"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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martedì, 25 aprile 2006

Via Dante

 

 

 

         Lei stava tutte le sere al solito posto: una vietta che taglia trasversalmente due delle arterie principali di questa città, media nelle dimensioni, anche se anomala come storia e carattere, rispetto al serioso e operoso nordest.

 

Ogni sera, imperterrita e puntuale come una sentinella, occupava fieramente  quella strada, lunga solo duecento metri, assieme a poche altre sue coetanee .

 

Il mercato con cui dovevano concorrere era talmente sproporzionato a suo sfavore da suscitare, quantomeno, curiosità.

 

A quella stessa ora, in città, almeno altre cento ragazze, di ogni razza e colore, operavano i saldi per tutta l’intera stagione ostentando argomenti più appetibili e convincenti.

 

Non poteva sfuggire al suo occhio così curioso e professionalmente allenato a scovare storie, un così appariscente contrasto.

 

Decise di studiare con attenzione quel fenomeno per comprenderne i segreti; doveva esisterne uno, recondito ma plausibile, da giustificare lunghe e solitarie  attese e  continui passaggi di gente che si rivolgevano a loro con espressioni ridanciane e sarcastiche. 

 

 

Era lapalissiano che il tenore di quella strada assumeva i contorni beffardi che ogni stridente contrasto, normalmente, suscita.

 

Anch’egli sghignazzava le prime volte definendo, dentro sé,  quel curioso angolo di città “geronto-meretrificio”, sentendosi orgoglioso di aver inventato un neologismo e anche di aver scoperto un nuovo pezzetto di umanità, anarcoide e anacronistica, decisamente fuori dagli schemi.

 

Non era una scommessa giocata a caso nell’infinito catino di storie che il popolo della notte, così oscuro e misconosciuto, a lui,  evocava.

 

Era sicura fonte di ispirazione e  gli avrebbe fruttato una storia dignitosa; se condita a dovere, sarebbe riuscito a renderla misteriosa e accattivante.

 

Queste considerazioni venivano direttamente dalla sua esperienza di veterano della parola scritta.

 

L’aveva anche letto e sentito in molte conferenze: qualsiasi scrittore, aveva pochissime idee da sviluppare e doveva coltivarsele come merce preziosa.

 

Arrivavano inaspettate, repentine; guai a lasciarsele sfuggire. Tutto il resto, era mestiere: parole appiccicate attorno a quel nucleo illuminato.

 

 

La prima sera stette 2 ore; appostato a dovuta distanza, per non farsi notare.

 

Esausto ma eccitato, memore dei personaggi di Chandler o Ellroy, percepiva appieno il gusto dell’avventura, quasi paragonando, ma non l’avrebbe mai ammesso, Mestre a L.A.

 

Il setting di lavoro:

 

-         portatile sulle gambe a prender appunti

 

-         telefonino

 

-         radio accesa

 

quella sera, dalle dieci a mezzanotte, in tutto due clienti.

 

Un giovane dall’aspetto del militare da leva e uno sui 40, anonimo, con un’ aria che trasudava solitudine: i due, complessivamente, l’avevano impegnata 24 minuti.

 

Il resto della serata: una mezz’ora da sola, poi in compagnia delle sue  colleghe a intervallare  minuti di silenzio a chiacchiere estemporanee, con una atteggiamento, condiviso, di persone sagge che non sprecano fiato solo per non stare zitte.

 

Avevano anche dovuto faticare non poco a cacciare le avances alcoliche di  sporadici ubriachi, extracomunitari sdanarati e affamati d’affetto  gratuito.

 

Loro, lei in particolare, sembravano resistere e non cedere non per mancanza di cuore o di comprensione ( erano anche loro, in fin dei conti, ai margini di non ben definiti confini riconosciuti e ufficializzati dalla società): era un adesione  e una fedeltà totale ad un’etica che l’esperienza millenaria insegnava loro.

 

Una volta rotta quella regola avrebbero indotto chiunque a ritenersi legittimato a chiedere senza dare, a pretendere senza contraccambiare.

 

Tuttavia, si notava la fatica a mantenere quelle leggi non scritte; col passare degli anni, tutto si trasformava in fatica, anche e soprattutto per la mancanza di contatti umani.

 

In assenza di questi, si sa, ci si accontenta anche di quel poco che si racimola qua e là.

 

 

Dopo una settimana di sere noiosamente uguali nei rituali e nella frequenza delle opportunità di guadagno, decise di abbordarla.

