"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
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sabato 27 maggio, alle 21.30, ci sarà un reading qui: http://www.ctrteatro.com/
lo faremo io e marco. portiamo e leggiamo tre pezzi ciascuno.
in attesa di mettere qui la locandina, posto una breve introduzione dello stesso.
I racconti che compongono questo reading sono molto diversi tra loro e formano una miscellanea di persone-personaggi che condividono un comune sentore: un sentirsi in bilico tra la normalità e l’alterità.
Che cosa sia la normalità, del resto, non è dato di saperlo: sembra quasi una formula del marketing che indica degli obiettivi irraggiungibili, col solo scopo di vendere quei prodotti che dovrebbero consolarci, in quanto immersi, rispetto a quei canoni, nella più manifesta anormalità.
Ed eccoci, quindi, abitare quell’altro versante, l’alterità, che ci contiene tutti, in quanto fortunatamente portatori di soggettività.
E pare quasi che questa soggettività, questa consapevolezza della propria solitudine, siano fonte di vergogna e ci conducano all’isolamento.
Questi racconti brevi, queste lettere senza destinatario, cercano di raccontare quel senso di estraneità.
Con la speranza, forse, di condividere, raccontandola, la propria preziosa unicità.
Leggo da Pulp libri, rivista bimestrale che leggo regolarmente, il seguente passo, tratto da una recensione su un libro di Oliviero Beha:
“Il deputato democristiano Casini, intervenendo brillantemente in Parlamento, ha detto che le associazioni femministe non dovrebbero potersi costituire parte civile nei processi per stupro, perché allora in quel caso si sarebbero dovute costituire parte civile anche le associazioni dei violentatori”.
Tratto da un libro praticamente mai distribuito negli anni ottanta, quando uscì, e riproposto ora dall’editore Avagliano, col titolo di “trilogia della censura”.
E pensavo alla politica e al suo presupposto intrinseco: si tratta di una finzione!
Ma davvero ci si deve piegare alla logica che, quello che chiamano compromesso, e che in realtà è lo svilimento dell’autenticità, sia la regola?
Ma davvero è così?
Ma davvero se dico A, in realtà penso B, e lascio che l’interpretazione sia vicina a C, sono perfettamente congruo alle caratteristiche del politico tipo?
Parlo della politica, per dire che questa è lo specchio della realtà.
Che se io accetto una simile logica, la intrometto, la sposo, ho escluso ogni possibilità di ricerca della verità.
A me non basta sopravvivere: voglio vivere, respirare a pieni polmoni, voglio sentire che è mia precisa responsabilità l’opportunità di sbagliare e farmi male anzichenò.
Voglio poter pensare che l’idea del conoscere me stesso sia una possibilità tangibile e non appartiene alla categoria degli ingenui.
Voglio che il mio sguardo contenga l’innocenza, e anche l’errore, se serve; piuttosto che sia oscurato dalla saccenteria e dalla protervia.
E voglio ancora che la mia visione sia inquinata dall’istinto e dalla prudenza, e che queste convivano e mi spingano a non fermarmi laddove il conformismo e l’etichetta mi fanno annusare quel che conviene, e quel che no.
Insomma credo che qualsiasi atto, sia esso parola, fatto, pensiero, se compiuti consapevolmente, e cioè non di reazione, in funzione di, per qualche ragione x, siano sempre e comunque, buoni.
Cristiano prakash dorigo
L'amore.
(…) Cos’è l’amore? La parola è talmente falsata e contaminata che non mi va granché di usarla. Tutti parlano di amore - ogni rivista e ogni giornale, ogni missionario parla incessantemente di amore. Amo il mio paese, il mio re, qualche libro, quella montagna, il piacere, mia moglie, Dio. L’amore è una idea? Se lo è può essere coltivata, nutrita, accarezzata, comandata a bacchetta, alterata come volete. Quando dite di amare Dio cosa significa? Significa che amate una proiezione della vostra immagine, una proiezione di voi stessi sotto certe spoglie di rispettabilità secondo quello che credete sia nobile e santo. (...) L’amore può essere l’ultima soluzione a tutte le difficoltà, i problemi e le pene dell’uomo, dunque come faremo a scoprire cos’è l’amore? Limitandoci a definirlo? La chiesa lo ha definito in un modo, la società in un altro, e c’è una gran quantità di deviazioni e di interpretazioni sbagliate. Adorare qualcuno, dormirci insieme, lo scambio emotivo, l’amicizia - è questo quello che intendiamo per amore? (…) L’amore può essere diviso in sacro e profano, umano e divino, o c’è solamente amore? L’amore appartiene a uno e non a molti? Se dico, "Ti amo", esclude forse ciò l’amore dell’altro? L’amore è personale o impersonale? Morale o immorale? E' qualcosa di intimo o no? Se amate l’umanità potete amare il particolare? L’amore e un sentimento? E’ una emozione? E’ piacere e desiderio? Tutte queste domande indicano - non è vero? - che abbiamo delle idee sull’amore, idee su ciò che dovrebbe e non dovrebbe essere; un modello o un codice maturato nella cultura in cui viviamo. Così per approfondire la questione di cosa sia l’amore dobbiamo come prima cosa liberarci dalle incrostazioni dei secoli, mettere da parte tutti gli ideali e le ideologie su ciò che dovrebbe o non dovrebbe essere. Dividere qualsiasi cosa in quello che dovrebbe essere e in ciò che è, è il modo più ingannevole di vivere. Dunque, come farò a scoprire cos’è questa fiamma che chiamiamo amore - non per esprimerlo a qualcun altro ma per sapere cosa esso sia in se stesso? Come prima cosa devo respingere quello che la chiesa, la società, i miei genitori e amici, quello che ogni persona e