"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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Anni fa scrissi a capodanno una lettera aperta agli amici e conoscenti, nella quale dicevo in sostanza che, con l’anno nuovo, il miglior augurio che potessi far loro, era quello di vivere pienamente ogni singolo istante della loro vita. Senza scartare niente, vivendo qualsiasi istante con la consapevolezza che era unico e irripetibile.
Quest’anno, oggi, avendo poco tempo e scarsa ispirazione, volevo ri-postarlo, che fa sempre il suo effetto, e che in realtà non mi sembra affatto scaduto.
Non ho un augurio migliore di quello, posso solo cambiare le parole per ripetere il medesimo concetto.
Cosa che in parte sto facendo.
L’anno scorso, in particolare dicembre, è stato terribile.
Il 6, una persona a me molto cara, è morta.
Era un mio parente stretto, praticamente un fratello.
Quando è morto io e la moglie eravamo con lui in ospedale, a tenergli le mani.
Ho assistito al lento consumarsi del suo respiro, una progressione evidente del cedimento e dell’accettazione del proprio stato.
È andato portando con sé una parte di noi.
Al funerale, un misto di funzione laico-cattolica, celebrata da un prete suo amico-collega, chi lo desiderava, poteva parlare e dire qualcosa.
Sono stato il primo a parlare, un po’ perché ci si aspettava questo da me, un po’ perché avevo parole che dovevano essere dette.
Riassumendo, dissi che mentre eravamo verso la fine, e subito dopo questa, mi ero chiesto che significato avrei potuto attribuire alla morte di una persona cara di 42 anni, e mi ero risposto che non c’era. L’unica possibilità che avevo, era quella di celebrare ogni giorno, ogni momento, più che potevo, questa occasione irripetibile che è la vita.
Tempo fa ad un’amica in difficoltà, di fronte all’ineluttabilità di una sua situazione, nei confronti della quale nulla poteva, dicevo “ accetta tutto”.
Solo così, credo, si può vivere tutto.
Dicevo questo anche ad un’altra amica in crisi amorosa, e ad un amico quarantenne in difficoltà.
Allora, pur non avendo simpatia per le feste, pur non credendo che ci siano giorni speciali e giorni da buttare, ma consapevole dell’influenza dei simboli e del loro sordo eco nelle zone che ci abitano, ma quasi mai vediamo e sentiamo, questo fine anno, oltre ad augurare a tutti di saper vivere ogni singolo istante della propria vita, aggiungo che questo comporta saper accettare tutto.
Spero non serva sottolineare che questo non comporta affatto rimanere passivi o in posizione di subire.
Comporta semplicemente vivere tutto quel che viene.
Bello e brutto.
Sapendo che tutto passa.
E che il rischio è quello di perdere una possibilità unica.
AUGURI!
Oggi c’era una nebbia densa, pastosa.
Sembrava di galleggiare sull’acqua mentre il vaporetto avanzava con prudente lentezza.
Dovevo telefonare. Avrei avute almeno cinque telefonate, ma anche più, volendo, che aspettavano.
Ma stamattina la giornata è iniziata male.
Ho perso il treno e sono stato quaranta minuti in sala d’aspetto. Mentre aspettavo leggendo il giornale, mi guardavo attorno. Cercavo della facce, delle posture, degli sguardi che mi potessero suggerire una storia.
Avrei voluto scrivere, oggi.
Oggi volevo scrivere perché se no dovevo leggere.
Ho preso tempo leggendo il giornale. Che poi dire di aver letto il giornale è troppo; in realtà, come faccio ormai da anni, lo sfoglio soltanto. Per leggere dovrebbe esserci un articolo interessante, che descriva situazioni che mi interessino.
E invece c’è il solito necrologio delle virtù, la solita descrizione del suicidio sensoriale e morale che ci affligge tutti. E se poi il giornale che ho comprato è quello, ancor peggio: siamo all’imbarazzante propaganda di un pensare alla nordest che soltanto i fessi possono credere autentica.
