erano anche molti vecchi che commentavano i giornali e che parlavano usando i verbi declinati al passato: con struggente nostalgia, quello sembrava l’unico tempo cui erano appartenuti, cancellando un presente privo di alcuna attrattiva.
Si sentì fortunato di gustare, ora, ogni istante di quella sua vita e rabbrividì al pensiero che se non fosse stato lì in quel momento, forse non avrebbe avuto nulla, da vecchio, che sarebbe valso un ricordo.
Aprì la borsa di pelle e ne estrasse un prezioso diario-agenda ( era prezioso perché conteneva le parole e il significato, tracciati per tappe, di quello che un tempo era stato il suo divenire e che ora erano il suo sviluppo) : sfogliò con sicurezza le pagine a ritroso e si fermò al 9 luglio 2002.
Lesse:
“ Chi sono, come sono, cosa faccio. Non lo so e contemporaneamente lo so; o meglio ne percepisco i contorni, intravedo le sfumature e ci convivo malamente.
La mia età e posizione sociale suggeriscono il profilo di una persona brillante, attiva, piena di interessi e hobby. Il target cui appartengo è quello dei singles quarantenni bell’aspetto cultura media.
A questo corrispondono centinaia di proposte pubblicitarie; prodotti surgelati, da frigo, da scaffale a dosi singole, e questo dovrebbe, tra l’altro, suggerirmi che siamo in tanti.
La sociologia moderna ( s f: scienza che studia i fatti sociali considerati nelle loro caratteristiche costanti e nei loro processi) mi fa stare in compagnia; anch’io, come tutto e tutti, ho un posto nella società, una categoria con la quale confrontare tic, attitudini, manie, consumi. La scienza mi rassicura: non sono solo, posso contare su molti simili con analoghi pensieri e problemi.
Le mie giornate sono molto simili nella sostanza anche se molto varie nella forma.
La forma: vestiti eleganti, aspetto curato, bella linea, pettinatura moderna, bei modi, voce calda, tono basso, sorrisi opportuni, battuta veloce, sguardo significativo.
La sostanza: disagio, invidia, soffocamento delle emozioni, autocontrollo, senso di inutilità, contenimento delle energie spontanee.
Il dentro e il fuori combattono fino a ridurmi ad un bambino che ostenta, che dimostra, ma che non può rivelare a nessuno la propria sofferenza.
La distanza tra il vero e il finto è ormai irrimediabilmente contaminata e corrotta, schizofrenica perché tragicamente riversata nel dilemma del non saper più cos’è importante e necessario.
La sera arrivo a casa e crollo per stanchezza e noia; mi sento arido e triste e vorrei capire perché ho accettato le regole.
Quanto appena letto risaliva a soli due mesi prima.
Due mesi erano un nonnulla se confrontati ai suoi quarant’anni. Ma li sentiva lontani, distanti, come se avessero un peso specifico diverso; in questo limitato lasso di tempo aveva demolito e ricostruito interiormente più di quanto avesse mai fatto prima.
Leggere il diario gli serviva per prepararsi, per ricordare cosa ci faceva là, seduto sulla sedia di un bar qualunque, in una piazza distratta e statica che ignorava quanto fosse importante per lui quel momento.
Continuò a leggere famelico quel diario da cui traeva, nello specifico, le impressioni di una sera:
“ In macchina a zonzo di sera tardi con l’intento di disfarsi di un dolore che lacera il petto e rimbalza tra le pareti della scatola cranica.
Viale industriale pieno zeppo di umanità mista e coesa da tristi desideri avventurieri a pagamento.
Da un lato e dall’altro solo tristi cartoline di periferia edulcorata con sopravvento del grigio colore della sua natura intrinseca.
Viale lungo a più corsie su cui abitano poche ore a notte esseri viventi in quanto respirano.
Tutti siamo viventi solo perché respiriamo e il nostro limpido segreto alberga più sotto coperto da migliaia d’anni di istinti e lezioni e atteggiamenti fittizi e provvisori.
E’ evidente che questa non è la ricetta che può alleviare il dolore e il senso d’oppressione e la sensazione di essere inadeguati perché senza verità con cui potersi misurare e confrontare.
E’ evidente che la mia e la nostra verità potrebbe risolvere il circolo vizioso e senza senso che ci hanno profuso alla nascita definendolo vita.”
Ricordò l’occasione che aveva scatenato quelle parole furiose.
Ricordò, sorridendo, quanto temesse quelle sfuriate che considerava momenti di trance; erano imbarazzanti come una macchia su di un vestito; erano vergognose perché lucide e vere.
Riprese la lettura sorseggiando elegantemente un tè.
19 luglio 2002
“ La televisione, il satellite, l’e mail, la segreteria telefonica: un campionario di elettronica.