ogni libro ha detto su di esso, perché voglio scoprire da solo cosa è. (…) Il governo dice: "Va’ e uccidi per amore del tuo paese". È amore questo? La religione dice: “Dimentica il sesso per amore di Dio”. E' amore questo? L’amore è desiderio? Non dite di no. Per la maggior parte di noi lo è - desiderio e piacere, il piacere che è derivato dai sensi, dalla attrazione sessuale e dalla soddisfazione. Non sono contrario al sesso, ma cercate di vedere cosa in esso sia implicato. Quello che il sesso vi dà momentaneamente è il totale abbandono di voi stessi, poi finite per ritornate alla vostra confusione e così volete ripetere e ripetere quello stato in cui non c’è preoccupazione, problema, io. (…) L’appartenere a un altro, l’essere psicologicamente nutrito da un altro, dipendere da un altro - in tutto ciò deve esserci sempre ansietà, paura, gelosia, colpa, e finché c’è paura non c’è amore; una mente oppressa dal dolore non saprà mai cos’è l’amore; il sentimentalismo e l’emotività non hanno assolutamente niente a che fare con l’amore. E così l’amore non ha niente a che fare con il piacere e il desiderio. L’amore non è un prodotto del pensiero che è il passato. Il pensiero non può assolutamente coltivare l’amore. L’amore non è limitato o intrappolato dalla gelosia poiché la gelosia appartiene al passato. L’amore è sempre attivo presente. Non è "Amerò" oppure "Ho amato". Se conoscete l’amore non seguirete nessuno, l’amore non obbedisce. Quando amate non c’è rispetto né irriverenza. Non sapete cosa realmente vuol dire amare qualcuno – amare senza odio, senza gelosia, senza rabbia, senza volere interferire con quello che l’altro fa o pensa, senza condannare, senza far paragoni - non sapete cosa vuol dire? Dove c’è amore c’è paragone? Quando amate qualcuno con tutto il cuore, con tutta la mente, con tutto il corpo con tutto il vostro essere c’è paragone? Quando vi abbandonate completamente a quell’amore allora non c’è l’altro. Forse che l’amore ha delle responsabilità e dei doveri e ne fa uso? Quando fate qualcosa al di fuori del dovere, c’è amore? Nel dovere non c’è amore. La struttura del dovere in cui l’essere umano è intrappolato lo va distruggendo. Finché sarete costretti a fare qualcosa perché è vostro dovere non amerete quello che fate. Quando c’è amore non c’è dovere o responsabilità. (…) Se ci fate caso potete vedere che tutto ciò accade dentro di voi, Potete vederlo con pienezza, completamente, in uno sguardo, senza sprecare tempo a farci su delle analisi. Potete vedere in un momento l’intera struttura e natura di questa piccola cosa senza valore chiamata "io", le mie lacrime, la mia famiglia, la mia nazione, la mia fede, la mia religione - tutte queste brutture sono dentro di voi. Quando ve ne renderete conto con il cuore non con la mente, quando ve ne renderete conto dal più profondo del cuore, allora avrete la chiave che potrà mettere fine al dolore. (...) Quando chiedete cos’è l’amore, potreste essere troppo spaventati per vedere la risposta. Essa potrebbe significare un cambiamento radicale; potrebbe frantumare la famiglia; potreste scoprire di non amare vostra moglie o vostro marito o i vostri bambini - no? - potreste dover distruggere la casa che avete costruito, potreste non tornare più al tempio. Ma se volete ancora scoprirlo, vedrete che la paura non è amore, che dipendere non è amore, la gelosia non è amore, la possessività e il desiderio di dominare non sono amore, la responsabilità e il dovere non sono amore, l’autocommiserazione non è amore, l’angoscia di non essere amato non è amore, amore non è l’opposto di odio più di quanto umiltà non sia l’opposto di vanità. (…) E così siamo arrivati al punto: può la mente incontrare l’amore senza bisogno di disciplina, pensiero, sforzo, senza alcun libro o maestro o guida - incontrarlo come si incontra un bel tramonto? (...) Una mente che ricerca non è una mente appassionata e incontrare l’amore senza cercare è l’unico modo per trovarlo – incontrarlo ignari, e non come risultato di uno sforzo o di una esperienza. Questo amore, scoprirete non appartiene al tempo; questo amore è sia personale che impersonale, appartiene sia ad uno che a molti. Come per un fiore profumato che voi potete odorare o trascurare. Quel fiore è lì per chiunque, anche per colui che si prende la pena di odorarlo profondamente e di guardarlo con piacere. Sia egli molto vicino nel giardino o molto lontano, per il fiore è la stessa cosa, essendo ricco di quel profumo lo distribuisce a tutti. L’amore è qualcosa di nuovo, fresco, vivo. Non ha ieri né domani. E’ al di là della confusione del pensiero. Solo la mente innocente sa cosa sia l’amore, e la mente innocente può vivere nel mondo che innocente non è. E’ possibile scoprire questa cosa straordinaria che l’uomo ha cercato eternamente, nel sacrificio, nell’adorazione, nel rapporto, nel sesso, in ogni forma di piacere e di dolore, solamente quando il pensiero arriva a comprendere se stesso e giunge naturalmente a fine. (...) Potete leggere queste parole ipnotizzati e incantati, ma andare al di là del pensiero e del tempo realmente - cioè andare al di là del dolore - vuol dire essere consapevoli che c’è un’altra dimensione chiamata amore. Ma non sapete come raggiungere questa straordinaria sorgente - cosa fate dunque? Se non sapete che fare, non fate niente, non è vero? Assolutamente niente. Allora intimamente voi siete nel più completo silenzio. Capite cosa vuoi dire? Vuol dire che non cercate non volete, non andate a caccia di qualcosa; non c’è assolutamente un centro. Allora c’è amore.