Il pensare alla nordest non esiste, se non nell’accezione della decadenza.
Pensarsi protagonisti della propria agonia, essere orgogliosi di lavorare così tanto, non avere più energie per la creatività, invece che essere vissuto come un dato di fatto angosciante, è percepito come una caratteristica razziale di cui vantarsi.
Intorno a me suore, pendolari diretti a vari uffici, avvocate e architetti. Intorno a me sonno e freddo e solitudine.
Dopo quei quaranta minuti cui accennavo, altri cinquanta di treno.
E sono stato costretto a finire di leggere un romanzo breve che non avevo alcuna intenzione, né volontà, di terminare.
È il libro d’esordio di Bret Easton Ellis, “meno di zero”. Un romanzo breve di cui avevo letto come tutti le lodi quando uscì, vent’anni fa. Ma che allora, e per molto tempo in seguito, mi era sembrato poco incoraggiante, per gli argomenti che trattava. Pensavo che sarebbe stato palloso leggere della vita di giovani losangelini pieni di soldi e di vizi.
È evidente che mi sbagliavo.
Il libro è perfetto.
Probabilmente ne leggerò altri dell’autore, che finora avevo evitato. Tuttavia, non credo che troverò più quell’equilibrio, quell’alchimia, quella genuina crudezza senza mestiere, che ho creduto di percepire in questo.
Ora che è pomeriggio la nebbia è un po’ calata.
Ora farò quelle telefonate che non ho ancora fatte.
Fa un freddo bestia, finalmente.
Mi piace questo freddo.
Farò quelle telefonate, scriverò una lettera, correggerò un racconto che devo tagliuzzare per un reading a febbraio, inizierò un altro libro.
Quando risalirò in treno per il ritorno a casa, ci sarà buio e tornerà la nebbia.
Mi ci immergerò e starò ad ascoltare, attento, a qualsiasi segnale, buono per scrivere una storia.
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Caro Babbo Natale,
mi prendo con un minimo d’anticipo la briga di scriverti per porti dei quesiti.
Spero m’ascolterai. E anche accontenterai. E forse capirai.
Ebbene, ti scrivo per dirti che regalo mi piacerebbe ricevere. Te lo dico subito, senza tanti giri di parole, perché io sono uno che va subito al sodo.
Cioè non mi piace quando sono con qualcuno che continua a fare grandi cerchi concentrici e aspetta mezz’ora per dire quel che deve. Per carità, rispetto la timidezza altrui, talvolta anche le idee, le credenze, finanche i vizi. Tanto per dire che non sono uno che esige che il mondo e la gente sia a sua immagine e somiglianza, o che tutti dovrebbero pensarla come me.
No, sono tendenzialmente uno che ha accettato l’idea di democrazia come male minore. Sono uno che critica ma che ascolta. Uno che osserva chi partecipa e si fa delle idee. Che cerca di capire le regole.
Che poi le evita.
A te lo devo confessare però: sto con un piede di qua per poter tener l’altro dall’altra parte senza che nessuno sospetti nulla. E in tema di confessioni, aggiungo che proprio non ce la farei a starci dentro, con tutto me, al di qua.
Non è una questione giovanilistica o nostalgica o ideologica. No, è proprio esistenziale, di sopravvivenza. Ho il bisogno di avere un mio spazio, una mia dimensione nella quale muovermi, pensare, ascoltare, osservare, senza che poi per forza, perché così dev’essere, debba produrre un qualcosa di tangibile e concreto.
Hai presente quelli che stanno a letto a poltrire solo perché gli fa piacere? Beh, io non sono di quelli, ma è per farti capire quel che intendo. Quelli là, che poltriscono, lo fanno solo perché dà loro piacere quella sensazione di orizzontalità, di improduttività, di pigra leggiadria.
