"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
f krauspenhaar
GEMMA
anfiosso
ansa
beppe grillo
brizzi
carmilla
corriere
costituzione
costituzione europea
etimo.it
euronews
ferrucci
frieda
g genna
gino tasca
i tarocchi di osho
indiessolvenza
jacopo fo
kimota
krishnamurti
l''inchiostro di gloria
lorenzo galbiati pistorius
lucioangelini
mardin
maroccolo
mia hoffman
nazione indiana
osho
parole non stabili
primo amore
repubblica
rododentro
s maistrello
tashtego
toporififi
vibrisse
wikipedia
visitato *loading* volte
correva l'anno, come corrono tutti quelli dopo una certa età - dai trenta in su? - . corrono e proprio per questo, diventano preziosi; dal momento che non tornerà più nulla, non ci resta che l'eternità dell'attimo.
quell'anno, quattro fa, correva. ma lasciava questa traccia rabbiosa e acida, in cerca di coccole e pace.
SFOGHI INUTILI
Seduto in un autobus, attorniato dalla gente, guardo, penso, immagino di poter scrivere le mie osservazioni sul diario.
Guardo uno ad uno tutti i passeggeri con attenzione e cresce in me un forte disagio, un’ansia leggera ma radicata, una certezza malinconica: gli esseri umani stanno andando verso il suicidio sensoriale di massa.
La massa; parola che in quest’accezione riporta il senso della miseria, della morte dell’individuo in quanto essere unico, insostituibile, prezioso.
Dico questo perché sono qui, circondato da persone avvilite ed annullate dal bisogno di rappresentarsi, di nascondersi dietro a un dover essere.
Ma dentro continuo a conservare una misteriosa fiducia nel riscatto, nel risveglio.
Un giorno, anzi, un momento, può essere sufficiente a far scattare in ognuno quella molla che promuoverà il cambiamento, il riavvicinamento alla propria identità.
Quanti archetipi simili tra loro nella fisionomia, nella postura, nel parlare, vestire, atteggiarsi.
Siamo tutti ridotti ad una sorta di gara in cui tutti vogliono partecipare pur sapendo che pochi vincono e molti perdono. I pochi lo fanno di solito usando scorrettezze e nefandezze di vario genere a scapito degli altri. I molti, si accontentano di ammirare i forti, di seguirne le gesta nei rotocalchi, di imitarne lo stile fasullo.
E allora ogni anno, ogni stagione si butta via tutto e si ricompra con i nuovi colori di moda. Non c’è più traccia alcuna dell’essenza della persona, della voglia di capire e spiegare, di ascoltare e raccontare chi siamo, cosa pensiamo.
Il mondo occidentale, quello del mercato saturo, ha dovuto far diventare gli oggetti obsoleti, che finiscono presto, perché abbiamo già tutto e bisogna che ci vergognamo di quello che non si usa più. Le macchine: una volta duravano vent’anni, adesso ogni due fanno un restyling. I vestiti: moda stilizzata, estrema nei colori e nelle forme, così si può sempre cambiare tutto radicalmente e creare un vecchio e un nuovo.Gli elettrodomestici: stessa cosa.
Arrivo, scendo. Resto con l’eco dei pensieri di prima che mi lasciano un gusto amaro, di schiavitù inconsapevole, di chi è massa e chi cerca di non esserlo. E penso che anche questo crea divisioni, elite e controelite, perfettamente funzionale al giochino dell’economia moderna occidentale; c’è un prodotto per tutti, anche per quelli che non vogliono aderire passivamente, è già previsto.
Poi mi avvio a piedi per Venezia e tutto sfuma, passa. La trasformazione è avvenuta, come sempre in questa città, come in un salto quantico; la bellezza rapisce, stupisce, stupefa.
E allora conseguono altri ricordi, di un senso di pace, di silenzio.
Le sensazioni che si provano a contatto con la natura possono essere forti, quasi violente eppure ne percepiamo sensorialmente solo la vellutatezza, il soffio leggero, la delicata intrusione tra i sensi.