La modernità mi consente di gestire con scioltezza il contatto con quelli come me (il me è un sé di fantasma dell’etere, anonimo e inconsistente) senza offrire nulla del vero me.
Ho iniziato con gli pseudonimi; potevo girare il mondo a mio piacimento, frequentare posti strani, esotici, belli, da casa mia; seduto davanti a uno schermo, picchiettando le dita su una tastiera.
Ogni giorno gestivo più identità compiendo metamorfosi occasionali; ideali, romantiche, erotiche, sentimentali, rivoluzionarie: uno zelig qualunquista e generico.
Chiuse per un attimo l’agenda.
Si sentì quasi vibrare, come avesse acceso un interruttore che faceva fluire energia; sapeva che adesso toccava alla pagina più importante.
Bevette un altro sorso e lo mandò giù con calma, quasi intendesse scomporlo chimicamente per assaporarne ogni molecola. Ma era solo per rimandare il momento cruciale; quello che faceva paura, quello per cui aveva deciso di dare una svolta.
21 luglio 2002
“Luna, stasera ti dedico qualche riga che lo scuro della notte mi ha ispirato e spero ti piaceranno. Fammi sapere cosa ne pensi, ciao ( buona lettura tesoro):
La notte diffonde i suoi umori e scurisce la vista, trasforma i caratteri, addolcisce l’inutile frenesia diurna.
Procura coraggio e libera istinti sopiti, belli e autentici.
Non esige di sua natura risposte pronte, riposa i muscoli tesi della prontezza, li rilassa e quieta.
Quest’atmosfera non produttiva stimola tesi ardite, finalmente illogiche, finalmente umane e senza spiegazioni.
La logica con la luce, il riposo con le tenebre.
Senza meta la notte mi induce in tentazioni, mi porta a spogliarmi della personalità e mi lascia nudo e candido, come a riflettere la luce argentea e pallida della luna.
La grandezza della luna, la sua magnificenza discreta, richiede furiosamente silenzio, pace, lentezza.
I lenti possono emergere, giovarsi e vantarsi del loro anacronistico segreto sacrificato alle abitudini dei tempi, moderni e ridicoli, inutili e scabrosi ed essere, a loro modo, vitali.
A cosa è dovuta la gratitudine dei bambini, i cui tempi sono quelli del corpo, del gioco e mai del dovere. Questa parola orribile, scandalosa, irriverente: dovere !!!
Chi ci costringe al dovere: essere, fare, fingere.
Viviamo in una trappola contenti d’esserci dentro, sopravviviamo a consuetudini, cediamo a regole laide.”
L’immedesimazione totale con i suoi scritti gli fece scordare di essere in un posto pubblico e assunse inavvertitamente un’espressione contratta. I suoi rodati meccanismi di difesa allora insorsero e gli mandarono messaggi d’allerta; questa volta non se ne curò e continuò la lettura.
27 luglio 2002
“ Qualche volta mi prende il panico, non so reggere il peso del mio ruolo e odio chi ho di fronte.
La sensazione è viva e mi attorciglia lo stomaco; sono in ufficio con dei clienti, con una scusa interrompo; corro in bagno per depositarci tutta l’angoscia con ferocia e brutalità; poi arriva la calma, mi rimetto in ordine, mi specchio e faccio le prove di sorriso e ammiccamento… schiarisco la voce, mi pettino.
Svelto, corri; sono già passati cinque minuti.”
La tentazione di scappare tornò. Rapida come un colpo di frusta, schioccava repentina.
In questo periodo molte volte se l’era trovata di fronte; era ogni volta avviluppante, invadeva ogni cellula.
Dopo aver ceduto ad essa le prime volte, si era reso conto che non esisteva un posto in cui si poteva nascondere da sé.
“ E mail di Luna che risponde al mio ultimo messaggio:
L’alba accoglie aspra e violenta gli occhi, ma al primo esercizio delle narici ti irrora di splendidi odori freschi e
puri che ti fanno riconoscere il giorno.
Che cos’è il sacrificio di qualche ora di sonno in confronto a questa sublime carezza che coinvolge i sensi e scatena silenzi interrotti da qualche suono che si affaccia discreto e umile.
Gli artisti non hanno inventato nulla, hanno solo copiato l’offerta abbondante di grazia e meraviglia.
Cogliere il significato e le sfumature.
Con questo ultimo respiro violento affronterò la giornata e ne conserverò l’asprezza umida vaporosa.
Benvenuto nuovo giorno.”
Si accorse istintivamente di guardarsi attorno, come a cercare uno sguardo complice, caldo, che affermava in silenzio che era lei, Luna.
Luna si era intrufolata nei suoi sensi, nei pensieri, scatenando fantasie innocenti.
Rituffò con totalità sguardo e attenzione nelle pagine da lui scritte; tra non molto si sarebbe realizzato concretamente, più che un desiderio, un sogno: la possibilità di essere!