Estratto dal libro:
J. Krishnamurti - Libertà dal conosciuto - Ed. Ubaldini Editore - Roma
Questa bella primavera, sole caldo, cielo pulito, brillante.
Basta questo.
A che serve pensare al tempo che era, che non c’è più.
A quello passato che ora, forse, supera in quantità quello che verrà.
Basta questo.
A pensarci bene, per davvero, a togliere tutto quel che non serve, anche se sembra necessario.
L’essenza, quel che davvero serve, è così poco.
Basta la primavera, sole caldo, cielo pulito, brillante.
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Due giorni prima
Alla mattina si dà una sciacquata al viso, veloce spazzolata ai denti, tuta da ginnastica.
Decide, dopo anni di premeditazione, di affrontare la crosta di immobilismo che gli ha sempre fatto pensare a mille cose per poi non farne quasi mai alcuna.
Correre è una delle più frequenti.
Ci aveva provato qualche anno prima leggendo su di un libro le qualità taumaturgiche della corsa in funzione della quiete mentale. Sembrava, a quanto si leggeva, che sotto sforzo la mente si fonda col corpo, tutto preso a faticare, e quindi taccia.
Silenzio in testa.
L’assenza di quel brusio continuo, imperterrito, ai limiti della nausea.
Aveva deciso che rinviare equivaleva a negarsi la possibilità di un esercizio, a costo zero, che aveva dei benefici che valeva la pena verificare, toccare con mano.
Quella mattina, era il tempo giusto.
Esce. Ad attenderlo una mattina settembrina normale, nell’anomalia cronica dell’assenza di certezze stagionali. Ormai qualsiasi fenomeno può verificarsi in qualsiasi stagione. Pensava alla difficoltà di adattarsi a questa piatta uniformità per chi, come lui, aveva conosciuto le stagioni e il loro ciclo regolare.
Mentre iniziava ad allungare un poco i muscoli, pensava che i ragazzi d’oggi, invece, sono nati nel pieno dello sconvolgimento e che il detto “non ci sono più le mezze stagioni”, apparteneva ad un target a partire dai trenta in su.
Ok si parte.
I primi passi sono rigidi, pieni dell’immobilità della notte.
Sarà dura, s’immagina.
Ripensa alla sua giovinezza, quando c’erano ancora le stagioni e settembre era l’ultimo periodo prima dell’incubo scuola. Era un mese profumato d’estate, di serate dolci, di giacche leggere indossate con orgoglio nel giro di baretti di Venezia. Che pullulava di ragazze stupende e feste stracolme di anime cacciatrici di compagnia. E dei suoi itinerari romantici che culminavano spesso al Lido, dove si consumava il rito della canna, delle parole sulla bellezza del cielo e del mare, e dove c’erano i primi baci prima dell’amore con quei corpi lisci e quegli occhi dolci e quei mugolii liberi da vergogna.
Adesso quel settembre lo circondava d’astio e cercava una possibile salvezza nella corsa, nella quiete della spossatezza.
Già s’immaginava la doccia che gli avrebbe lavato via il sudore e la sensazione di inequivocabile declino del corpo.
Il fiato comincia a mancare e cerca ossigeno. Il cuore aumenta il battito. I piedi sbilenchi battono sul pavimento di quell’illusione di solidità che sono le calli e i ponti di Venezia.
Stamattina, si dice, non serve correre troppo. Basta un quarto d’ora, giusto per sbloccarsi. Che poi ormai ci siamo e tra poco si ricomincia a lavorare e bisogna studiare il programma e fare le riunioni, gli orari, gli accordi, le rotture di palle dei confronti con i colleghi che sono più malati dei ragazzi cui dovrebbero insegnare.
L’orologio testimonia che sono passati otto minuti.
Il suo corpo si sta disintegrando e le forze diventano un ricordo lontano e doloroso. Eppure un’energia dai contorni sconosciuti gli solleva i piedi da terra e gli fa aspirare e soffiare aria. A dodici minuti decide che ne ha abbastanza, che come prima volta non è male.
Torna a casa. A fatica sale le scale. Apre la porta e si dirige verso il bagno.
La doccia è tiepida come una pioggia estiva di cui non ci deve preoccupare perché basta cambiarsi e si è a posto.
Mentre si sciacqua attorno alla zona genitale sente un gonfiore prorompere. Il pisello raccoglie un ricordo di qualche giorno prima e lo mette in circolo facendo pompare sangue. Pensa alla semplicità dei meccanismi d’eccitazione degli uomini. A lui, ad esempio, basta vedere o anche solo pensare che subito gli si rizza.
Pochi giorni prima era stato ad una riunione con dei colleghi. Tra questi, anche Paola.
Con lei, da quando erano andati in gita a Parigi con la III G, s’era creato un rapporto di complicità. Almeno lui la percepiva così. Dapprima solo una condivisione intellettuale del concetto di vita e di salvezza e scopo, per poi, coi giorni, scoprire che seppur da presupposti molto distanti, vi era una comunanza istintuale forte e spontanea.
Così, in quella settimana, aveva scoperto crescere giorno dopo giorno, una grande voglia di starle accanto e di parlarle e ascoltare.
Non sembrava possibile, ma se ne sono accorti entrambi solo alla fine, che potessero annoiarsi l’un l’altra. Ed era un’impossibilità i cui contorni erano misconosciuti ad entrambi.
Si era ritrovato in alcuni momenti ad osservarla. Ogni tanto lei sembrava pervasa dal bisogno di riflettere, anche se era nel bel mezzo di un momento condiviso con altre venti persone.
Ricordava perfettamente una volta che erano tutti su un autobus e l’aveva vista, a distanza di qualche metro da lei, guardare fuori del finestrino. Era assorta e per la prima volta, dentro sé, si disse che era bella. Che le piaceva.