 

Non si sentiva affatto sicuro e tanto meno adeguato. Temeva più d’ogni altra cosa di risultare sgarbato e inopportuno ma si convinse, facendo appello alla sua storia professionale e umana, che si è credibili solo se autentici.

 

Mise in moto la macchina,  attrezzata più da ufficio che da alcova, e accostò; la fece salire.

 

Lei gli spiegò subito, senza incertezze, che i lavori che faceva adesso,  erano solo di bocca o di mano; rispettivamente 30 e 20 mila: sedici e undici euro, adesso.

 

Lui si sentì in dovere di dirle che era un giornalista e che, a tempo perso, scriveva libri che pochi leggevano.

 

Lui le confessò che si era incuriosito vedendo una dall’apparente età di sessant’anni,  lavorare ancora.

 

Lei rispose con un mugugno sordo e, con l’indifferenza di chi raramente si sorprende,  gli chiese quale trattamento preferisse.

 

Lui tergiversò e ostentò un rifiuto cercando con gentilezza di non offenderla, ma lei lo guardò pigra, diresse le sue mani nella patta e lavorò con consumata maestria.

 

Lui s’arrese e alla fine, schiarendosi la voce per l’imbarazzo e la gradevole e segreta sensazione di compiacimento, le chiese se lo voleva aiutare, raccontandogli la sua storia.

 

Lei gli propose un patto: gli avrebbe raccontato la sua vita, ma ogni volta lui  doveva farsi fare un servizietto, pagare la giusta cifra e dedicare all’intervista, non più di mezz’ora.

 

Lui diede l’ok con i venti già in mano.

 

Lei scese goffamente a causa di quel suo corpo dilatato e inflaccidito dall’età e dallo stile di vita equivoco.

 

Con quel suo cipiglio stanco ma caparbio, lei gli promise segreti e misteri, ma anche normali vicissitudini  quotidiane.

 

Premise solo che il suo era una specie di hobby, una via di mezzo tra passione e abitudine dopo trentacinque anni di lavoro in strada.

 

Lui stava per ingranare la prima quando sentì bussare al finestrino.

 

Era lei, voleva dirgli un’ultima cosa.

 

Abbassò il finestrino; la faccia di lei, larga e cadente anche se simpatica, invase con  grazia l’abitacolo.

 

Gli chiese se per caso non avesse voluto cominciare quella sera: non gli sembrò vero e, senz’esitare, le riaprì la portiera.

 

Lei abbozzò un esordio di discorso e, quasi borbottando, gli disse che avrebbero dovuto stare in macchina. Non perché non si fidasse; si vedeva che lui era un bravo ragazzo, anche se dall’aria un po’ sciupata e sfigatella. Ma chiarì con fermezza che da almeno quindici anni si era data quella regola, aggiungendo che non  contemplava nemmeno l’idea di andare a casa di lui.

 

Lo avrebbe trattato come un cliente; l’avrebbe fatta sentire ancora attiva, utile, come quando consolava cuori infranti, solitari, doloranti.

 

Si accordarono che avrebbero cominciato dall’esordio; lei avrebbe parlato a ruota libera, lui l’avrebbe interrotta solo se avesse ritenuto di approfondire qualche aspetto.

 

Prima della fine, di comune accordo, lui avrebbe formalizzato quel loro rapporto legalmente, assicurandole l’anonimato, e  sciorinando tutti i dettagli tecnici che, per abitudine, ripeteva meccanicamente.

 

Lo fermò quasi subito: ok, si fidava, non si preoccupasse, calma.

 

 

All’età di venticinque anni, sposata da quattro, con due bellissimi bambini di tre e un anno, suo maritò ebbe un incidente.

 

Descrive la situazione come fosse una foto; in quel preciso momento, la sua vita, era quella foto. Un bel ritratto di quattro persone qualsiasi, di una famiglia qualunque.

 

Senza dilungarsi nei particolari, sostiene  che quell’evento segnò simultaneamente  la fine e l’inizio di un nuovo destino.

 

Prima di sposarsi aveva lavorato come impiegata e perciò decise, visti i buoni rapporti che aveva intrattenuto con l’ex datore di lavoro, di recarsi da questi per chiedergli se per caso non l’avesse ripresa.

 

Per farla breve, le propose ben altro; in cambio l’avrebbe ricompensata. Stordita dalla richiesta, accettò e fu, come promesso,  ripagata.