Io odio stare a letto, se non per dormire o per….. va beh, lasciam perdere. Dicevo che odio il letto e anche la pigrizia; ma non costringermi a essere sempre vivo e sorridente e preparato: no, questo no.
Il mio piede, quell’altro, deve poter stare al di fuori delle logiche produttive, delle dinamiche progettuali, dei rapporti formali -anche se mi veniva “finti”- e starsene da un’altra parte. Non in panciolle, a far niente: no, a far e produrre un altro tipo di lavoro che non ha niente a che fare con la merce, la furbizia, il commercio.
Certo che è difficile da spiegare: conto sulla tua saggezza, non mi deludere.
Dopo averti detto queste cose e aver premesso chi sono, passo a quello che più mi preme.
Sento il bisogno di raccontarlo a te, anche e perché quello che devo dirti, successomi l’altro giorno, riguarda la tua persona e categoria sociologica: gli anziani. Perdonami ma dopo averli definiti come etichetta vuole, anziani, preciso che mi sento più a mio agio a chiamarli vecchi. Senza tare formali: “veci”, si direbbe in veneziano.
L’altro giorno, mercoledì, sono andato a trovare mia nonna in casa di riposo.
La giornata non era baciata, com’è oggi, da un sole magnificente; no, era giornata grigiotta, depressiva.
Tuttavia, camminando per Venezia ci si fa rapire l’attenzione, e volentieri, da altre cose; non c’è punto che non si rappresenti per nuovo e felice ed emozionante. Città piccola, ma talmente straripante di suggestioni, da aver bisogno di milioni di occhiate sempre diverse tra loro; occhiate che poi saranno ripagate dall’impossibilità di catturare le infinite variabili contenute nelle sue calli, campi, canali, ponti, case.
Insomma, me ne andavo passeggiando con spirito leggero, gustando la lentezza e l’armonia dell’essere il proprio mezzo di trasporto.
Arrivato in casa di riposo, due porte automatiche s’aprono e accolgono nel bel salone d’ingresso. Quasi tutto, a Venezia, è particolare e debitore alla genialità dell’arte.
Hai mai visto l’ospedale, ad esempio? Spettacolare!
E il cimitero? Un’isola!
Va ben, non mi dilungo.
S’entra e si viene accolti da quest’ambiente tipo palazzo nobile. S’attraversa questo enorme salone e s’accede alla bella struttura che ospita gli utenti.
Quattro piani con vista su un bel giardino e sulla laguna.
Tuttavia, appena s’entra nella struttura vera e propria, ci s’accorge subito di cosa si tratta. L’odore stantio di vecchio, di carne stanca e sfinteri anacronistici, la fanno da padroni.
E le carrozzine. C’è ovunque un luccichio di metallo cromato e un sottofondo di monotono lamentio. Teste bianche di capelli, ricurve su se stesse. Coperte a ricoprire arti che stentano a ritrovare calore.
Salgo in ascensore per raggiungere il quarto piano.
Esco e in un androne che funge da sala d’aspetto e sala da pranzo.
Il linoleum incoraggia tendenze depressive.
Ogni qualvolta s’aprono le porte dell’ascensore una ventina d’occhi puntano dritti su chi esce dalle porte che s’aprono piano; quasi ad aumentare la suspance.
La fortunata che riceve la visita s’erge allora sulla propria sedia e guarda le altre con una punta di cupidigia, come ad annunciare che tocca a lei stavolta.
Bacio sulle guance mia nonna, le consegno le caramelle senza zucchero da ciucciare nei momenti tristi. E infatti ho l’idea che finiscano quasi subito, vista la percentuale di rassegnata tristezza che alberga, prima, durante e dopo, il passaggio di ognuna di loro, in quel parcheggio decadente.
Andiamo fino giù al bar, beviamo qualcosa, ripetiamo le solite cose, infilando dentro novità contingenti, quali una vincita alla tombola, piuttosto che qualche annuncio funebre, o qualche lieta buona nuova.
Il tutto senza fingere allegria.