Non glielo aveva detto, ovviamente. Non avrebbe avuto alcun senso se non quello di imbarazzarla; e di imbarazzarsi a sua volta.
Da allora, la maggior parte delle volte che le era vicino non provava niente di più che il piacere dei giorni precedenti.
Poi un’altra volta, lei aveva chiesto a lui e ad un suo collega di accompagnarla fuori dell’albergo per prenotare in biglietti di una museo. L’aveva chiesto ad entrambi, giusto per cortesia, chi volesse accompagnarla; che non se la sentiva di andare da sola. Il collega declinò e ci andò lui.
In ascensore lei cominciò a dirgli che girare per una grande città da sola la metteva a disagio; che non si sentiva sicura; che era sempre stata così. Lui le sorrideva in silenzio e la guardava con occhi aperti senza chiedersi cosa lei ci potesse leggere in quello sguardo ai limiti dello sfacciato. Ma non poteva staccarglieli di dosso. Lei continuava a parlare per allontanare il silenzio. E l’imbarazzo.
Lei sapeva che lui sapeva: così pensò.
Mentre pensava questo gli saliva dentro una gran voglia di andarle vicino. Non era una voglia di tipo sessuale; era piuttosto il desiderio fortissimo di vedere come lei avrebbe risposto.
Il tlin dell’ascensore interruppe quei pensieri. Salirono una decina di americani in età da pensione. La cabina era molto spaziosa ma gli stomaci espansi dagli hamburger di questi allegri avventori, li costrinse comunque a stringersi e lui si trovò proprio dietro di lei aderendole col petto sulla schiena.
Il bacino l’aveva tirato subito indietro in quanto fu investito da un’erezione istantanea e mai avrebbe avuto il coraggio di fargliela sentire. Tuttavia la compagnia di allegroni si muoveva e li costringeva, sebbene nell’arco di pochi secondi, a ballonzolare qua e là.
Si toccarono per sbaglio.
Lui ad un certo punto, dopo un latro tlin, si trovò a combaciarle addosso con tutto il corpo.
Poi arrivarono a terra e mentre uscivano le chiese scusa per prima. Ma figurati, mica è colpa tua, le rispose lei.
Da quell’episodio in poi, non successe più niente. Se non una certa tensione da parte sua. Ma non era spontanea, sembrava indotta da quella di lei; come di rimbalzo.
Negli ultimi mesi a Venezia ci sono stati tre omicidi.
Questi, tutti, riguardano l’uccisione di giovani donne, da parte di uomini.
Questo dato di fatto mi ha “mosse le viscere”: l’ho detto così, per essere meno scientifico possibile nella constatazione di una barbarie evidente, che non può, questo mi dicono le interiora, essere scambiata per una strana coincidenza.
Non so dire con esattezza se viviamo in un’epoca maschilista; probabilmente sì, probabilmente, storicamente, la meno cruenta, probabilmente ancora asimmetrica nel rapporto tra i sessi, seppur la differenza si stia assottigliando.
Prima di continuare rischiando di ingenerare un dubbio, dichiaro subito di essere un uomo, e quindi di scrivere con un punto di vista non femminile.
E sempre in tema di dichiarazioni, di essere eterosessuale, e pur tuttavia di aver riscoperto, dopo averlo faticosamente cercato, un equilibrio tra la sfera maschile e quella femminile, di difficile esplicazione: ha a che fare con il riconoscimento, l’attraversamento e il tentativo di superamento, di quelle che sono le imposizioni culturali, che relegano ciascun sesso, in recinti comportamentali precostituiti.
Ebbene, dopo questa lunga premessa, tornerei al punto.
Il dubbio che a me viene sempre in questi casi, è se stare in silenzio, o se tentare di dar voce allo sgomento che mi abita.
Sgomento dovuto non tanto alla morte, che è una delle poche sicurezze che condividiamo tutti a prescindere dall’appartenenza a qualsivoglia categoria sociologica, quanto al fatto che ancora, nonostante il progresso in senso onnicomprensivo, siamo al punto che c’è una evidente prevaricazione di genere: viviamo in società parcellizzate, scisse, suddivise in categorie, all’interno delle quali ci rifugiamo per trovare un senso di sicurezza che, evidentemente, all’infuori di queste, di fatto, non esistono.
Di queste, due macro categorie, sono il maschile e il femminile: ciascuna delle quali si sente a proprio agio con i suoi simili, e al tempo stesso attratto dalla diversità dell’altro.
L’attrazione ha tra i suoi fondamenti la sopravvivenza della specie: se uomo e donna non si accoppiassero, non saremmo qui a parlarne.
L’asimmetria di cui accennavo prima, si basa su un concetto chiave molto banale: l’uomo è fisicamente più forte della donna. E da ciò, la prevaricazione dell’uno sull’altra. Cui consegue la legge del più forte.
Ma la forza non ci allontana per molto dalla solitudine, dall’inadeguatezza, dalla frustrazione.
Ho scritto già troppo.
Volevo semplicemente dire che mi sento in difficoltà e che sento la tragedia ingenerata da simili atti, in tutta la sua grandezza e la sua miserabile pochezza.
Che penso anche a chi resta e dovrà convivere con la pesantezza dell’assenza, ingenerata dalla violenza e dall’impotenza.
Concludo, sapendo di non aver detto molto e di aver espresso poco, e probabilmente male, quanto mi è girato per la testa in questi giorni.
Ma ho creduto che non dire, talvolta, invece che ad un dignitoso silenzio, possa assomigliare ad una disgraziata rassegnazione.
Cristiano prakash dorigo
non è una risposta: sono solo alcune considerazioni in ordine sparso legate all'articolo di raimo.