 

Pur non potendo sostenere di aver gradito l’insipido incontro, provò, per la prima volta allora, un sottile e vago piacere scoprendo quanto potere avesse avuto in quell’incontro, ribaltando diametralmente i rapporti preesistenti.

 

Da segretaria di un ricco e stronzo avvocato, a dominatrice e padrona di un uomo inebetito dalle sue forme.

 

Tornò trafelata a casa e guardando i suoi figli si sentì sporca ma libera.

 

Il corrispettivo di un quarto d’ora equivoco eguagliava sette giorni in ufficio.

 

Quando  alcuni giorni dopo l’avvocato la richiamò per un lavoro, lei chiese, spiazzandolo, di che genere; alla richiesta di lui di una segretaria, lo invitò a cercarsene pure un’altra e sottintese che sarebbe stata interessata, per una cifra congrua, a ben altro.

 

Da allora, cominciò.

 

In poco tempo, vista anche la sua bellezza, molti professionisti la chiamarono per consulenze di vario genere.

 

In qualche  mese riuscì a procacciarsi una cospicua somma che le consentì di abbandonare ogni preoccupazione di sostentamento.

 

Ma ormai era una di quelle; se ne rendeva conto ma non  pativa eccessivamente per una questione che, per lei, era solo una convenzione sociale inflazionata da un moralismo semi inutile.

 

Frequentando quell’ambiente si convinse e sviluppò una teoria che tuttora la sosteneva nei momenti più duri.

 

Perché lei, madre di due bambini, avrebbe dovuto farsi sfruttare da uno stato e da gente  che l’avrebbe fatta lavorare molte ore ogni giorno, corrispondendole cifre appena simboliche, sufficienti, quando andava bene, a mantenere la sua famiglia appena?

 

Ma un avvocato, un notaio o uno qualsiasi di loro, non vendevano una piccola parte del loro tempo e di loro stessi, per avere in cambio una posizione economicamente, e  perciò socialmente, privilegiata?

 

Ma le attrici, le cantanti, non facevano altrettanto?

 

A lei interessava esclusivamente dare il meno possibile ricavandone il giusto; e visto che era ben introdotta, decideva di volta in volta a quanto corrispondeva quel giusto.

 

Mentre raccontava tutto questo, ogni tanto sorrideva, come chi pesca un ricordo quasi dimenticato.

 

La sua auto-ufficio-alcova, era diventata simbolicamente la sede di un nuovo organismo che avrebbe fondato un nuovo ordine morale, un ribaltamento  netto e logico dello status quo.

 

Quando lei parlava, lui riusciva talvolta, tra un appunto e l’altro, ad alzare lo sguardo e osservarla. Pensava a come si cambia avanzando con gli anni;  a come il nostro corpo mutava incessante, seppur con gradualità, trasfigurando i lineamenti del volto.

 

Pensò che questo era naturale e che forse serviva per lasciare un ricordo legato alla persona che siamo dentro, all’anima, piuttosto che al corpo.

 

Lei s’interruppe, come gli avesse letto dentro e gli chiese se avrebbe voluto vedere, al prossimo incontro, una foto dell’epoca.

 

Provò un senso di smarrimento e gratitudine e rispose affermativamente, cercando di non fra trapelare la propria commozione. Se ne pentì subito; comprese che l’interlocutrice, sebbene in avanti col tempo e senza qualifica alcuna, capiva meglio di molti affermati esperti, le persone. Si sentì come un bambino che viene scoperto in flagranza di divieto; ne percepì l’inutilità, in quel luogo così strano, così lontano da ogni formalismo, così vicino allo sdoganamento di ogni verità.

 

Lei controllò l’orologio e gli fece cenno di tornare in via Dante.

 

Stettero in silenzio nel breve tragitto. Non era però un silenzio imbarazzato; era, piuttosto, rilassato, non in preda al bisogno di riempire ogni vuoto.

 

 

 

Arrivarono. Lui le chiese quando avrebbero potuto rivedersi; lei ci pensò, perfettamente a suo agio, senza preoccuparsi di apparire supponente, come chi finge di guardare un’agenda tragicamente vuota fingendo che sia piena d’appuntamenti.

 

Decretò solenne il giorno e l’ora.

 

Prima di scendere, abbozzando un sorriso, lo guardò dritto negli occhi.

 

L’espressione era fresca e allegra anche se ferma.

 

Dopo un inaspettato ma plausibile occhiolino disse: “ non sono la più vecchia. Ce n’è una che ne ha sessantatre”.