Con l’idea che lì s’aspetta soltanto una cosa, che ad un certo punto diventa desiderio, seppur pauroso.
Poi la riporto su, saluto le altre nonne, guadagno l’uscita attraverso le scale, come a voler scrollarmi di dosso quegli odori e ancor più quegli sguardi senza vita.
Quando esco il cielo, da grigio, è diventato nero.
Guardo l’ora: le cinque – le 17-; tra mezz’ora mangiano, poi a letto.
Mia nonna dice che non dorme.
Lo dicono tutti i vecchi.
Anch’io lo dico.
Ma per me è l’eccesso di vita ed emozione, a tenermi sveglio.
E per loro, cosa?
Torno a piedi.
Mezz’ora col passo e i percorsi di veneziano; tre quarti d’ora e oltre per i foresti.
Devo raggiungere piazzale Roma e prendere l’autobus per tornare a Marghera.
Mentre cammino, chiuso dentro a cappotto e sciarpa, penso a quel che ho visto.
Mi dico che non è giusto e che non ha senso.
Mi chiedo cosa sia la mia vita.
Perché so che, se non muoio di malattia prima, mi toccherà occuparmi di me stesso anche da vecchio.
Un brivido irrompe violento.
A quell’età guardarsi indietro e vedere il baratro del nulla, fa morir male. Rimpianti e dolori, pentimenti; no, non è possibile, non voglio essere abitato solo da questo, quando sarò vecchio.
Non ho paura della morte.
E della vita?
No, voglio vivere ogni attimo, ogni respiro. Sentire cosa mi dico in ogni singolo momento della mia esistenza.
Allargo le braccia, chiudo gli occhi, respiro.
Su dal naso. Fuori dalla bocca.
L’aria fredda che sembra carezzarmi dentro.
Nell’ormai buio ci vedo bene adesso. Il passo è sicuro, le gambe rispondono, il cuore pompa sangue e ossigeno che circolano nelle arterie e vene, le mie autostrade.
L’odore è diventato un ricordo.
La rassegnazione l’ho messa in preallarme: ogni volta che arriverà mi ricorderà che devo sostituirla con l’abbandono lascivo dentro la sostanza delle cose; senza fermarmi a quel che sembrano all’apparenza.
Oh, cavolo, mi son fatto prendere la mano.
Scusa, Babbo Natale, t’ho fatto perder tempo. Dovevo scriverti del regalo.
Lasciamo perdere il regalo: mi hai già dato il tuo tempo, leggendomi.
E in più ti ho ricordato che sei vecchio.
E ti ho raccontato appena un po’ Venezia vista dal basso; non dal cielo come tu la vedi di solito.
Spero saprai perdonarmi.
Beh, ti saluto.
M’imbarazza far perdere tempo a persone impegnate come te.
Ciao,
cristiano prakash
Un po’ di freddo è arrivato.
C’è un ché di dolcezza nel suo esordio; una condizione di stabilità, di ordine.
Da quando faccio il corso shiatsu mi sto riavvicinando a quella parte di me che per i troppi cambiamenti ambientali avevo trascurato.
Ne parlo con difficoltà perché so che le parole non possono descrivere ciò che è esperienza: solo l’esperire, può.
Sto tornando verso il centro, verso l’equilibrio e lo smascheramento dell’inutile.
In realtà l’esterno, quello che mi circonda, è direttamente proporzionale a come mi ci sento: questo non cambia, pur nel suo inarrestabile mutamento; sono io che lo percepisco invasivo o meno, conturbante o no, soddisfacente o insoddisfacente. Sono io che ne determino l’importanza.
Perché il mondo, le persone, gli eventi, sono sempre fonte di insegnamento, se riesco a viverli con equilibrio.
Quando sono nel mio silenzio sono attento, sensibile seppur invulnerabile. E non si tratta di un illusione di appartenenza, ma piuttosto di un pacifico abbandono alle correnti della vita.