Per un pò ho vissuto in un posto che è la massima espressione di rigogliosità, di magnificenza paesaggistica, di grandezza naturale. Ogni volta che potevo, in qualsiasi stagione, prendevo la mia vespetta e me ne andavo a gironzolare per le strade, salite e discese, acceleratore al minimo per osservare meglio e per non disturbare il candore e l’innocenza di un silenzio illibato. Combattevo con la sensazione di essere un intruso, un artefice del progressivo disfacimento di quello che da sempre esisteva, indipendente e libero dalla presenza umana.
Nelle mezze stagioni, soprattutto agli esordi dell’autunno, distinguevo nei boschi centinaia di colori diversi, di tonalità infinite di foglie. Per molti kilometri, non incrociavo nessun essere umano e questo mi coccolava con un senso di esclusività, di espansione infinita dell’essere lì, in quel momento, l’unico fruitore di un miracolo.
Non per questo mi sentivo un ingenuo; non per questo credevo, cambiando diametralmente prospettiva, che questo dipendesse da una misteriosa e mai presa seriamente in considerazione divinità. Il tutto era sorprendente appunto perché magicamente mio; c’era una silente unione tra me ed il circostante.
L’intuizione non supportata da alcuna fonte letteraria delle sensazioni selvatiche, antropologicamente ataviche, mi portava verso una solitudine dolce, non calcolata, frutto delle circostanze. Mi sentivo bene così, senza bisogno d’altro,unico gestore di preziosità sperimentali. Quali parole possono spiegare esperienze, quale verbalizzazione può esprimere silenzio?
Periodo felice, non c’è dubbio. Periodo, momento transitorio che passa.
Questo periodo ha creato spazi dentro, e mi ha fatto rivedere tutto ciò che mi apparteneva. A seconda della visuale, una qualsiasi cosa può cambiare aspetto, mutare. Cominciavano a pesare i fardelli che da una vita mi portavo appresso: morale, bisogni, dipendenze. Via tutto, tutto; questa volta sul serio, non è più tempo di essere, solo per la paura di non essere più quello, ma qualcosa di nuovo.
Già, quando si sente qualcosa di autentico, quando si comprende che ci sono dimensioni che raramente percepiamo ma che esistono e lasciano una traccia forte, è difficile trascurare il lavorio interno, le voci del proprio silenzio.
Pensando a questi forti contrasti, a quest’odio e a quest’amore per gli altri, per noi stessi, percepisco un bisogno di essere il maggior tempo possibile come sono. Molto spesso mi accorgo di sentirmi bene solo quando sono da solo. Questo con l’andare del tempo mi ha portato ad un forte senso di responsabilità verso me, a dover ammettere intimamente di essere esattamente come tutti gli altri, vittima di meccanismo che stritola e che rende sordi alla propria verità.
Sento parlare politici di benessere ma non c’è nessuno che va oltre l’aspetto economico del termine: Mai una parola dedicata all’aspetto esistenziale, mai un accenno alla persona, solo una quantificazione di merce.
La televisione poi, una scatola che vende bisogni indotti, una produttrice malsana di niente, di quel nulla che riempie le nostre coscienze di pattume. Tutto è fatto in funzione di un cittadino medio che non esiste, è solo un’unità di misura da cui non distaccarsi troppo per non stancare nessuno.
E noi accettiamo, siamo intrappolati e incapaci di urlare il nostro scontento nei confronti di uno stile di vita che dobbiamo subire e che poco a poco, goccia a goccia, ci convince che siamo liberi, che possiamo comprare ciò che più ci piace.
Comprare, vendere. Vendere e comprare.
Eppure ci possiamo risvegliare, possiamo rivedere tutto con chiarezza. Bisogna rischiare un po’, bisogna accettare di morire per poi rinascere, si deve lasciare il poco che si ha-si è, per qualcosa di ignoto, nuovo, non conosciuto.
Inebriarsi con la vita, le sensazioni. Fare viaggi dentro di noi. Lasciare andare le emozioni, anche quelle negative. Diventare fluidi, morbidi, sportivi, allegri con la vita. Percepire che non è una cosa seria, che tutto passa, scorre, inizia e finisce.
Insomma, mi rendo conto da solo di essere un grumo di contraddizioni, di fare fatica ad accettarle, di tentare e poi mollare, arrampicarmi e poi cadere, tenere e lasciare. La sola certezza che ho è che ognuno può fare qualcosa per evolvere e progredire da questa catatonia percettiva entro la quale tutti dormiamo.