Ciao, lavoro da più di una decade in ambito sociale, e precisamente, in questo momento, per una coop sociale part time e per un grosso ente pubblico come co co pro.
In passato il lavoro sociale era svolto da appartenenti alle due grandi fedi imperanti: quella cattolica e quella di sinistra di area comunista: cecità fideiste.
Adesso mi pare ci sia una sorta di cappa di conformismo che tutto permea e che azzera le differenze, inventando quelle categorie sociologiche che si esprimono con termini monosillabici da creativi del marketing.
Sto generalizzando, lo so.
Ma mi trovo a "lavorare" con giovani che vivono un mondo che, ai loro occhi, non ha più una forma, significato, e meno ancora, sostanza.
Non so com'era il gap generazionale un tempo; quel che so è che adesso siamo di fronte a forme di analfabetismo di ritorno che accelerano a tal punto, da rendere l’incomprensione classica tra genitori e figli, un’incomprensione incolmabile: non solo moralmente o ideologicamente, ma proprio di linguaggio e modalità comunicative.
Sono perciò un lavoratore che si deve occupare di questioni complicate, e dico questo non con vanagloria, ma piuttosto con una certa preoccupazione.
Preoccupazione derivante dal fatto che, appunto, lavoro per una cooperativa sociale, che è quel che diceva Cristian, ma, per fortuna, non solo quello.
Sì perché tutto sommato, la parte di lavoro precaria, quella con l’ente pubblico, è anche la meglio retribuita e attiene ad una forma di precarietà più teorica che pratica. Non credo infatti che ci sia interesse, da parte di questo, di disfarsi di me.
Insomma, bestemmia, sono quasi un precario felice.
Lo so che sembra un ossimorico slogan anti plitically correct, ma è vero.
È vero, perché questo è un lavoro bello!
È un lavoro che ti rompe il culo, intendiamoci: personalmente mi occupo di ragazzini e ragazze che hanno le storie terribili che ogni giorno leggiamo sui giornali e che ci fanno accapponare la pelle. E che ti usura e corrode pian piano, fino a farti correre il rischio di ritrovarti in condizioni psichiche precarie così, all’improvviso, senza essere riuscito a rendertene conto prima.
È successo a colleghe e colleghi, con una regolarità disarmante, tale da diventare casistica: ogni tot lavoratori, una piccola percentuale paga, scompensando. Non so se sia ufficiale: ma è quel che ho veduto io nel corso degli anni.
E per quanti fanno il mio mestiere, ci sono delle precondizioni che non si possono ignorare: supervisione, formazione, riunioni d’équipe, incontri tra le figure professionali che gravitano attorno ai casi, ecc.
Almeno qui a Venezia.
Almeno per chi, come me, svolge un ruolo più sul versante educativo che su quello assistenziale.
Per quanto concerne il lavoro assistenziale, il discorso è un po’ diverso, ma non troppo.
Quando ad esempio si dice che “si pulisce il culo ad una persona disabile non autosufficiente”, si sostiene anche che questo comporta intrinsecamente una relazione. Quando si dice che quando il ragazzo dorme, si sta con i genitori, e questi litigano, si dice anche che si consente a persone sfiancate da un terribile lutto – chi ha figli normodotati e soffre per le più sottili cazzate che il proprio figlio compie, come ad esempio, tanto per banalizzare, scaccolarsi in pubblico o parlare ad alta voce in chiesa -, potrà immaginare quanto sia annichilente mettere al mondo una creatura così tanto imperfetta, e quanto sia di sollievo, veicolare il proprio disagio, essere visti e ascoltati, seppur anche in un momento scomodo.
Quel che voglio dire, è che se un Cristian qualunque – e quindi non un Raimo che ha la sensibilità e la consapevolezza di dirsi, e dirlo, che non ce la fa - , precario e quasinullafacente suo malgrado, viene mandato a svolgere un compito così delicato, senza essere formato e probabilmente nemmeno informato, il minimo che gli può succedere è, appunto, di non farcela a farcela.
Per quanto riguarda le cooperative sociali, il discorso è ancor più complesso e difficile.
A dire la verità non sono informato sulla situazione a livello nazionale.
Secondo quelle che sono le mie informazioni, oramai, non si lavora più se non si hanno almeno degli attestati, o diplomi, o lauree. Nella peggiore delle ipotesi, ci si deve dichiarare disponibili a partecipare ad un qualche corso di formazione professionale ad hoc.
Che poi si possa trovare da discutere anche su questi, non discuto.
Ma sempre per rimanere nell’ambito assistenziale, sono corsi che spiegano almeno le differenze tra una piaga da decubito e una scottatura, tra una emiparesi e una tetraparesi, tra una depressione e una diagnosi psichiatrica importante. Il tutto grossolanamente, ma in maniera funzionale al proprio incarico.
E credo che questo ci metta tutti a nostro agio, in particolare se si hanno parenti o amici affetti da una qualche forma, permanente o temporanea, di malattia o disablità o danno; ma anche solo pensando alle case di riposo, dove si è soltanto vecchi.
Insomma, chi lavora in una cooperativa sociale, al giorno d’oggi, fa un mestiere.
Ma dicendo questo, dichiarandomi soddisfatto e quasi felice, non vorrei indurre a pensare che sono un’eccezione, o che sono un idiota, o che sono uno che ha bisogno di indorare un’amara realtà lavorativa, sociale, ed esistenziale, in quanto, altrimenti, dovrebbe ammettere di essere un fallito. O, ancor peggio, uno che antepone l’etica, il proprio afflato fideista, la propria vocazione.
Se dovessi definirmi in quanto lavoratore, direi che ho trovato un modo che mi si addice per riuscire a pagare il mutuo.