Ci sono giorni e momenti, frammenti, che un senso di pienezza mi pervade e mi fa intuire ed entrare in contatto con una sicura ovvietà: che spesso, quasi sempre, perdo l’opportunità di vivere, in cambio della possibilità di sopravvivere.
Sto tornando a capire il linguaggio del corpo, di quanto lo abiti senza sentirlo.
Il corpo si adatta come può a quello che gli viene offerto. Le sue funzioni sono in moto perpetuo, con il solo scopo di produrre vita, di mantenersi vivo e attivo.
E adesso toccandolo, toccando quello degli altri, lo sto ri-conoscendo.
Blocchi, contratture, sono lì a testimoniare l’adattamento al maltrattamento.
Una decina d’anni fa ero giunto alle medesime conclusioni.
E a questo punto vorrei parlarne.
Ma lo faccio nel prossimo post: non ho più tempo adesso.
Scappo, portando con me questo corpo che talvolta dimentico.
Mentre cammino nella pioggia non posso non pensare che a un caldo incredibile. È incredibile che a dicembre, mese identificato con la neve, non solo non nevichi, ma addirittura ci siano 10° di temperatura. E quando c’è il sole, ancor più. Sono vestito da ottobre, penso.
Penso anche che avrei bisogno di quel freddo secco, potente, profumato. Penso alla montagna, al bianco assoluto, a quanto mi manca, a quanto non riesco più, da un po’, avvicinarmi a ciò di cui avrei bisogno per stare meglio.
E penso anche che tutto sommato riesco ancora a sorprendermi, a trovare il miracolo, ogni giorno, nella sequenza di giornate che passano una dietro l’altra sempre più veloci.
Sento di essere persona privilegiata, di sentire la vita scorrere dentro me, di amarla.
Sto andando al lavoro e oggi non so bene cosa mi aspetta. Non so mai quel che mi aspetta, anche se poi, ogni giorno, incontro e mi confronto con le storie di persone che vedono nella sopravvivenza, una vittoria.
Ieri a pranzo abbiamo discusso con una ragazza che raccontava, a me e alle altre due ragazze con cui stavamo mangiando, dei suoi piani per i prossimi giorni.
Lei, sua sorella e suo fratello hanno deciso di mettere in atto un piano.
Da circa dieci anni loro padre, a mezzanotte, esce di casa e sta fuori tutta la notte.
Loro sono sicuri che abbia un amante.
A partire da una di queste notti, a turno, o anche insieme, devono ancora decidere, lo seguiranno a distanza per vedere dove và.
Loro hanno dei sospetti, e se fossero confermati dai fatti, fotografandolo, o filmandolo, o registrandolo – lei ha un’amica che possiede tecnologie molto sofisticate – avrebbero le prove per incastrarlo.
Io e le altre commensali ascoltiamo, tacendo.
Ma quando finisce, abbiamo delle obiezioni, che non possiamo tacere.
Una delle ragazze se ne esce con una frase che dice più o meno che lei è fuori, che questa è la realtà, che non siamo in un film.
Ma lei risponde senza scomporsi che ormai hanno deciso, che lo faranno. Il tono è quello di una che ha progettato una festa; una bellissima festa in cui sono previsti menù, ospiti, scherzi, scaletta musicale, divertimento scontato.
Anch’io intervengo, chiedendole, da bravo educatore pomposo, se abbia capito bene, o se mi sia sfuggito qualcosa.
Le chiedo di rispondere al mio bisogno di logica, di pulizia, di gerarchia di valori.
Le faccio presente che il padre è una persona che esprime una violenza esplosiva, animale. Lo dico senza timore di rivelare segreti, in quanto lei stessa, spesso, ci ha raccontato quel che succede a casa sua. Quando lo fa, ha un tono sofferente ma rassegnato, come chi sa di aver vissuta una realtà tremenda, ma che ci si è in qualche modo abituata.