 

Salutò e tornò in postazione.

 

Lui si allontanò sorridendo: era solo la prima puntata, pensò.

 

 

Postato da: swcpd a 06:57 | link | commenti
racconto

martedì, 18 aprile 2006

ho poco tempo, e quel poco trasuda stanchezza. posto allora un altro pezzo di racconto

“ Stasera sono uscito con i colleghi per dovere; alcuni hanno dato il meglio di sé con barzellette, confidenze, cattiverie civettuole.

Non so come appaio dal di fuori; quel che di certo so, è che non corrisponde al di dentro; mai.

 

Fatica a sostenere un’avvilente messinscena; tentativi di salvare  rapporti  inesistenti, circostanziati e riferibili alla sola professione.

 

Tornando a  casa in macchina da solo, sento dentro una sensazione paragonabile ad una necessità.

 

E’ una voce muta, un nodo che vuol essere sciolto e sta per scoppiare.

 

Accendo la radio e decido, seppur stanco, di fare un giro di notte.

 

Lo sguardo vaga mentre mentalmente faccio considerazioni su ciò che vedo.

 

Persone dentro auto che sfrecciano ovunque. Autolavaggi self-service pieni; fedeli all’idea che bisogna far bella figura, l’auto ci rappresenta fin quasi a sostituirci, a parlare per noi. Dev’essere pulita, igienizzata, che magari-stasera-si-scopa.

 

Puttane, travestiti, camionisti; bar affollati che sembra di sentirne il chiacchiericcio formale, abituale,consolatorio.

 

Tutti cercano compagnia,  per non avere freddo, per non sentirsi soli e inutili.

 

Il nodo irrompe e senza ragioni logiche scoppio in un fragoroso pianto liberatorio.

 

Davanti ad un semaforo mi si affianca una macchina con due ragazze che mi guardano; perplesse si consultano e mi chiedono a gesti se ho bisogno d’aiuto.

 

Rifiuto e ringrazio con il cuore colmo di gratitudine.

 

Provo vergogna e leggerezza.

 

Adesso sto meglio però; adesso ho compreso.

 

Ora so che devo andare avanti.”

 

Postato da: swcpd a 18:07 | link | commenti (1)
racconto

giovedì, 13 aprile 2006

La notte diffonde i suoi umori

 

e scurisce la vista, trasforma i caratteri,

 

addolcisce l’inutile frenesia diurna.

 

Procura coraggio e libera istinti

 

sopiti, belli e autentici.

 

Non esige di sua natura risposte pronte,

 

riposa i muscoli tesi della prontezza,

 

li rilassa e quieta.

 

Quest’atmosfera non produttiva

 

stimola tesi ardite, finalmente illogiche,

 

finalmente umane e senza spiegazioni.

 

La logica con la luce, il riposo con le tenebre.

 

Senza meta  la notte mi induce in tentazioni,

 

mi porta a spogliarmi della personalità

 

e mi lascia nudo e candido,

 

come a riflettere la luce argentea e pallida della luna.

 

La grandezza della luna, la sua magnificenza discreta,

 

richiede furiosamente silenzio, pace, lentezza.

 

I lenti possono emergere,

 

giovarsi e vantarsi del loro anacronistico segreto

 

sacrificato alle abitudini dei tempi,

 

moderni e ridicoli, inutili e scabrosi,

 

ed essere, a loro modo, vitali.

 

A cosa è dovuta la gratitudine dei bambini,

 

i cui tempi sono quelli del corpo,

 

del gioco e mai del dovere.

 

Questa parola orribile,

 

scandalosa, irriverente: dovere !!!

 

Chi ci costringe al dovere: essere, fare, fingere.

 

Viviamo in una trappola

 

contenti d’esserci dentro,

 

sopravviviamo a consuetudini,

 

cediamo a regole laide.

 

 

L’alba accoglie aspra e violenta gli occhi,

ma al primo esercizio delle narici

ti irrora di splendidi odori freschi e puri

che ti fanno riconoscere il giorno.

Che cos’è il sacrificio di qualche ora di sonno

 

in confronto a questa sublime carezza

 

che coinvolge i sensi e scatena silenzi

 

interrotti da qualche suono che si affaccia discreto e umile.

 

Gli artisti non hanno inventato nulla,

 

hanno solo copiato l’abbondante

 

offerta di grazia e meraviglia.

 

Cogliere il significato e le sfumature.

 

Con questo ultimo respiro violento

 

affronterò la giornata

 

e ne conserverò l’asprezza umida  vaporosa.

