"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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domenica, 26 febbraio 2006

 

La mattinata è pioggia e vento di bora freddo. Il cielo è grigio.

 

La strada per raggiungere la questura è asfaltata fino ad un certo punto, dopo di ché, saltelli, buche, pozzanghere, sassi. Stanno ancora costruendo, in questa zona, che sembrava il confine possibile, oltre il quale può esistere solo il nulla. Tanto per far respirare le case così attaccate l’una con l’altra.

 

Asfissia, è questa la parola che ti si incista in testa.

 

Parcheggi lontano dall’entrata di questa ex scuola, trasformata in questura per ragioni varie, riassumibili nell’ovvietà che non ci son più soldi e s’ha da sfruttare quel che già c’è.

 

Chiudi l’auto e appena prima d’uscire pensi se sia il caso di estrarre l’autoradio e di riporla su uno dei tanti posti che ti offre questo modello d’utilitaria giapponese.

 

Poi pensi che no; che tanto ti hanno appena rotto il finestrino anteriore destro e non t’han rubato nulla sti cazzi di ladri: giusto l’euro che tieni a portata di mano per i carrelli degli ipermercati; e poi anche che vicino alla questura sarebbe da scemi farsi beccare in flagranza di reato.

 

La lasci al suo posto, allora.

 

L’ombrellino lo prendi, perché sta pioggia s’intrufola dappertutto, accidenti.

 

Il pezzo che ti separa dall’entrata dura due minuti, e pensi che avevi pensato che era lontano.

 

 

Passi il cancello e subito centocinquanta persone, uomini e donne, ti guardano, per appena un secondo., per poi tornare a guardare le spalle di quello o quella che sta davanti.

 

C’è di tutto, ogni nazionalità, ogni tipologia, colore, odore.

 

Il vento e la pioggia sbattono contro quei vestiti e quei visi tirati.

 

Pensi al documentario sui pinguini che si fanno scudo unendo i corpi a corazza.

 

Ma qui in ogni sguardo c’è un grande problema, e in ogni pensiero un fastidio pungente nei confronti dell’altro. L’importante è ottenere un timbro, e ognuno di loro, è uno in più.

 

Dentro, il caos. Sembra un film in cui si vuol descrivere il caos, mostrando comparse che lo interpretano.

 

L’usciere poliziotto in divisa ha dipinta in volto l’insoddisfazione.

 

Che palle! È l’aura che lo circonda.

 

Gli chiedi dove devi andare per portare quella carta che serve a dichiarare che non sei terrorista e mafioso. Fa sì con la testa e non capisci se ha capito.

 

Chiama il suo collega con voce sgraziata. A lui non piace nessuno ed egli stesso non deve piacere. Con la voce roca grida.

 

Non si sente niente: qui tutti pensano di avere la precedenza. Ed è vero: ognuno ce l’ha; ma anche tutti gli altri.

 

Alla fine il giovane collega in divisa si avvicina, voce roca disperata gli dice del tuo bisogno, lui asseconda e con fare gentile si toglie dalla bolgia che lo circonda, strattona, chiede, pretende. Ha le occhiaie da poco sonno: è solo un giovane che ieri avrà fatto tardi, che pensava che fare il poliziotto fosse ripulire il mondo dallo sporco del crimine.

 

Ti accompagna mentre si scrolla di dosso un curdo che gli chiede di, una nera africana che gli parla di, una madre con un seno ottavo che dà il latte al piccolo e lui le dice che di là c’è una sala idonea. Mi segua, ti dice; ti dà del Lei, a te, che ti senti sempre giovane, abituato a sentirti dare del tu.

 

Lo segui per quelli che una volta erano corridoi e aule, passi davanti ad un’altra fila, di italiani stavolta, visi abbronzati e vestiti nuovi e sorrisi di prassi.

 

 

All’ufficio c’è un poliziotto in borghese con fare gentile pur senza nemmeno guardarti. Mette un timbro.