Le chiedo di confermarmi questo: se loro, lei e i fratelli, abbiano bisogno di raccogliere le prove dell’infedeltà del padre per poterlo sputtanare.
Logico, risponde lei. Se si rivelasse alla loro comunità che il padre tradisce la madre, in qualche misura lo umilierebbero, e ne uscirebbe compromesso, discusso, disonorato.
Ma scusa, insisto: allora non è sufficiente raccontare in giro che tuo padre massacra tua madre davanti ai propri figli, che giusto l’altra sera le ha presa la testa per i capelli e gliel’ha sbattuta sul pavimento fino a farle sputare un altro dente; e non basta dire che ogni mese devono pitturare le mura di casa perché sono sporche degli schizzi di sangue: questo non basta.
Certo che non basta. Bisogna assolutamente incastrarlo mentre è dall’amante, dice lei, come a dire un’ovvietà che mi è evidentemente sfuggita.
Poi torna ai particolari, all’organizzazione che hanno pianificato, e a come faranno.
Sembra che il fatto di fare questo con il fratello e la sorella, le restituisca il calore da famiglia unita, la cui separazione, è la cosa che la fa soffrire di più.
Perché quando aveva sedici anni se ne è scappata da casa per fuggire da un destino che non poteva accettare: sposare uno di loro che nemmeno conosceva. Il tutto per una cifra di denaro congrua.
È andata ai servizi sociali e ha raccontato tutto.
Da allora è stata in qualche misura esclusa dal calore del clan, dalla possibilità di appartenere a un modello e un modo di vivere che non riesce ad accettare, ma che le manca.
Le confermo che mi sembra un piano davvero azzardato e che la realtà non funziona come i film di spionaggio, e che temo che se il padre li scopre, non ci andrà leggero.
Poi un’altra ragazza cambia argomento e siamo tutti felici di assecondarla.
Mentre vado al lavoro, penso al caldo e a quello che oggi incontrerò.
Alterno giorni intensi, pieni di imprevisti, saturi di dolore, ad altri leggeri, durante i quali tutto scorre come fosse la normalità.
Tempo fa si discuteva in rete del fatto che molti studiosi hanno detto, dichiarato, sostenute tesi, le quali decretano la fine del pianeta terra, se si andrà avanti così.
E non si diceva che questo avverrà tra secoli, migliaia d’anni o tra milioni di generazioni. No, le catastrofi inizieranno tra poco e anzi ne stiamo già vivendo i prodromi. Scenari apocalittici, aumento della popolazione e diminuzione della superficie abitabile; conseguenti guerre fratricide per accaparrarsi le poche risorse vitali rimaste, solitudine, distruzione di qualsiasi rapporto solidale in nome della propria sopravvivenza, ecc.
Moresco ne ha fatto un post dal quale rimbalzava urlante la domanda del come mai nessuno se ne preoccupi, cerchi rimedio, faccia finire questo suicidio globale.
Moresco, lo ammetto, m’incute rispetto e ammirazione. Ma stavolta mi è sembrato peccare d’ingenuità; o forse riguarda me, che non ho colto l’essenza.
Perché tutti dovremmo parlarne, solo perché lo fai tu, perché te ne sei accorto tu?
E le guerre, la parte di mondo che muore di fame mentre noi siamo stracolmi di cibo che ci fa scoppiare?
E tutte le contraddizioni che viviamo e che sublimiamo distraendo menti e coscienze con l’inutilità, il superfluo, l’ambizione. E certo che no, Moresco non può non aver presente tutto ciò: sono io che non ho colto.
Caldo, temperatura che non si concilia al calendario.
Tra cinquant’anni sarò morto o vecchio: chi se ne fotte, verrebbe da pensare. E infatti lo penso. E poi anche che l’eternità è solo questo momento, e il resto, appunto, si fotta.
Ogni momento può essere questo momento: ogni momento può essere l’eterno.