 

Benvenuto nuovo giorno

 

Postato da: swcpd a 07:22 | link | commenti (3)
epistolare

mercoledì, 12 aprile 2006

È finita.

 

È sera e finalmente si sa, anche se non definitivamente, chi ha vinto e chi ha perso.

 

Io ho votato la rosa nel pugno perché…. Molti perché, ma sotto sotto, nel profondo, per l’espressa volontà di prefigurare un sistema laico di convivenza.

 

La mia idea più radicata, ora, che ho appena superato i quaranta, dopo aver passate molte idee, è che dovrebbe venir meno il concetto di nazione, sostituito da un pensiero e un sentimento di “mondo”.

 

Viviamo tutti - popoli, questi sì -, su uno stesso pianeta che ci ospita e offre la concreta possibilità di una buona convivenza.

 

Forse perché non riesco a non aspirare a quella che, per molti, potrebbe essere definita come utopia.

 

Ne ho sempre coltivata qualcuna, nel corso della mia vita.

 

Ma questa volta, a questo punto, so che seppur apparentemente difficile, è praticabile.

 

Insomma, non è una questione di ingenuità, di stupidità, di cecità politica; è piuttosto una spinta verso l’innocenza, la semplicità, la consapevolezza.

 

 

Queste poche inconsuete righe per dire che sono felice abbia perso una componente politica che proponeva un modello di felicità e benessere fondata su un livello economico.

 

Berlusconi, secondo quanto teorizza, dovrebbe essere la persona più felice e realizzata di tutti, e francamente a me non sembra. Mi dà l’idea di persona che per essere felice debba prima aver convinti gli altri che così è.

 

 

Iniziavo con “ è finita”.

 

Ora concludo con “e adesso si ricomincia”.

 

Non amo la politica, forse perché in passato mi ci ero aggrappato, come ad una specie di fede, di possibilità di non attraversare questa vita da solo.

 

Poi ho mollato tutto e ho ricominciato da me, da quel moto antico che diceva “conosci te stesso”.

 

Ora penso che continuerò a conoscermi, condividendo, in forma di libera reciprocità, con gli altri, quel che sono.

 

 

Cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 08:35 | link | commenti
meta diari

lunedì, 03 aprile 2006

E' un post lungo, ma lo lascio almeno fino al nove e lo consiglio.

Mi devo vedere con A**** perché è avvocatessa, quasi. Perché la conosco e mi fido. Perché ho bisogno di consigli su una questione che riguarda la sua professione e la vendita della mia casa.

 

Insomma, una pausa pranzo interessante e simpatica.

 

Quando ci vediamo piove, governo ladro. Sotto gli ombrelli, rispettando il muto codice di scorrimento veneziano, camminiamo fino al pub dove mangeremo un panino.

 

Prima di arrivare a discutere della mia questione, ci raccontiamo un po’ come va.

 

Come va? …… Insomma.

 

Io ho superato i quaranta, lei appena i trenta. Laurea in giurisprudenza, lavoro in nero presso uno studio, esame di stato in attesa di conferma che è andata!!!, dubbi. Uno stipendio finto e mai certo, prospettive di “carriera tra virgolette”, oltre i quaranta, se tutto va bene. E una passione politica a sinistra, militante col sorriso.

 

Le chiedo: posso approfittare della tua conoscenza specifica sulla materia, per approfondire i dubbi su ciò che ha fatto il governo in materia di costituzione e leggi? Ma ha davvero promulgate leggi ad personam? Mi spieghi con parole semplici, essendo io davvero ignorante, tutto ciò?

 

Anzi, visto che tu leggi il mio blog, che ne diresti se ne facessimo una specie di intervista, che magari la posso proporre a blog più visitati del mio?

 

Lei accetta sorridendo.

 

Io ne sono felice.

 

 

Ultima raccomandazione: cerchiamo di non essere prolissi, se no non ci leggono.

 

  1. Allora, comincerei dalla costituzione: sono passati decenni da allora, la ritieni ancora valida o la si potrebbe modificare aggiornandola? Se no, perché; se sì, come?

     

Mi dispiace dilungarmi un po’ sulla prima domanda, ma è un tema su cui sono particolarmente sensibile!

 

Non è facile parlare della Costituzione: troppo spesso viene sentita o come un’entità astratta, o come un qualcosa di unico ed “immutabile”.