 

Pum, fatto.

 

Non sono terrorista né mafioso, ora, pensi.

 

 

Tornando il giovane in divisa e occhiaie parla al cellulare. Si vede da come gesticola che parla con la fidanzata o il fidanzato; ne ha bisogno. È ossigeno in quell’aria irrespirabile.

 

Lo saluti e ringrazi. Una gentilezza. Lui ti consiglia di passare di qua, e apre una porta che dà sul cortile.

 

Grazie. Rivedi la coda dei centocinquanta che in coda aspettano il loro pum timbro sui loro fogli.

 

Permessi di soggiorno, si chiamano.

 

Concede loro il permesso di stare in Italia.

 

Hai comunque voglia di rivederli, di passare vicino senza aprire l’ombrello come per condividere la pioggia, la bora, il cielo triste.

 

 

Quando eri giovane eri internazionalista e contro le galere e le centrali nucleari.

 

Ora lo sei ancora, ma non più: giovane.

 

Ora sei contrario alla divisione in nazioni, in religioni, in caste, in titoli.

 

Li guardi appena. C’è un bengalese sui cinquanta con una sciarpa sulla testa. Lui non la pensa come te, probabilmente. Sa da dove viene e perché se n’è andato. È probabilmente musulmano e mangia cose puzzolenti che impregnano alito e vestiti.

 

Ieri il notaio grasso ha detto che gli astemi sono tristi. Si è difeso dalla sua grassezza attaccando i magri. E tu lo sei e detesti l’alcool, non per ideologia, ma per bisogno di non stare male.

 

Grasso e stronzo, oltre che notaio ladro, avevi pensato.

 

 

I pensieri vengono interrotti da una ragazza già vecchia, accento albanese con un seggiolino preso alla caritas che urla contro il vento duro e la pioggia umida kazo fai, stronzo, testa di kazo, kolione, a uno dentro una fiat tipo verde che fa manovra.

 

Raggiungi l’auto mentre uno degli operai del cantiere che sta costruendo delle biville in zone extrageografiche scalda con un cannello un tubo.

 

Lo pensi come strumento di tortura. Ti immagini quello, puntato su varie parti del corpo, durante un interrogatorio: “ parla stronzo, confessa, prima che ti bruci i coglioni e poi gli occhi, bastardo”.

 

 

Adesso ti aspetta una coda in un ufficio dell’impdap. Sarà un’attesa confortevole, seduto al caldo con il corriere e il libro di Coe, le note sull’agenda, le telefonate e i messaggi. Qualcuno si lamenterà dell’attesa, della svogliatezza degli impiegati, della loro antipatia.

 

 

Prima di salire ti volti.

 

Per prendere in faccia quella pioggia e quel vento e per imprimerti il grigio del cielo.

 

 

Cristiano prakash dorigo  

 

 

 

Postato da: swcpd a 08:57 | link | commenti (2)
cronache così

venerdì, 24 febbraio 2006

Latito

 

 

In questo periodo sto latitando dal blog. Dal mio e da quelli che mi piace frequentare.

 

Essendo che il blog è anche definito un “diario in rete”, accenno brevemente alle ragioni della latitanza.

 

Lo faccio, non perché mi senta in dovere di rispondere a chicchessia di alcunché – mi piace fingere con me stesso di essere un uomo libero e di scegliere io stesso le mie schiavitù -, ma perché, uno come me che riceve ogni giorno, in questo periodo, anche fino a dieci visite al giorno; beh, uno così, penso, e penso lo pensiamo tutti noi che facciamo parte di questa famiglia allargata, sì, uno così ha delle responsabilità nei confronti dei propri fans.