Ma poi penso a mia figlia, a quelle ragazze che mi affidano parte dei loro segreti e inquietudini, e a loro non lo so spiegare quest’eternità e questa felicità che non ha bisogno di alcunché.
A loro dirò di guardare la bellezza del mondo senza pensare alla bellezza; di sentire il proprio respiro per capire dal ritmo come stanno; di lasciar passare i pensieri, che sono così tanti e continui, da non essere, nessuno di loro, più importante dei ciascun altro.
In quanto al caldo, intanto, penso che risparmierò sulla bolletta del gas.
………..
La pioggia dei dicembri recenti, è poco fredda.
Dentro la stanza un caldo esagerato, come dev’essere qui.
Così caldo da rendere irreale il fuori, come se guardare le finestre fosse come guardare alla televisione, un film che descrive un dicembre piovoso.
Un respiro che è un singulto.
Un ritmo non reale, un suono come di secco.
Il respiro come necessità, fatica.
La luce nella stanza è potente, quasi prepotente.
Un respiro che sembra un singhiozzo, con un ritmo iirregolare.
Siamo qui, siamo con te.
Siamo con te ma tu sei solo, com’è naturale che sia.
Si è soli all’inizio, lo si è alla fine.
Le mani e le braccia non contengono più forza.
Sono molli e rigide insieme.
Sono un mistero.
Il respiro sa di fatica, di necessità.
Cambia il suo ritmo.
Da veloce a sempre più lento.
Da lento a sempre più lento.
Il caldo, il respiro, la luce.
Vorrei spegnere tutto, lasciar andare tutto.
Vorrei non essere qui.
Voglio essere qui.
Volevo esser lì, dovevo essere lì.
I pensieri di fuga dei giorni scorsi, spariti.
Le parole dette senza voglia, con le lacrime.
Il bisogno di silenzio.
L’urgenza, la necessità, il desiderio che tutto finisca.
La paura di come ci si sente quando tutto finisce.
……………
sms di oggi:
“ un anno fa una parte di noi è andata.
Un anno fa come oggi, pioveva.
Un anno dopo siamo comunque qui, a vivere come meglio si può.
Mi sembra il miglior modo di celebrare”
Oggi il treno delle 07.38 era strapieno.
Il treno regionale finora è fatto in due modi: uno, più classico, con i sedili morbidi di vellutino azzurro, con file da quattro posti due sedili in senso di marcia e due di fronte messi in senso contrario rispetto alla stessa; un altro più moderno, con file di sedili più rigidi e plastificati e tendenti al blu vivo, quasi chiassoso, sempre da quattro ma anche da due, con i sensi a favore, contrario e trasversale alla marcia, su due piani.
Stamattina era quest’ultimo modello che, pensavo io, dovrebbe avere più posti a sedere. Ma stamattina, forse, c’era più gente del solito.
Le facce, sempre quelle.
All’andata, a quell’ora: università, uffici, qualche raro fuori norma: io.
E qui apro una parentesi.
Io faccio un lavoro che quando lo si enuncia, suscita espressioni col punto interrogativo.
Faccio l’educatore. Dall’anno prossimo, per almeno un anno, per mia libera scelta, per uno strano intreccio di ragioni un po’ così, da libero professionista.
Seguo – seguo nel senso che svolgo una funzione da quasi tutor, ma non in ambito didattico, ma sociale, che lo so vuol dire tutto e niente, ma concludo se no la faccio troppo lunga – un gruppetto di ragazze che hanno accettato di aderire a un progetto di autonomia.
Anche qui, il discorso sarebbe lungo, e vorrei abbreviarlo: quasi tutte hanno una storia di famiglie semi disastrate e la legge dice che, a diciotto anni, diventano maggiorenni-adulte-persone-a-tutti-gli-effetti.
Facile a dirsi, difficile a farsi. Molti a diciotto anni non lo sono; molti nemmeno molti anni dopo; molti possono scegliere di non esserlo mai: loro no, sono costrette dal destino ad assumersene la responsabilità pur non essendone in taluni casi pienamente capaci.