 

Mi piacerebbe provare a dare un quadro generale, e poi a rispondere alla tua domanda. Intanto bisognerebbe immaginare la Costituzione come composta di due parti.

 

La prima parte comprende i primi 54 articoli, ed è una specie di “riassunto” di quelle che sono le libertà fondamentali del cittadino, i suoi diritti ed i suoi doveri, nel territorio italiano. Sono quei principi “immutabili” (nella misura in cui a questo mondo può esserci qualcosa di immutabile…) in base ai quali, ad esempio, il popolo è sovrano, tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, l’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa e come mezzo per la risoluzione delle controversie (se qualcuno avesse dei dubbi si tratta dell’articolo 11….), la libertà personale è inviolabile, i cittadini hanno diritto di riunirsi e di manifestare liberamente…

 

La seconda parte della Costituzione comprende quelle che si potrebbero chiamare le “regole del gioco democratico”: chi fa le leggi e in che modo le fa, la struttura in cui è organizzato il governo dello stato (Parlamento, Governo, Presidente della Repubblica ecc.), la definizione degli ambiti di competenza e la divisione dei poteri dello stato (potere legislativo -chi fa le leggi-, potere esecutivo –chi decide sul governo dello stato-, potere giudiziario – chi fa applicare le leggi-).

 

Per quanto riguarda la prima parte, io credo che comprenda dei principi che non hanno né colore politico né una “data di scadenza”, ma che fanno parte della struttura mentale e della coscienza civile in cui siamo abituati a muoverci, perlomeno da quando l’Italia è diventata una democrazia. Per noi, ad esempio, è abbastanza normale dare per scontato che “tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali”. Fino a sessant’anni fa (e non sono secoli…) non solo questi principi non erano scontati, ma non esistevano proprio. Credo – e spero sia un sentire comune – che queste regole non debbano essere modificate o – peggio – eliminate; mi piacerebbe anche che qualche volta andassimo a rileggerle, bastano dieci minuti, e a volte servono a farci sentire un po’ più “cittadini”…

 

Per quanto riguarda le “regole del Gioco”, la seconda parte della Costituzione, posso dare un giudizio personale e dire che io ritengo la Costituzione ancora attuale , che secondo me va bene così com’è, salvo magari qualche “svecchiata” qua e là (penso soprattutto alla parte relativa a Regioni, Provincie e Comuni), modificandola man mano che ciò si renda necessario.

 

Credo però anche che sia giusto modificare in maniera più incisiva le regole del gioco quando una buona parte della popolazione (tramite i suoi rappresentanti eletti in Parlamento) ritenga che ci siano modi diversi, migliori, e magari più efficienti, per far funzionare lo stato. È giusto e fa parte del sistema democratico.

 

Quello che invece non riesco a condividere è il fatto che si sia voluto cambiare le regole del gioco da parte di uno solo dei giocatori, e proprio nel momento in cui ci si avvicina alla fine della partita…mi sembra un po’ come un giocatore di scacchi che prima della fine del gioco getta per aria la scacchiera e i pezzi che ci stanno sopra, dicendo “Beh, mi sono stufato, giochiamo a dama!”. A pochi mesi dalle elezioni è stata cambiata la legge elettorale, e contemporaneamente è stata modificata in maniera abbastanza pesante la Costituzione, senza però un accordo generale, anzi, a colpi di maggioranza. Di questo, personalmente, non condivido né la sostanza né tanto meno il metodo.

 

 

  1. le leggi ad personam sono un’invenzione giornalistica o, secondo te, una triste realtà?

     

Ahimè, le leggi ad personam sono un dato di fatto. Anche se non si chiamano “legge fatta per Berlusconi” basta vedere su chi si riflettono le applicazioni pratiche di alcune leggi, o chi ne trae concretamente giovamento. Farò solo alcuni esempi.

 

Il centrosinistra nel periodo del suo governo aveva stabilito l’esenzione dall’imposta di successione per importi fino a 300.000 euro. Nei primi 100 giorni del suo mandato l’attuale governo ha eliminato l’imposta di successione per qualsiasi importo, tra l’altro stabilendo particolari regimi di esenzione per i passaggi di proprietà tra familiari…non credo sia un caso che subito dopo il Presidente del Consiglio ha provveduto ad effettuare numerosi passaggi di proprietà di beni – o imprese - a favore dei suoi figli …

 

Giustizia: non scendo nel tecnico, mi limito però a ricordare due leggi.