“ Stasera sono uscito con i colleghi per dovere; alcuni hanno dato il meglio di sé con barzellette, confidenze, cattiverie civettuole.
Non so come appaio dal di fuori; quel che di certo so, è che non corrisponde al di dentro; mai.
Fatica a sostenere un’avvilente messinscena; tentativi di salvare o riesumare rapporti umani inesistenti, circostanziati e riferibili alla sola professione.
Tornando a casa in macchina da solo, sento dentro una sensazione paragonabile ad una necessità.
E’ una voce muta, un nodo che vuol essere sciolto e sta per scoppiare.
Accendo la radio e decido, seppur stanco, di fare un giro di notte.
Lo sguardo vaga mentre mentalmente faccio considerazioni su ciò che vedo.
Persone dentro auto che sfrecciano ovunque. Autolavaggi self-service pieni; fedeli all’idea che bisogna far bella figura, l’auto ci rappresenta fin quasi a sostituirci, a parlare per noi. Dev’essere pulita, igienizzata, che magari-stasera-si-scopa.
Puttane, travestiti, camionisti; bar affollati che sembra di sentirne il chiacchiericcio formale, abituale,consolatorio.
Tutti cercano compagnia, di aggregarsi per non avere freddo, per non sentirsi soli e inutili.
Il nodo irrompe e senza ragioni logiche scoppio in un fragoroso pianto liberatorio.
Davanti ad un semaforo mi si affianca una macchina con due ragazze che mi guardano; perplesse si consultano e mi chiedono a gesti se ho bisogno d’aiuto.
Rifiuto e ringrazio con il cuore colmo di gratitudine.
Provo vergogna e leggerezza.
Adesso sto meglio però; adesso ho compreso.
Ora so che devo andare avanti.”
Quel proposito, quell’andare avanti, lo aveva fatto arrivare lì, quel giorno.
Seduto comodamente, l’agenda appoggiata sopra un bel tavolino, sembrava dominare il centro del centro città.
Quando studiava, e poi nei corsi che regolarmente frequentava, insistevano molto sulla potenzialità evocativa del posto in cui si lavora. Il fatto che si stesse dalla parte della scrivania designata, nell’immaginario collettivo, a chi deteneva il potere. A come doveva accogliere; in che momento caricare l’atmosfera; in quale altro elargire sorrisi e battute.
A quel tavolino, di quella piazza; in quel fresco, tardo pomeriggio estivo; in quel preciso frangente di vita, avrebbe lottato con sé stesso per disimparare, per deprogrammarsi, per non essere il paradigma di nessuno, l’archetipo di nulla.
Poteva accogliere quell’occasione con un atteggiamento virginale, disponibile alla sorpresa e non avrebbe rinunciato.
Ripiombò di nuovo tra le pagine di quell’agosto gravido di paure e dubbi, ma fecondo di novità esistenziali.
“ Cara Luna, sono passati un po’ di giorni durante i quali ho riflettuto. Ho deciso di rischiare e di offrirti pezzi del mio diario segreto che ti sveleranno chi sono veramente.
Ho scelto te perché il nostro rapporto è lo specchio di ciò che sono e, forse, se ho ben capito, siamo; ci diciamo tutto ma non sappiamo chi siamo; osiamo parole ardite che sappiamo andranno a colpire ma non vedremo mai le reazioni che provocano.
Oggi ti mando queste parole vere, partorite dal cuore:
E così mi confronto continuamente con realtà diverse che disegnano, parallelamente, ognuna un proprio percorso senza mai incontrarsi.
E così affronto con sgomento ogni nuovo giorno che comprime la naturalezza preferendo esibire l’artificio.
E così precarietà e vertigine si mischiano generando incertezza e debolezza.
E così più sono debole più mi difendo e più mi difendo più aggredisco; meno sono più appaio.
Quando penso a me stesso vorrei nascondere quegli aspetti che invece mi sono così evidenti da non poter essere negati. Mi sento in catene, in un vortice di sovrastrutture che non mi consentono il libero pensiero, il libero arbitrio.
Credo che potrei liberarmi da tutto questo se trovassi la forza e la convinzione che la mia vita, così com’è, non mi porterà da nessuna parte, che mi sto buttando al cesso per soddisfare una miserabile volontà di affermazione. Quando sento parlare di successo mi vengono dei brividi così forti da trasformarsi in spasmi; ma non posso sottrarmi in modo indolore al fascino che questo ha sempre suscitato in me.
Sono in balia delle controversie che questo confronto scatena dentro; vorrei essere nudo ma mi hanno sempre detto di vergognarmene.”
Riemerse da quelle righe sentendosene indifeso. Ricordò lo sforzo e le ansie dei giorni che precedettero la decisione di consegnarle ad una sconosciuta.