 

 

In questi mesi, ordunque:

 

ho avuto un dramma familiare importante;

 

un problema fisico marginale rispetto al punto cui sopra, ma insomma, una bella rottura;

 

sto vendendo la mia casa;

 

sto comprando la mia nuova casa e tutto l’arredamento;

 

sto interessandomi nella vendita di un’altra casa di famiglia rispetto alla quale ho più costi che benefici ( non sto propriamente parlando di denaro);

 

devo organizzare e rielaborare dei testi per il teatro;

 

dovrò imparare a tenere io stesso, cioè senza attore, cioè leggendo io sul palco, questo reading che farò a maggio assieme ad un amico-collega;

 

continuo a svolgere due lavori in ambito educativo;

 

……. Dovrei occuparmi del blog……

 

 

a dire il vero mi sembra un po’ troppo. E infatti lo è.

 

Per cui lancio un appello a coloro che passano da queste mie parti: abbiate pazienza e fiducia: il vostro bloggeroe preferito, tra un po’, tornerà tra voi con l’energia e l’arguzia di prima: lo giuro!!!!

 

 

cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 06:52 | link | commenti (4)
cronache così

venerdì, 17 febbraio 2006

La foto in bagno

 

Era mattina, l’ora della sveglia, e un cerchio alla testa lo tediava assillante.

 

Nella luce artificiale del bagno stava in piedi davanti allo specchio sforzandosi di  credere che l’immagine riflessa non corrispondesse al suo viso.

 

Quello era un volto da caricatura, un’immagine che galleggiava all’interno di una superficie chimica:  uguale ma rarefatta, precisa ma simbolica; lo specchio,  simbolo muto di fantasie per ogni età.

 

Da sempre.

 

 

 

Dietro, all’altezza della testa, la foto in bianco e nero dei genitori posta in un quadretto con  cornice marron scuro, spessa  e solida, come lo erano i lavori artigianali di una volta; pagati cari ma destinati a durare per sempre.

 

Erano vicini, le braccia incollate l’una con l’altra, con i volti sorridenti ma non troppo, come se anche la felicità avesse un protocollo che esigeva rispetto.

 

Tuttavia, abilità del fotografo o magia dell’amore che fosse, quella coppia ben assortita restituiva una sensazione irrazionale di complicità che  attirava invidia e disegnava passioni segrete e tormento.

 

Lo sfondo, anche se neutro come l’abbigliamento, accompagnava l’osservatore a immaginare una solida posizione sociale.

 

Ogni giorno il suo sguardo veniva risucchiato da quell’immagine, vecchia quanto i suoi ricordi.

 

Non ricordava perché era stata appesa in bagno, forse un vezzo della madre, vera artefice del riuscito stile di quella bella e antica casa che lui aveva ereditato e volentieri continuato ad abitare.

 

Da sempre, infatti, la foto apparteneva alla sua vita mnemonica  interiore, quasi fosse stata pensata appositamente per accompagnarlo nei suoi giorni.

 

Era stata scattata il giorno del fidanzamento dei suoi; dopo un paio d’anni, lui sarebbe venuto al mondo, primogenito maschio di una sorella tre anni più giovane.

 

 

Distolse lo sguardo focalizzandolo su di sé; pensava al mistero della natura e ai miracoli della  cosmesi moderna; dopo mezz’ora il suo aspetto sarebbe cambiato e avrebbe assunto i canoni usuali, quelli che tutti vedevano incrociandolo ogni giorno.

 

Si contorceva in strane espressioni  cercando minuziosamente dei segni sul suo volto, lievi imperfezioni che potessero minarne la compatta credibilità.

 

Compiva questi gesti con le dita che tiravano la pelle:  trasformavano i tratti somatici in improbabili maschere; forse per far risaltare la regolarità dei lineamenti, una volta terminato quello scherzetto senza allegria.

 

 

Camminò fino a raggiungere la cucina.

 

In quei pochi secondi, l’unico pensiero inebetito, combatteva  quel sottile dolore al capo.