 

Legge Cirami sul “legittimo sospetto”: ha aggiunto un nuovo ulteriore motivo per l’imputato di richiedere lo spostamento del processo in altra sede, ciò quando vi siano gravi situazioni locali che determinano motivi di legittimo sospetto. In sé potrebbe sembrare una norma di applicazione generale, se non fosse che, in base ad una norma transitoria molto contestata, questa legge si applica anche ai processi in corso. Il fatto che questa legge sia stata votata giusto in tempo per permettere ai legali dell’on. Previti di richiedere la rimessione del processo IMI-SIR fa considerare anche questa una legge ad personam (non per niente è stata chiamata la “salva Previti”).

 

Legge Vitali (ex Cirielli): questa legge prevede un nuovo metodo del calcolo dei termini di prescrizione dei processi (anche in questo caso con effetti anche sui processi già in corso) che porta ad accorciarne i tempi. Gli effetti sono più o meno quelli di un’amnistia generalizzata sia in condizioni normali sia, a maggior ragione, in caso di funzionamento a rilento degli uffici giudiziari a causa dell’eccessivo carico di lavoro. Anche in questo caso, il fatto che il Presidente del Consiglio sia imputato in una serie di processi nei quali, per  gli effetti della legge in questione verrà assolto per prescrizione dovrebbe far pensare…

 

Legge Gasparri: ha consentito che Rete 4 potesse continuare a trasmettere come rete nazionale e non fosse trasferita solo sulle trasmissioni satellitari. Tra l’altro non vorrei che dimenticassimo che in cinque anni non si è voluto affrontare il problema del conflitto di interessi. Abbiamo un Presidente del Consiglio che, comunque la si voglia vedere, ha a disposizione tre reti nazionali, non credo che in democrazia questo dovrebbe essere consentito….

 

Un’ultima annotazione: il ministero delle infrastrutture ha avviato una serie di grandi opere di ristrutturazione del territorio. Benissimo. Mi fa un po’ strano però che il Ministro delle infrastrutture sia socio della società che ha in gestione la maggior parte di tali opere…ma forse sono io in malafede…

 

 

  1. la precarietà di cui ci si lamenta, non potrebbe essere una forma di libertà moderna, in un momento di transizione inevitabile cui abituarci tutti?

     

Sicuramente rispetto al passato si avverte maggiormente la necessità di forme diverse di contratto di lavoro, ma sarebbe necessario, a mio avviso, cercare di rendere il lavoro precario come un momento di transizione del lavoratore verso una forma di lavoro stabile. Mi spiego meglio: trovo giustissimo che un datore di lavoro voglia “provare” un lavoratore prima di inserirlo stabilmente nel suo organico. Quello che trovo profondamente iniquo è il fatto di rendere assolutamente conveniente (anche dal punto di vista economico) l’assunzione in forma precaria, e sempre più difficile assumere con contratti “stabili”, non dico a tempo indeterminato ma nemmeno a termine.

 

Dobbiamo pensare che con il progressivo aumento dei contratti precari, saranno sempre meno i giovani che (come me) non potranno non dico comprarsi una casa (chi ti fa un mutuo con un contratto che potrebbe venire risolto anche domani?) ma nemmeno pensare di trovarsi una casa in affitto. A me personalmente non vendono nemmeno una radio a rate, proprio perché dal punto di vista del finanziatore “non offro garanzia”, non avendo uno stipendio “regolare”.

 

Non dimentichiamoci poi che i lavoratori precari non hanno, solitamente, una tutela pensionistica né –spesso- garanzie in caso di malattia. Nel lungo periodo, la mancanza di una stabilità lavorativa e il mancato versamento di contributi previdenziali per una fascia così larga di popolazione, porterà non solo ad una generazione che non maturerà mai i requisiti per avere una pensione, ma che non riuscirà nemmeno a coprire del tutto l’erogazione delle pensioni alle generazioni precedenti.

 

Va poi ricordato che il contratto di lavoro precario aggrava ancora di più la situazione delle donne che decidono di avere un figlio: in questo caso la precarietà comporta un rischio altissimo di perdita del posto di lavoro.

 

Credo che da questo punto di vista la proposta dell’Unione, di continuare a prevedere alcuni tipi di contratto “precario” ma di renderli meno convenienti dal punto di vista economico possa essere l’unico punto di equilibrio tra la necessità di trovare un lavoro e la necessità del datore di lavoro di poter valutare il lavoratore in relazione a quel posto di lavoro, o comunque di poter assumere per un limitato periodo di tempo.