Lui e Luna erano collegati da un filo del telefono; se lo ripeteva continuamente, ossessivamente. C’era una parte di lui attaccata al vecchio, a ciò che era sempre stato, che quasi lo mordeva purchè non cedesse.
Davanti, a pochi metri, un gruppetto di mamme chiacchierava approfittando della pausa che i bambini concedevano loro. Li osservò percependo l’origine di ogni libertà, di ogni istinto e si domandò quando finiva quell’innocenza.
Si sentì derubato, come fosse stato vittima di una truffa; nello sguardo dei bambini c’era la chiave di lettura dell’esistenza. Negli adulti quella del dubbio, della paura, dell’incapacità di fluire e lasciarsi andare.
27 agosto 2002
“ Sono giorni d’attesa; ho lanciato l’amo e adesso devo aver pazienza e lasciarle il tempo di cui necessita.
Quando son tornato a casa, come sempre, ho parlato col gatto che sembrava capire, conoscermi dal di dentro delle mura che ci proteggono da un fuori ostile. Di solito ordino la cena ma stasera cucino io: faccio un bel sugo, un bel contorno; poi tg e e mail.
Da quando mi concedo solo alla mia interlocutrice elettronica ho tagliato le altre incursioni e non mi travesto più di identità fantasiose”
7 settembre 2002
“ Ciao sono io, la tua Luna.
Ti sono grata di avermi coinvolta in questo gioco che ormai trasuda verità e dal quale non riesco più a trovare uscite di sicurezza.
Ho finto, barato facendo la sostenuta, ingannato facendo al preziosa.
Ho capito che qualcosa, nel tuo meccanismo perfetto, s’era inceppato: ho dovuto decidere se rischiare o lasciare.
MI son detta: “resto e gioco”. Ora offro il poco che sono veramente che, proprio per questo, è più vivo e prezioso di quando interpretavo nascosta dietro una macchina, dei tasti, un monitor.
La mia decisione è irrevocabile; ho tolto i freni ed eccomi, sincera e autentica fino a quando riuscirò a reggere.
La maschera che continuamente indosso, le infinite variabili, gli atteggiamenti diversi a seconda di dove o con chi sono, sono talmente fragili e inconsistenti da crollare in un sol colpo.
Persino da sola, davanti allo specchio truccavo le espressioni, e la ginnastica pro-forma era un rito trasandato e ridicolo che esercitavo con una meccanicità tale, da non aver più bisogno della mia presenza; semmai della mia assenza.
Tutto è così superficiale da essere contemporaneamente indispensabile e stupido, moderno e inutile, abitudine e vizio.
Eccomi, se mi vuoi accogliere nel tuo esclusivo club dei ribelli interiori, deboli ma tenaci perché hanno forse molto da perdere ma certamente ancor più da recuperare.
Ho deciso, e il tuo contributo è stato determinante, perché da sola non ce l’avrei fatta anche se, un domani, conto di riuscirci.
Da oggi sarò ordinaria!
Spero mi risponderai.”
Guardò l’ora: ormai mancavano pochi minuti. Anche il diario era quasi finito e questo sincronismo lo fece sorridere.
Ora la piazza era letteralmente invasa di gente: non si erano mai visti in faccia ma ad entrambi bastò sentirsi al telefono una volta per capire che si sarebbero riconosciuti.
Lui immaginò negli occhi di lei la stessa fame e sete che pareva divorargli il cuore, facendolo battere forte, facendolo sentire, dopo anni, vivo.
Riguardò l’orologio; aveva giusto il tempo di leggere quelle ultime frasi per poi cercare tra la folla quell’anima che a sua volta lo stava cercando.
Si sentiva lacerare dentro; ma in positivo. L’adrenalina scatenava sensazioni forti raggiungendo il parossismo della calma; tutto era un paradosso da cui non sarebbe più voluto uscire.
14 settembre 2002
“ E’ passata una settimana e preme una sensazione d’urgenza e inevitabilità.
La svolta adesso riguarda anche un’altra persona che ho coinvolto e che sento vicina.
Certo, non riesco a pensare a me e lei cambiare tutto per trovare noi stessi in qualche paradiso degli alternativi.
Penso piuttosto ad una rottura decisa dentro di noi, nei rapporti con gli altri, nel ricominciare ogni volta.
Penso alle emozioni sopite, messe da parte per paura di essere retorici, banali.
Penso alla bellezza di un tramonto al mare, al silenzio di una montagna.
Penso a quanto ci siamo persi per correre senza mai chiederci dove.”
“ Cara Luna, ti mando il mio nome e indirizzo.
Possiamo cambiare insieme e riscoprire quello che avevamo escluso per tanto, troppo tempo. Possiamo ricostruire una vera vita.
Troviamoci e parliamo; presto però. Molto presto”