Alla fine del discorso so che dovrò iniziare da me l’avventura, che è inutile pensare alle condizioni degli altri se non si è disposti a mettere a nudo le proprie.
Si, da oggi sarò l’intronauta che cerca la verità, lo scandalo, il bene ed il male. Da oggi sarò colui che cercherà di demolire la logica della divisione, del dualismo, della scissione e che invece abbraccerà tutto ciò che è per accettarlo pienamente.
Sono tornato in autobus. Le stesse facce di prima, lo stesso tentativo di vendere sorrisi che sono solo nelle bocche e non nei cuori. Lo stesso disagio, le stesse certezze che chi si ha di fronte recita inconsapevolmente un ruolo che crede sia quello giusto per sé nel grande catalogo delle possibilità moderne.
Ma questa volta, dopo tutti questi pensieri, queste buone intenzioni, cercherò di tirarmi io fuori de questo giochino offrendomi come persona autentica e nuda. Pervicacemente , con volontà e voglia di cambiare. A partire da ora. A partire da qui, dall’autobus.
cristiano prakash dorigo
“papà, senti che canzone abbiamo imparato oggi”
“… ok, fammi sentire”
….. strofe ritmate…. e poi“ i libri son belli…. Ecc”
“ma lo sai che quand’eri più piccola ho scritto un brevissimo raccontino che parla di noi e dei libri?”
“davvero? Non me lo ricordavo”
“adesso vado in salotto e vediamo se lo trovo. Anche perché è scritto su un libro”
“su un libro? Papà, non starai esagerando?”
“lo faccio spesso, ma stavolta è proprio vero: se vuoi, puoi anche portarlo a scuola e proporlo ai maestri”
“per me va bene”
“vado, recupero e torno”
………………
che casino, non riesco mai a trovare quello che cerco.
“Au, senti, adesso non riesco a trovarlo. Magari cerco meglio domani”
“ok papà. Posso guardare i cartoni?”
“va bene”
l’unici posto dove riesco a essere ordinato, è il computer.
Lo ripropongo qui sul bolg.
Venezia è la mia città, ci sono nato e c’ho vissuto. Dopo aver girovagato un po’ ovunque e aver preso casa, ahimé, in terraferma, ci torno quotidianamente per lavoro.
Raramente, invece, ci vengo assieme a mia figlia: me ne lamento sempre con me stesso, ma la vita moderna, il poco tempo, eccetera( perché ci si riduca, pur amandolo, a non far frequentare il bello ai propri figli, è un mistero e una sconfitta).
Oggi è una di quelle rare occasioni: sono le quattro di pomeriggio e alle cinque abbiamo un appuntamento in campo San Barnaba con suo nonno, mio padre.
Manca un’ora, un tempo lungo in autunno, con la pioggia e Luna scatenata: sei anni a marzo, l’energia di una tigre nel corpo di una bambina alta così; le domande di chi vuole scoprire e le voglie di chi sceglie sempre e comunque il gioco.
Provo a dirle che siamo molto in anticipo, ma lei non capisce questa parola; siamo sempre in ritardo e , da quando è nata, non ho mai usato con lei questo termine.
Conosco un bel posto a cinque minuti di cammino, e appena un ponte, le dico. Lei accetta, e subito sospetto vorrà qualcosa in cambio. Ci stringiamo sotto l’ombrello dentro ai nostri giubbotti antipioggia e ci avviamo. Lei al solito parla e parla: da quando s’alza la mattino a quando s’addormenta la sera, lei parla parla. Arriviamo davanti la libreria alle quattro e cinque; le mani dolgono per via dell’ombrello che contrasta il vento e l’acqua, e la maledetta ossessione di non farle prendere un malanno.
Mi fermo davanti alle vetrine del primo a sinistra dei tre negozi che si contendono le attenzioni dei passanti. E’ quello meno specialistico, l’unico al dire il vero che amo incondizionatamente. Sull’ultima delle tre vetrine c’è quella su cui sono esposti i libri per bambini. Tutto quel colore distrae il lamento di Luna, la quale mi sta dicendo che a lei proprio non le interessa di entrare in un negozio dove ci sono solo libri e non giocattoli; s’interrompe proprio mentre mi sta dando del maniaco, come non bastassero quelli che abbiamo già a casa-bella ( così lei chiama il nostro appartamento di Marghera).