E aggiungerei che questo lavoro mi consente di non scappare da me stesso, dalla diretta responsabilità che ho nei confronti delle altre persone, di riuscire a coltivare piccole utopie quotidiane, di sentirmi utile, anche se non indispensabile e/o onnipotente.
Insomma, la relazione d’aiuto, quella educativa, o quella assistenziale che dir si voglia, consentono un contatto diretto con la parte fragile di quella società che molti di noi vorrebbero cambiare e trasformare.
Ma mi rendo conto di aver parlato molto di più della professione, e molto meno dell’aspetto politico ed economico che ruota attorno al sistema cooperative.
Forse perché, pur riconoscendo alcune ingenuità – non so, potrei citare il passaggio sui “furbetti e fricchettoni”, vecchia immagine che ormai poco si addice a quei manager del sociale abituati a ragionare in termini di milioni di euro - , mi trovo in larga parte d’accordo sul ragionamento di fondo.
Questo settore è ormai parte integrante e importante del sistema economico e, in quanto tale, più che all’etica bada al sodo, al soldo.
O forse ancora perché di economia ci capisco un cazzo.
O forse perché sono consapevole che se si opera in termini di prevenzione anziché di danno conclamato, si riducono le possibilità che un potenziale utente cronicizzato viva totalmente alle dipendenze dello Stato, e che magari, già che c’è, sia per quel che può, parte attiva della società che ben vede i soggetti quali potenziali lavoratori-consumatori.
O forse perché, anch’io, concluderei dicendo che “le cose si trasformano, ma le persone restano persone”
Cristiano prakash dorigo
su nazione indiana leggevo un articolo di raimo. e mi è venuto in mente questo mio, che parla di lavoro, il mio, attraverso il filtro della fiction.
già postato, ma.
Anche oggi giornata piena e varia.
Accompagno Au a scuola in bici, ognuno con la sua. Si parla un bel parlare, pieno d’attenzione come si fa quando ci si misura; io lo faccio con lei, lei con me.
La comunicazione implica reciprocità, sempre.
Torno a casa giusto il tempo per uscire subito dopo.
Telefonate, lettura, organizzare la giornata in testa incasellando gli impegni.
Vado in casa di riposo di mia nonna, a Venezia. Una Venezia lontana da dove arrivo con l’autobus. Da casa, se i mezzi concordano, ci metto tre quarti d’ora; col traffico, un’ora quando va bene.
Arrivo e trovo lì anche mio padre. Il poco tempo che ho, cerco di sfruttarlo e mi tocca usare sofisticherie per fare di un appuntamento, una doppia possibilità d’incontro.
Facciamo due chiacchiere girando per il giardino in senso orario con la carrozzina che ospita mia nonna. C’è un bel sole che scalda, un cielo splendente, e l’erba è curata e lucente. L’ambiente è quello che ci si aspetta: vecchi impegnati a affrontare l’inutilità del tempo, nostalgie troppo lontane, sospiri brevi e frequenti, rughe sputate su volti che han dimenticato se stessi.
Venir estirpati da casa propria e messi là, in balia dell’umore di gente frustrata – conosco l’ambiente – dal doversi misurare con la fine imminente, e aspettare qualcuno che venga a trovarti per non far morire la speranza che sei stata persona, è crudele e privo di senso.
E io, che penso a questo, sono come quelli che ammettono un simile sistema, che toccherà a me e a molti altri, e non ho l’energia per urlare che questo E’ UN SISTEMA DI MERDA E QUINDI LO SIAMO ANCHE NOI: ognuno di noi è una parte del sistema, e togliersene è un imbroglio che si perpetra su di sé.
Che urlo. Ho perfino mal di gola!
Poi saluto, devo andare.
Là vicino - che gioco d’incastri, eh – c’è la scuola elementare in cui m’attende una riunione.
Siamo tre sistemi che s’incontrano facendo un tentativo di condivisione: il soggetto è un ragazzino di quinta.
Le insegnanti, la psicologa della neuropsichiatria, servizio sociale.
Io sono là perché seguo il ragazzino. Sono chiamato a dire la mia: quello che vedo dal mio ambito.
Quel che vedo dal mio ambito è rabbia pura, tenerezza, bugie, parolacce e parole dolci. Vedo un corpo gracile e minuto contrapporsi a un mondo grande e infelice.
Vedo poche ore rispetto alle molte di ogni giorno.
Cosa volete che veda, che dica, che faccia?
Cosa volete che vi dica, insegnanti imbruttite dallo stipendio di merda che abbiamo; cosa volete che sia la mia presenza, foss’anche salvifica, nel suo piccolo, di fronte all’immane tragedia di un vissuto sopravissuto?
Che mi sento solo anche se sono forte e lo so. Che spesso non so cosa fare e improvviso anche se sono preparato. Che per fortuna non esistono le ricette in quanto ogni persona è una persona a sé stante anche se talvolta sarebbe bello ci fossero le ricette anche se ogni persona è una persona a sé stante.
La riunione finisce.
Per un altro pezzo di strada discorro con la psicologa di un altro caso che abbiamo in comune. Dico anche se non so bene che dire.
Direi che ho fame, le direi.
Direi che non so bene cosa dire perché non è facile parlare a una psicologa con competenza ma invece parlo con tono sicuro mentre le espongo che non sono sicuro di niente.
La saluto buona giornata dottoressa io vado.
Che fatica, vacca miseria, dissimulare il dubbio dichiarando il proprio dubbio simulando scioltezza.
Passo a un altro setting.
Vado a casa di una ragazza che con me sta vivendo un progetto che la riguarda in forma diretta. In quell’appartamento ho la responsabilità di pensare e applicare progetti di autonomia.