Il mio lavoro consiste non tanto nel trasmettere dei “saperi” sociali, ma di far uscire le capacità e di far convivere ognuna con le proprie.
Tutto ciò, detto in breve.
Chiudo parentesi.
Sono in treno e scopro che non c’è un posto libero.
Proprio oggi che ho anche il pc oltre allo zaino.
Il mio zaino pesa molto.
È il mio ufficio.
E ho ereditato da mia madre la cattiva abitudine al superfluo. Ma visto che esco la mattina, torno la sera, voglio avere con me tutto il necessario, che non si sa mai.
Ho sei mazzi di chiavi, libro, agenda, palmare, due cellulari, fazzoletti, pastiglie, caramelle, spazzolino e dentifricio, penne, come minimo.
E anche il pc pesa, soprattutto a portarselo a spasso per Venezia.
E’ comunque la prima volta che non trovo posto all’andata, e non mi lamento.
Gli ultimi libri che ho letto sono di Saviano, Hoffman, Aa.Vv veneti, Ferretti: oggi ho un libro sullo shiatsu. Bello, ma pesa.
Leggo.
Stazione dopo stazione, però, sempre più gente sale, nessuno scende. A metà strada sono costretto a rimettere in zaino il libro.
In questi paesi satelliti dove ci siamo trasferiti a migliaia in questi anni – io da luglio di quest’anno – per questioni legate alla qualità della vita che è un concetto moderno per giustificare le nuove suburbie in quanto la qualità della vita non ha parametri che la possano misurare, se non la felicità della gente, che dalle espressioni dei pendolari è un’utopia o addirittura un complotto di mediaset.
Insomma, condividiamo un’infelicità e stanchezza tali, da esserci convinti che solo gli altri, e mai noi, potranno goderla.
Solo gli altri e mai noi, è una condanna all’ergastolo che ci siamo auto inflitti.
Nella confusione totale, tra gente abituata alla rassegnazione da pendolare da treno, anziché a quella odorosa degli autobus, che fino a pochi mesi fa annusavo ogni mattina, quando schiacciato corpo a corpo, sognavo un futuro migliore da pendolare non costretto a inalare l’odore dei soffritti incistati senza rimedio nei vestiti dei bengalesi, o di aglio dei cinesi e coreani, o nel tanfo di caffè e sigarette e deodoranti degli italiani del sud in subappalto alla Fincantieri, o alla varechina e disinfettante incrostata nella mani rovinate dell’esercito di donne delle pulizie di Marghera, un’anomalia.
Sale una ragazza africana con in braccio una bambina di poco più di un anno.
Quando mi passa accanto stringe gli occhi e mi sorride. Ha un panino in mano che serve da gioco e da colazione insieme. La madre la tiene in braccio. La madre si fa breccia tra la folla di pendolari eretti.
Una signora seduta sui sedili di plastica cerca di comunicare con lei. Quando ci riesce, è per chiederle se vuole sedersi con la figlia sul suo sedile.
Tutte le facce già stanche di mattina presto, tutti gli sguardi, tutti i pensieri, convogliano verso la risposta che la madre darà alla gentile signora.
La ragazza africana ha il potere dell’attenzione di tutti noi.
Tutto tace.
Signora, la tenga lei, le dice.
La signora non capisce perché il treno è ripartito e ora emette un rumore che ben s’intona con la plastica degli interni.
Signora la tenga lei in braccio. Se vuole.
La signora gentile la guarda come assistesse ad un imprevisto. Dai suoi occhi un punto di domanda.
Io tenere quella creaturina, proprio io, proprio in braccio mio?
Se vuole.
Noi tutti sorridiamo.
Ci sembra di essere vivi tra esseri umani viventi.
Noi tutti siamo sopravvissuti, tranne stamattina.
Stamattina siamo pendolari fortunati.