Sono stanco, con ancora trequarti d’ora d’attesa sotto la pioggia; ci provo, tento di convincerla ad entrare.
“ Luna, sai che questa è la libreria preferita del papà. Qui ho comprato molti dei libri che abbiamo a casa. Li vedi quei cartoncini che escono dai volumi in vetrina? Quelli sono gli indicatori del prezzo; sì, perché qui i libri costano un po’ meno e così si può risparmiare. Ma non è solo per questo; entriamo così ti mostro cosa fa il papà in una libreria, e magari ti spiego perché mi piace tanto leggere.”
Sembra convinta. Entriamo.
“ Innanzi tutto, come puoi vedere, ci sono degli scaffali e dei tavoli sopra cui vengono appoggiati i libri. Sono divisi in modo che, se qualcuno entra e deve comprarne uno, che so, di favole, chiede informazioni e sa dove trovarlo. Oppure uno cerca un libro per grandi ma non sa bene dove potrebbe essere, domanda e lo trova.
Ma perché si ama leggere? Io posso rispondere per me: ti ricordi quando eri più piccola che leggevamo sempre le favole? In quel modo si poteva entrare in mondi magici, si potevano visitare posti fantastici senza muoverci da casa. Succede questo anche quando sei grande. Dentro i libri ci sono bellissime storie di tutti i generi; si può imparare, studiare, capire come funziona il mondo. Chi scrive lo fa perché ha approfondito un determinato argomento e lo vuole far conoscere agli altri; oppure ha in testa una bella storia e desidera che altri la conoscano. Ad esempio, chi ha scritto la storia di Pinocchio, adesso non c’è più: ma noi la possiamo conoscere grazie ai libri. In pratica è come avere a disposizione tutte le storie del mondo e poter scegliere quale leggere. Ed è molto meglio della televisione e dei cartoni che tu guardi sempre ( le dico spesso che in tivù non dicono sempre la verità, e che guardarne troppa fa male: adesso me lo ripete con enfasi; forse vorrà un libro di favole in premio) .
E’ meglio perché quando si è piccoli c’è sempre qualcuno che te li legge; poi quando cresci puoi scegliere quello che più ti piace e interessa e portartelo appresso ovunque vuoi: per questo il papà ha sempre con sé un libro. Sai che papà si ferma dentro questa libreria ogni volta che ci passa? E posso stare qui dentro a fantasticare e scegliere con calma. Quasi tutto quello che so, l’ho letto nei libri.
Ho capito che quasi tutti abbiamo gli stessi desideri e la stessa voglia di capire, la stessa sete di scoperta. Ho capito che siamo tutti piccoli in confronto alla grandezza dell’universo. Che la nostra vita dura pochissimo se confrontata alla durata della storia. Che ognuno è importante ma quasi mai indispensabile. Che si possono provare grandissime emozioni senza avere le parole per raccontarle; e che magari qualcuno le ha scritte su di un libro. Che la domanda che tutti, nessuno escluso, prima o poi si pongono, riguarda il senso della nostra vita, il perché e il che cosa significhi vivere.”
Luna mi guarda con quei suoi occhini grandi, neri, già illuminati dalla curiosità.
“ Papà, non ho capito tanto bene quello che hai detto, me lo puoi rispiegare con calma?”
Panico: e adesso?
“ In realtà, cara Luna, ho esagerato un po’, ho fatto discorsi poco adatti ad una bambina della tua età. E poi è tardi ormai: il nonno ci aspetta, meglio uscire. Quando sarai più grande però, ricorda che abbiamo interrotto un discorso molto importante e che dobbiamo continuarlo”.
Piove ancora, ma Venezia è così bella che ci basta il nostro ombrello.
Cristiano Prakash Dorigo
Cara Betti, ti scrivo immediatamente dopo aver compiuto la scelta più dolorosa e importante della mia vita. Una scelta che punge, spinge; che ha bisogno di uscire dai confini ristretti di un cuore, il mio, secco , consumato da un’ansia e da uno struggimento che conosci bene.
Ho lasciato Alberto; l’ho cacciato dopo una notte d’amore e pena ( immagino la tua espressione dopo queste parole: di gioia, di chi, pur capendo, fa uscire di bocca un “finalmente” che soffocava da tanto).