Autonomia personale: ognuna delle ospiti di questo appartamento condivide con me – e con le altre due colleghe – un progetto di massima che prevede più o meno questo: quando entri qui non hai molte abilità per cavartela da sola in questa vita per ragioni più che ovvie; faremo dei passi assieme finalizzati a acquisire e consolidare dei saperi utili a vivere.
Oggi a pranzo dovrò dirle che presto inizierà a lavorare.
Lei che ha paura di tutto.
Lei che ha paura di sé.
Lei che ha paura che il mondo la giudichi paurosa.
Usciamo a far la spesa, le chiedo; con il tono che più ad un invito, fa pensare a una fatica necessaria.
Lei risponde che va bene, col tono di chi non ha voglia di far fatica e che rinuncerebbe a nutrirsi, per oggi.
Ogni giorno però potrebbe essere come oggi: fatto di azioni che rimandiamo a domani, di sospiri modello “che palle!!”, di pensieri pigri e azioni oziose perché il confronto costa.
Io sono, per questo periodo, il confronto con la realtà.
Usciamo e dal fruttivendolo tento di farle ordinare la frutta e verdura di cui abbiamo bisogno. È un percorso lento, pieno di fraintendimenti, di non detti, di allusioni.
Talvolta bisogna ammettere che è difficile, ma che non esistono alternative facili, scorciatoie rispetto al confronto con la propria frustrazione.
Tornando al fruttivendolo, sembriamo l’attore sul palcoscenico – lei- e il gobbo suggeritore – io- : solo che ogni giorno sottraggo una parola, un peso, un numero, fino a quando, senza accorgersene, farà tutto lei, come anche le altre han fatto.
Ma la quotidianità è lenta, densa di normalità noiosa, di delusioni, gioie: tutte veloci, di passaggio, e perciò bisogna fungere da specchio. Ma ti ricordi quando sei entrata che non sapevi neanche cucinare una pasta; non sapevi cos’era un bancomat; piangevi ogni volta che si nominava la parola mamma. Che non riuscivi a pensarti capace di mantenerti da sola, non pensavi avresti saputo trovare, e poi mantenere, un lavoro.
Ah, ma sto facendo il furbo, sto parlando di una delle ragazze, quella di oggi.
Ma ci sono tante persone che han fatto una brutta fine, che non ce l’han fatta.
Ma torniamo a oggi.
Dopo la spesa siam tornati a casa e abbiamo imbastito un pranzo improvvisato. Un sugo di pomodori e aglio saltati in padella… che profumo di buono in cucina. La pentola con la pasta e poi il tutto saltato insieme.
Quando Au mi chiede nello specifico che lavoro faccio le rispondo sempre che è un po’ difficile da spiegare.
Un giorno doveva portare una breve descrizione del lavoro del papà. Abbiamo scritto:
papà aiuta ragazzi che hanno problemi familiari.
- Ma che vuol dire problemi familiari.
- Vuol dire che i loro genitori, quando ci sono, non riescono a aiutarli come dovrebbero
Ma cosa passa nella testa di una bimba quando deve immaginarsi dei genitori che non sanno stare coi figli. Semplicemente non ci riesce. Butta dentro parole che capisce nel significato lessicale, ma non in quello profondo.
Un bambino non può immaginarsi solo se non lo è.
E chi lo è, rimpiange per sempre i più fortunati.
Finita la pasta sparecchiamo in velocità, ché non c’è tempo. Dobbiamo entrambi correre ai nostri doveri.
L’altro giorno c’ho sbaruffato con lei.
Le ho rinfacciato che s’era forse adagiata un po’ troppo sul fatto che quando ci sono io, lei, anzi loro, pensano che cucini sempre io.
Si è offesa e chiusa in sé, quel giorno.
- In fin dei conti dopo lavo i piatti.
- Sì con la lavastoviglie.
- Ma guarda che nessuno ti ha mai chiesto di cucinare anche per le altre, tanto meno io, che se voglio faccio anche a meno di mangiare.
- Cosa vuoi dimostrare con questo, che puoi anche non mangiare mai.
- E poi in fin dei conti quando vieni qui mangi anche tu e ti fa comodo.
- Ma cosa credi che venga a fare io qui; io vengo per lavorare, non per divertimento.
Oggi era solo un lontano ricordo quello scambio di infelici battute.
C’era rimasto solo un filo d’imbarazzo tra noi, amplificato dalla fatica e il caldo.
- Almeno oggi ho mangiato sano con te.
Vuole farmi dire qualcosa contro la sua precarietà, di cui la cattiva alimentazione è un sintomo. Ma ormai non ci casco più dentro le trappole. Sto alla larga dai circoli viziosi. Perché qui devo badare al sodo. E lasciare la tentazione di una gratificante onnipresenza a quelli più piccoli.
Qui devo lavorare perché il nostro rapporto sia il meno invischiato possibile.
- Ciao vado.
- Sì anch’io, ciao.
- a proposito, prima di andare, devo dirti una cosa. Mi hanno telefonato quelli con cui abbiamo fatto il colloquio di lavoro: ti prendono.
- quando devo cominciare, te l’han detto
- dobbiamo andare lunedì per sbrigare le pratiche; se vuoi ti accompagno
- va bene: ci troviamo alle nove in centro a Mestre
Esco e vado a prendere il vaporetto. Ci vorrà mezz’ora prima di raggiungere il prossimo. Mi rilasso dopo essermi fatto largo tra il muro di turisti e essermi procurato un posto a sedere.
A quest’ora, dolce lettura.
Il vaporetto è un forno a microonde, come la città del resto. A quest’ora poi, l’una e mezza, siamo al parossismo dell’afa, che qui a Venezia ha l’effetto di imbalsamazione mummifica.
Arrivo alla fermata inebetito. Due minuti fa mi son messo in bocca una caramella alla menta con sciroppo balsamico per darmi una scossa. Aiuta a stare svegli, il movimento mandibolare.