 

Mentre faceva colazione pensava alla giornata a venire e a quella precedente.  Riusciva a mettere in riga i pensieri con  disciplina  e , sempre attraverso questa pratica, riusciva a ricordare gli aspetti positivi e cancellare quelli negativi, quasi non fossero  esistiti.

 

Anche questa consapevolezza fugace veniva subito cancellata per fare spazio a pensieri  direttamente governati dalla sua volontà.

 

 

Tornò in bagno per il tocco finale e si accorse che non riusciva a sostenere il proprio sguardo, quasi appartenesse ad un altro, ad un essere estraneo.

 

Non riusciva a sopportarne la posa fasulla , la finta sicurezza.

 

Si chiese se anche gli altri provavano lo stesso guardandolo negli occhi.

 

Pur facendo di tutto per riuscirci non poteva  cacciare quel  pensiero che lo tormentava.

 

Era pesante da portarsi appresso; significava  dipendenza dagli altri, quando invece, spesso, egli decantava con collaudata sicumera,  la propria assoluta libertà di pensiero e d’espressione.

 

La scelta di come sentirsi gli pareva un diritto inalienabile e una solida realtà.

 

La sua, almeno.

 

 

Poteva sentire scorrere il sangue nelle vene, ordinarne gli impulsi e determinarne le direzioni.

 

L’autocontrollo della mente e del corpo era una severa disciplina che  esercitava con ossessionante solerzia e  attenzione.

 

Il suo sguardo esprimeva questo, ma osservando dentro lo scuro degli occhi, all’interno delle pupille, dove i contorni sfumano, si smarriva sentendosi defraudato e spogliato di credibilità.

 

Una caduta verticale velocissima dentro un pozzo nero pece, destabilizzante, senza apparente ritorno.

 

In questo spazio era vulnerabile e sentiva di non poter far arrivare nessuno fino a quel limite.

 

 

Ripensò ai propri rapporti intimi e ritrovò in quel luogo straniero, solo per pochi attimi, il padre e la madre.

 

Entrambi per ragioni differenti; la mamma era  dolcezza e  verità; il papà intelligenza, come la sua, una generazione fa, suo modello involuto.

 

Sembravano immortali in quella foto.

 

Così solidi, eppure eterei; così trattenuti, eppure straripanti felicità.

 

Per un brevissimo istante cedette alla disperazione; sentiva che la differenza tra loro ed egli stesso, stava proprio nella naturalezza.

 

Loro avevano scelto di abbandonare ogni resistenza scivolando dentro la vita, totalmente.

 

Cacciò furioso quei pensieri pedanti e invasivi che sarebbero stati adatti ad un bambino e non ad una persona forte e decisa, come lui effettivamente era.

 

Smise di distrarsi e tornò al presente, concreto e  impellente.

 

 

Pensò a come vestirsi quel giorno.

 

Pioveva e faceva freddo.

 

Si tuffò  nell’armadio e si specchiò una volta vestito.

 

Ok, si và.

 

Una pastiglia per il mal di testa; doveva non stare male  per stare bene.

 

Doveva cancellare quest’ombra di vertigine, questi pensieri squilibranti.

 

Intendeva riappropriarsi quanto prima del sentimento da uomo-tutto-d’un-pezzo.

 

Pensò per un nanosecondo che il controllo nascondeva paura e che ci doveva essere un segreto dimenticato dietro.

 

 

Dimenticò il segreto dimenticato.

 

Anticipò il futuro subitaneo: vide chiaro come un film il suo successivo minuto di vita.

 

Si sarebbe avviato verso la macchina; al suo interno avrebbe acceso la radio e scordato l’imbarazzo.

 

Si sarebbe dato un’ultima controllata e via, un’altra giornata da affrontare con ferrea volontà.

 

 

E così fece.

 

Prevedibile, sicuro.

 

Dimentico del mal di testa e della foto.