Lui, dopo un mese di latitanza, è tornato.
Di sera il campanello suona e, pur nella sua noiosa meccanicità, come distinguesse l’identità di chi lo preme, emette un suono che è una firma. Lo riconosco, apro, aspetto in salotto.
Lui ha quell’espressione che fino alla noia ti ho descritto: sembra un naufrago che approda all’isola che gli salverà la vita; probabilmente nella sua testa è davvero così.
Nella mia c’è invece sconforto, compassione: c’è la voglia di calore, di mani forti, di dimenticare, attraverso quelle carezze smaniose, come mi sento; ma c’è anche la durezza della solitudine, la voglia di vendetta, di restituire dolore.
Appena entrato, richiusa la porta alle spalle, mi corre incontro e m’abbraccia fin quasi a lasciarmi senza respiro. Ho ancora la sigaretta in mano e d’istinto vorrei bruciargli le spalle, il collo, l’orecchio; sto quasi per farlo, quando lui comincia a singhiozzare come un bambino e, strappando mezze parole alla commozione mi dice che non potrebbe vivere senza di me. La mia mano si ferma perché sento che in quel preciso momento è sincero: la sua volgare impudicizia m’investe e aumenta il dolore: quello squallido bambino di quarant’anni ha bisogno di me una notte al mese e non sente altro che quello. Non contempla nemmeno la mia disponibilità, considerata implicita: non riesce a capire quanto io, nell’attesa di vederlo tornare, debba soffocare i sentimenti e il desiderio di sentirmi capita e amata a tempo pieno. Lui no; lui corre, selvaggio animale, quando il mondo lo schiaccia; corre da me, che lo aspetto sempre, che vivo per lui quando c’è; quando non c’è, invece, è un concetto che non gli appartiene.
Lui ama la mia pazienza, la disponibilità, la mia devozione di mamma e non gl’importa d’altro; tanto meno di me. Il suo narcisismo lo ha reso cieco e sordo agli altri.
Decido di lasciarlo fare, di godere della promiscuità della carne che si mescola, e di assecondarlo ( giuro è l’ultima volta).
La notte mi farà ritrovare i pensieri e produrrà le parole che poi, al mattino gli ho rivolto contro con scioltezza.
Confesso che ho sperato mi dicesse che non sarebbe andato più via, che era con me, e solo per me. Ma lui, come sapevi tu, non tiene conto degli altri, che diventano momenti diversi e separati tra loro.
E’ stata, al solito, una parentesi : esordisce e finisce, in una più corposa situazione.
Dorme e se non fosse che questo termine gli stride addosso, potrebbe fare tenerezza. Ma il suo, è riposo di guerriero, pesante e sereno, come di chi compie il proprio dovere e si sente pulito.
Ma lui è sporco, insensibile e distratto.
Lo lascio stavolta. Faccio spazio al bello che dovrà venire, dopo tanto brutto.
Poi si sveglia, odora l’aria e la riconosce esaurita. Parliamo e ancora cado in tentazione; ma poi mi rialzo e pronuncio parole definitive.
Il mio è un addio secco.
Lui se ne esce ingobbito dal peso della mia irremovibilità: ha tentato di fuggire di fronte alle mie parole e si è indignato come fanno i bambini. Ma lui non è più un bambino e la farsa dura poco non avendo, egli, subito alcun torto.
Perciò ti scrivo, per chiederti di convincermi a lasciare questa casa e di cambiare città. Per venire da te, amica vera, a condividere la solitudine almeno per qualche tempo: il tempo della convalescenza.
Ti prego, rispondi presto.
Augusta
come dicevo l'altro giorno, il tempo è ormai una dimensione sfuggita al mio controllo. ci sono momenti in cui tutte le teorie e le buone intenzioni naufragano nella realtà, che talvolta può esigere, con urgenza, la totalità della persona. e così posto un altro racconto, ché non ho tempo per descrivere una cronaca pregna di contraddizioni e paradossi. un'esistenza ossimorica, il cui disordine, non può intralciarne l'armonia scomposta.
a presto, cristiano prakash dorigo
Dolce amore, dopo un paio di mesi riesco a scriverti, e innanzitutto ti saluto e abbraccio ( ti ricordi i miei abbracci, le strette potenti che ti toglievano il fiato ? ).