La riva è piena di yacht e barche a vela miliardarie.
Ce ne saranno una decina almeno e per ognuna almeno un paio di marinai che puliscono, pitturano, lustrano. M’immagino che per un tacito accordo non vogliano farsi beccare a braccia conserte. Guadagneranno bene, anche, ma sono sempre in giro. E i loro figli e mogli li aspettano a casa, rassegnati all’attesa, abituati all’assenza.
Quando arrivo sotto casa del ragazzino, proprio un secondo prima di premere il campanello, sento una voce di ragazzo che mi dice di spingere il portone ché tanto è sempre aperto.
Salgo le scale e trovo lui e sua sorella in attesa.
Aspettano che torni il padre che è fuori. Loro sono appena tornati da scuola, hanno la fame e la sete degli adolescenti.
Va bene, l’umore è merdifero: che fare?
Sollevare il tono, dire con altre parole che in questi casi, ma anche più in generale, vedere l’aspetto positivo delle situazioni può servire.
Sì, può servire a costruire altri alibi, a farne una catasta alta così; un metro circa.
Già, la parola d’ordine è: autenticità, se no, se sei la conferma della falsa crosta delle apparenze, quella che copre la realtà – l’illusione della realtà – ti bruci. Diventi un altro, e mica ne mancano da ste parti, fasullo ottimista venduto al conformismo, che sorride da ebete, alla tragedia.
Beh ragazzi, qui c’è niente da fare: non abbiamo le chiavi di casa - e tralasciamo i perché, che invece galleggiano evidenti nella loro presenza – e papà arriverà tra non meno di due ore; voi avete fame e sete, e io caldo: che ne dite di un bel gelato, offro io.
Le risposte sono una testa che gira centro, sinistra, destra, a significare un NO; e una voce sottile, disidratata, che dice non grazie.
Per fortuna son seduto sui gradini di marmo delle scale, in pianerottolo, e così non cado; e inoltre trattengo lo stupore vivo di una negazione fortemente circostanziata – quanti gelati abbiamo mangiato insieme alla gelateria da asporto “ il pinguino” – per cui dico che va bene, come vogliono, che io sono disponibile comunque.
Torna un pesante silenzio.
Taccio.
Ascolto quel macigno che ci schiaccia, ognuno nel suo mondo, ancora una volta isolati.
Poi una vocina legge le coniugazioni dei verbi. E poi lancia una sfida. Ehi tu fratello imprecante seduto sul terrazzino minuscolo, sai com’è il trapassato remoto di giace.
Assisto al quiz destinato al seppellimento della nostra comune ignoranza. In fin dei conti quando parliamo tra noi, mica coniughiamo i verbi in modo così complicato; al massimo ci diciamo che stavamo stesi a letto, giusto per non correre pericoli e farci sgambetti da noi stessi: semplifichiamo, nell’accezione più laida del termine. Fatichiamo già abbastanza.
Ad un certo punto, dopo una carrellata di disastri nel mare denso della grammatica, persuaso e un po’ spaventato dalla mia incapacità di indovinarne più di uno su due, le chiedo se voglia venire a far due passi e così farmi delle fotocopie dei verbi irregolari.
Va bene risponde.
L’aria finalmente si smuove, qualcosa cambia nella dinamica grippata delle relazioni: si va, si fa.
Ricordo la sintesi delle infinite riunioni: attenti al fare, al non riuscire a stare nel disagio del nulla.
Accettare e osservare cosa succede quando il disagio ci compenetra; se non riusciamo a sopportare la frustrazione dell’immobilità, ci cadremo a breve.
Perché tendenzialmente rispondiamo al silenzio con parole sbagliate, alla lentezza con la velocità.
Scendiamo le scale parlottando e ascoltando, io, nelle pause tra una e l’altra, il rumore dei passi. Usciamo in calle e giriamo verso i negozi in cerca di un fotocopiatore.
Ma Venezia, nelle zone popolari, a quest’ora galleggia nella pigrizia e i negozi hanno orari post riposino. Proviamo in almeno due, ma niente. Le ripropongo il gelatino e stavolta il NO è più orgoglioso, e il GRAZIE più gentile, sentito, meno di proforma.
Le chiedo se vuole i soldi in anticipo per le fotocopie, ma dice che anticipa lei, di non preoccuparmi.
Bene, allora torniamo alla base dove l’immobilità, la serialità della piccola ingiustizia subita, assieme all’afa, toglie un po’ il respiro.
Saluto facendo una battuta e dico che ci vedremo fra tre giorni.
Ok, ciao, ci vediamo.
Riscendo le scale stanco.
Fuori in strada, dirigendomi verso la gelateria, ripenso a quel che avrei dovuto fare e non ho fatto. Potevo improvvisare un’animazione consolatoria, una discussione sul sesso, una conferenza sulle brutture del pianeta, sulla disparità tra nord e sud del mondo.
Avrei potuto ma non ne avevo la forza, e il rimorso lo lascio ai cattolici e il rimpianto a chi non vive pienamente il proprio presente. Sono un mostro in materia di auto assoluzione.
In verità faccio quel che posso, e oggi non potevo far di più.
E ho superato senza shock il pensiero di cambiare il mondo e gli altri, quando ho scoperto che era già così difficile iniziare da me; che dopo anni, molti, sto ancora provandoci; a conoscermi, e poi si vedrà.
Il gelato si scioglie in fretta col caldo e la lingua veloce non riesce a evitare l’appiccicaticcia colata del pistacchio di Sicilia sulle mani.
Tra una barca miliardaria e l’altra vedo arrivare il vaporetto. Mi alzo dalla panchina e m’incammino verso il pontile.
cristiano prakash dorigo