 

 

 cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 18:38 | link | commenti
racconto

domenica, 12 febbraio 2006

Ieri sera torno a casa tardi.

 

Non che fosse davvero tardi; lo era in quanto ero con mia figlia, che a quell’ora, di solito, sta per addormentarsi, dopo tutti i riti della buona notte.

 

Erano invero da poco passate le nove. Un orario mostruoso, per me che ero fuori dalle otto di mattina, e che avevo lavorato, poi sono andato in un mobilificio per i preventivi per casa nuova – fonte di ansia, anzichenò – e dopo discussioni varie su forme, colori, soldi, materiali, al limite della capacità di essere lucido, concludo il tutto con un pane e formaggio, in piedi, in cucina.

 

Suona il telefono. Rispondo controvoglia. Una voce di persona di una certa età, direi superati i sessanta; mi chiede se sono io che ho scritto quel racconto pubblicato sul gazzettino di lunedì. Rispondo che sì, sono io.

 

Da lì, un profluvio di complimenti di vario genere, sulla forma e sulla sostanza di quanto, quel mio racconto, diceva.

 

Mentre me lo diceva, sorridevo.

 

Ero contento, e anche imbarazzato.

 

Ho avuto, per cinque minuti, l’ebbrezza di cui si rivolgevano dei complimenti di sostanza: avevo suscitato un’emozione. Che ritorna in pieno, in quanto ricevuta da chi l’aveva suscitata.

 

Mi è venuto in mente di una volta che avevo visto Paolini camminare da solo per Marghera. Era quando stava diventando quello che è, ma ancora in transizione. Mi sembrava attento a chi passava, cercando di capire se era riconosciuto. Ero in autobus e subito, dopo questo pensiero passeggero, mi son reso conto che vivevo una proiezione: non era lui che faceva questo: ero io che m’immaginavo di essere lui.

 

Insomma, lui se ne passeggiava tranquillo e se ne andava verso la stazione.

 

Pur essendomi accorto dello scambio di ruoli, m’era rimasto un sapore amaro, una difficoltà tangibile a pensarmi famoso. Mi era impossibile e sgradevole.

 

Durante il resto del tragitto, ho avuto modo di lasciar passare questi pensieri, considerandoli anche, forse, relativi al fatto che proprio non correvo quel pericolo – quello di essere famoso -, per cui mi consolavo allo stato di anonimato.

 

 

Era tardi e dovevo consumare il panino al formaggio.

 

Buona sera e grazie, gli ho detto, cercando di sveltire la pratica.

 

Ha funzionato.

 

Chiudo la comunicazione, appoggio il telefono, e subito penso ad uno scherzo.

 

Vuoi vedere che magari un amico ha inscenato il tutto?

 

Ma perché, poi? Per quale ragione?

 

Perché è imbarazzante essere apprezzati e capiti; non c’è più posto in cui nascondersi.

 

 

Finisco il panino, mi siedo un attimo per riprender fiato e accendo la radio.

 

Bella canzone, poi spot.

 

Uno di questi dice un po’ di puttanate e conclude parlando di qualcuno dei sogni che, presumono, generalmente si dovrebbe sognare: “….. se vinci questo, vai in nazionale; se vinci quello, sposi una velina…..”.

 

E allora, porca troia; allora è così, allora è vero. Allora siamo tutti ciglioni. Allora è giusto che ci prendano per il culo così, in modo ormai evidente, senza ironia, seri come chi conosce dei segreti che ci appartengono.

 

Allora mi stanno dicendo che le veline sono una verità e che abitano il mio inconscio e che è per questa ragione che quella telefonata, quei cinque minuti di gloria, mi mettono in imbarazzo perché sono pochi e che davvero ambirei  essere famoso e riconosciuto per strada.

 

Allora il culto della personalità, spogliata e rimessa in onda in forma presentabile, è davvero il traguardo.

 

 

Dev’essere per questo che mi son sentito così scemo.