 

 

  1. la pensione esisterà ancora o ce la stanno togliendo pian piano, giusto per non creare un’insurrezione?

     

Continuando con questo tipo di tipologie contrattuali la pensione pian piano diventerà un privilegio: a quasi trentadue anni, avendo avuto solo –o quasi- lavori precari, mi trovo (e con me un’intera generazione) a non avere ancora maturato contributi per la pensione. Se anche cominciassi a lavorare domani, per maturare i quarant’anni di contributi necessari all’erogazione di una pensione dovrei arrivare come minimo a….settantadue? E’ un po’ un circolo vizioso, ma bisognerà pure iniziare da qualche parte…. Secondo me anche da una riforma, questa volta seria, del mercato del lavoro.

 

 

Beh, forse basta così, per adesso.

 

Ora passiamo alle mie faccende personali.

 

Grazie per la chiarezza, la passione, la disponibilità.

 

Quando usciamo, dopo il caffè, il sole sta timidamente imponendosi sulle nuvole, sicché piove e al tempo stesso sta schiarendo, illuminando con parsimonia Venezia.

 

Ci diciamo, senza parlare, che sarà un caso, ma  il tempo atmosferico sembra un paradigma di quello che queste elezioni paiono promettere.

 

Passeggiamo e alla fine, dopo il saluto, ci ripromettiamo di rivederci presto.

 

Mentre cammino verso il lavoro, penso che se anche uno come me, che non ne può più della politica, da anni, s'è deciso di votare, sarà perché questi hanno proprio esagerato.

 

Grazie A*****

 

 

 

cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 21:36 | link | commenti (11)

domenica, 02 aprile 2006

questa lettera la scrissi tempo fa per i giornali. mi sembra attuale

Con tutto quello che succede, con il ritmo con cui si è costretti a percepire, digerire, prender atto di quel che succede, si rischia di non aver né il tempo, né il modo di riflettere. Si prende atto dei fatti, si lasciano parlare le viscere, si ascoltano e leggono i commenti degli esperti e ci si mette comodi in attesa di qualche altro accadimento.

 

Provo a fermarmi un attimo sugli episodi di infanticidio.

 

La prima reazione è di stomaco, di schifo e ripugnanza. Anch’io mi chiedo  come sia possibile. Poi mi dico che se succede, non solo è possibile, ma è una realtà concreta, tangibile.

 

Prima di passare alla prossima notizia di morte, catastrofe, attentato, ricatto, mi concedo il lusso di vedere quali residui abbia lasciato l’idea che si possa commettere una simile atrocità.

 

La tentazione è quella di diffidare di chiunque. La quasi paura a sorridere dei gesti dei bambini, così belli, puri. In realtà non riesco a privarmi di questo piacere: mi piace osservare, vedere in quegli sguardi ingenui la voglia di scoprire. Tuttavia non mi sento totalmente a mio agio, temo di essere frainteso, quasi fossi un contrabbandiere di pensieri potenzialmente pericolosi.

 

Insomma riconosco anche in me stesso il pericolo di semplificazioni che portano a conclusioni maldestre e affrettate.

L’eco di queste notizie, di questo modo di interpretare la realtà attraverso le idee di altri, dell’illusione di poter risolvere la complessità della vita e dei rapporti grazie alla mediazione di qualche soubrette, cartomante o psicologo dalle ricette miracolose, mi ha contagiato e ha abbassato la mia soglia di critica.

Questo ovviamente succede in velocità.

 

Se poi, come dicevo all’inizio, mi concedo il lusso di pensarci un po’ su, m’accorgo che la realtà, quella vera, quotidiana, è forse un po’ più noiosa, ma molto più sottile e intricata.

 

Allora, mi dico, a proposito di bambini, val la pena che insegni a mia figlia la fiducia piuttosto che la diffidenza. Che le suggerisca di osservare e decidere attraverso la sua intelligenza invece di assorbire qualunque input esterno come fosse la verità. Che la vita, a  saperla guardare appieno, ha sicuramente più colori di qualsiasi cartone animato.

 

Insomma le vorrei trasmettere la voglia di accettare pienamente la vita e la responsabilità che ognuno di noi ha nei confronti di sé e degli altri.

 

E magari le racconterò di come ci si può abbandonare a strane idee solo perché non ci si è concessi il lusso di fermarsi un solo istante per ascoltare la propria intelligenza.

 

Non so se ci riuscirò, ma provarci di sicuro.

 

 

Cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 08:10 | link | commenti (1)
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