 

Ed è per questo che mi fa paura.

 

È per questo che ostento una certa modestia, come virtù di cui vantarmi nel caso sfondassi.

 

E nel caso di no, cioè quel che sarà, mi ci potrò difendere: “non mi sono mai vantato di alcunché”.

 

Neanche quando a teatro si sono letti i miei racconti e la gente applaudiva.

 

E mi chiedeva se erano pubblicati, tra un complimento e l’altro.

 

 

Dovrei rinunciare ai sogni finché non capirò quanto questi mi hanno riempito la carne e la mente.

 

 

Cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 13:05 | link | commenti (1)
cronache così

domenica, 05 febbraio 2006

 

La stanchezza impedisce all’istinto di buttar fuori attraverso le parole il suo torpore umido.

 

Avrei voluto parlare ( scrivere!) dello sguardo da bambino attraverso cui guardo il mondo. Ci tenevo perché è discussione recente con un caro amico, rateizzata dalla distanza e dallo scrivere a puntate via mail.

 

Cos’è che vede il bambino che guarda?

 

Guarda la follia che c’è, faticando a tradurla in posto bello in cui giocare; eppure bisogna giocare e lo fa comunque. E poi la bocca che da quello sguardo ricava domande imbarazzanti, che porge con candore virginale, non essendo, lui, ancora stuprato dall’assuefazione da oscenità.

 

E così, in bilico tra paura e bellezza, tentazione  e abitudine, s’adagia e abitua.

 

Tutto va avanti a prescindere, deve; e il bambino cresce, deve.

 

Il guardare con gli occhi puliti si tramuta in guardare con occhi appannati, e crescendo nulla più stupisce; tanto meno la stupidità che avvolge come una cappa ogni cosa, in senso letterale, della nostra vita.

 

Ci s’abitua.

 

 

Come alla pubblicità per esempio: chi sopporterebbe in condizioni di libertà d’arbitrio quest’attacco all’intelligenza con sfiancanti jingles, slogans puerili, consuetudini innaturali.

La crescita, l’educazione, la società in generale, ci tolgono l’istinto sostituendolo con voglie commerciali che diventano bisogni.

 

Il bisogno del bambino è mangiare, bere, cacca, pipì, gioco.

 

Gli ex bambini hanno invece bisogno della radica, anche finta, perfino sui polsini delle camicie.

 

Ci si abbandona un po’ alla volta, senza fretta.

 

Ci si ritrova così pieni, farciti, di cose.

 

E anche l’ultimo imbecille della terra, se possiede una mercedes, diventa automaticamente autorizzato a sentirsi un essere con un valore aggiunto. Non importa se stupido, se ha l’alito pesante, l’ascella acidula, un difetto degli occhi, una calvizie palese: nel senso che non importa più, o meno, se ha quell’auto; perché se non  l’ha, invece, giusto o meno, quei difetti contano.

 

Il discorso sta scadendo nella banalità in quanto, ahinoi, così è davvero.

 

Un bambino non rinuncia a scoprire e ha bisogno di esperire per credere e non gl’importa che gli si dica di fidarsi; e perché mai dovrebbe? E la ricerca, la novità? Perché mai rinunciarci?

 

 

L’esempio della pubblicità, come dicevo, è stupido, ma esempio di uno standard di vita.

 

Altri esempi, più macro e dolorosi, ma sintomatici della convivenza con la stoltezza.

 

Molti milioni di persone, muoiono di fame; il mercato ci impone di buttare molti prodotti che li sfamerebbero, per controllare i prezzi.

 

Si uccide per la pace; s’ammazza in nome di Dio; ci si suicida per il troppo fuori e il sempre meno dentro.

 

A scalare?

 

Lo Stato vende  sigarette con una mano, con l’altra ci impedisce di fumare; vende alcolici e poi ci dice di non bere.

 

E ancora!

 

Lavoravamo per vivere, ci siam ridotti a sopravvivere per lavorare; sbaviamo, pagando per sposarci; combattiamo, pagando, per divorziare.

 

 

Non è moralismo: credo che a pensarci bene, ne troveremmo ancora a centinaia di motivazioni che dovrebbero indurci a ripensarci in funzione di uno smarrimento dell’armonia.

 

Ecco lo sguardo dei bambini.

 

Quello che li fa dire, quando è giusto: “ ma scusate, il re è nudo!”

 

 

Lo vorrei dire anch’io, ma: “La stanchezza impedisce all’istinto di buttar fuori attraverso le parole il suo torpore umido”

 

 

cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 20:35 | link | commenti (1)
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giovedì, 02 febbraio 2006

L’altro giorno a Mestre si è ucciso un ragazzo di quindici anni.

 

La fidanzata l’aveva lasciato, la mamma, poiché era arrivato tardi a casa, l’aveva sgridato.

 

Lui allora decide che era l’ora di farla finita: scrive due biglietti, uno per ciascuna delle due, si reca in una stazioncina di periferia, sale sui binari e va incontro al treno che sta arrivando a braccia aperte.

 

 

L’elemento che mi ha colpito , e immagino che il giornalista lo sapesse, è quell’avanzare a braccia aperte contro il proprio destino.

 

Un giovane Cristo messosi in croce da solo.

 

La morte meglio della vita.

 

La pesantezza della vita.

 

 

Ho pensato un pensiero che forse dovrei censurare ma che non l’ho fatto: ho pensato che un gesto simile avesse la pretesa, ingenua, giovanilistica, priva di sacralità, di diventare così “qualcuno”.

 

 

È un pensiero marginale rispetto alla complessità della questione.

 

Prima di tutte il dolore seminato da un simile gesto. Un dolore irrimediabile, impossibile da curare. Un dolore abissale.

 

Poi le domande che tutte le persone civili si pongono. Una sfilza di perché che mai troveranno risposta.

 

E poi ho pensato a lui, a un ragazzo che pianifica un simile gesto definitivo.

 

Cos’ha pensato mentre camminava, solo, in quella posa. Il suo corpo, la sua vita, travolti da una massa enorme, talmente grande, da simboleggiare la propria inadeguatezza nei confronti del peso di questo mondo ostile.

 

 

La quantità di dolore che fa sentire deboli, disarmati e soli, di fronte all’alienazione che impera.

 

L’esistenza non ha più senso. Non c’è direzione.

 

Siamo talmente precari e insicuri da doverci travestire da persone che non lo sono.

 

E questo, giorno dopo giorno, porta al conflitto, all’allontanamento dal proprio essere, fino a trasformarci in stereotipi.

 

E la corsa al niente, maschera così l’inutilità.

 

Quasi tutto si fa per poi poterlo raccontare. Nulla è soddisfacente, pieno, gustoso.

 

 

E chi paga di più per tutto questo?

 

Possiamo noi adulti pensare e dire che questi ragazzi sono irriconoscibili, ingrati, infelici, senza assumerci in pieno l’onere di aver dato loro un mondo finto?

 

Siamo direttamente responsabili della nostra vita, dei nostri agiti, di quello che diciamo e facciamo.

 

Ed è per questo che non  diciamo e facciamo più: ci limitiamo ad imitare quel che ci viene consigliato, pedissequamente, come automi.

 

 

Sono consapevole di aver sfiorato, e forse abitato, la retorica.

 

So di aver ripetuto qualcosa di scontato.

 

Ma di fronte all’enormità di una giovane morte, rispetto alla quale non c’è più rimedio, ma solo rimpianto e pentimento, non posso non interrogarmi sulla mia diretta responsabilità per la mia e l’altrui infelicità.

 

E non posso non ripromettermi di cominciare, da subito, a porvi rimedio.

 

 

Cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 06:19 | link | commenti (3)
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