E’ passato tanto tempo per me, che ogni giorno ti penso e vorrei qui, ma era il quello necessario per guarire dalla commozione e dal dolore della distanza fisica.
Avevo bisogno di non piangere ad ogni riga, di non aver paura di usare le parole sbagliate, di sentirmi al sicuro e al riparo dall’inadeguatezza di chi non ha ancora capito, approvato, superato lo shock di questi mesi duri, bui, pieni di contraddizioni.
Lo sai quanto a me sia sempre importato poco di ciò che pensano gli altri, che sono capace di ascoltare e poi, però, di decidere in solitudine, lontano dal frastuono, dagli elementi che inducono confusione.
La mia decisione è coerente con quel che sono, con l’idea che solo attraverso l’esperienza si possa imparare, che nessuna parola, teoria, servano quanto vivere direttamente un qualsiasi evento. Per questo ho deciso di aderire all’iter che ci hanno proposto e accettato di farmi aiutare da qualcuno che ne sapeva più di me, di noi, che ha esperienza, pazienza, comprensione.
Mai avrei deciso e voluto allontanarti da me: noi, io e te, lo sappiamo, lo conosciamo a fondo il legame e il sentimento che ci lega, che ci ha tenuti l’uno accanto all’altra anche nei momenti difficili. Eppure ho dovuto e ora cercherò di spiegarlo.
Adesso sono qui con tante cose dentro da verbalizzare e far giungere a te.
Ora sono solo, solo con me stesso che mi chiedo come, dove, perché.
Ora sono nel momento cruciale in cui o si decide di tirar fuori la verità, o si rischia di compromettere tutto; quel che era, è, sarà.
Non è facile scavare dentro sé, guardare con lucido distacco la sostanza di ciò che sono, di quel che riesco a percepire in questo stato di totale disagio e inadeguatezza. Eppure so che a te è richiesto e che io, se voglio condividere un percorso, devo fare come minimo altrettanto.
Devo rimettere tutto in discussione, ritarare le mie sicurezze, spingermi fino all’estremo punto in cui una decisione condiziona il percorso di un’esistenza, perché se fossi andato di là, se avessi deciso questo, se avessi scelto quest’altro, ora non sarei qui, così.
Scusami se alcune volte scriverò in modo retorico: non ho la minima intenzione di convincerti di alcunché, o di apparire ai tuoi occhi una sottospecie di eroe buono dei cartoni. Però sento che se voglio accompagnarti devo scegliere il percorso parallelo, proporti la reciprocità; non potrei chiedere senza dare.
Il mio amore per te comincia prima che tu nascessi.
Ricordo quando cercavo di immaginarti fisicamente, violentando ogni logica della natura e della saggezza, perché avevo fretta; di incontrarti, parlarti, toccarti. E ricordo le paure. le ansie, il terrore di sentirmi inadeguato; non pronto, non abbastanza felice da renderti felice; non abbastanza libero da trasmetterti i segreti e la disciplina che la libertà esige; non sufficientemente intelligente da proporti la voglia e la curiosità.
Nessuno ha mai insegnato questo, per fortuna. Nessun insegnamento potrà mai raccontare la bellezza del passaggio attraverso la frustrazione, l’insicurezza, la vulnerabilità che tutti, dico tutti, dobbiamo affrontare per crescere.
Così, come una bandiera , sbattevo contro tutto questo, facendomi inghiottire e rapire dalla forza delle emozioni.
Col passare del tempo ho maturato la consapevolezza che niente è programmabile, che tutto succede quando deve. Che sia quel che sia, nel male e nel bene, noi ci saremo e se potremo, affronteremo gli eventi.
Abbiamo superato insieme la morte di tua madre.
Il dolore ci ha scaraventati, sbattuti, leggeri come piume al vento ci ha fatto vorticare girando su noi stessi.
La caduta, il dolore, il senso di smarrimento e insieme di condivisione. Un giuramento di sangue, di amore eterno fatto nel silenzio vuoto del linguaggio senza parole, ricetta alchemica dei complici.
Quanti anni. Non lo dico con nostalgia, non avrebbe senso. Non ho mai rinnegato il passato e ho sempre cercato di amare il presente.
Adesso il presente è senza te, ma non durerà per molto: giusto il tempo di prender fiato, di riagguantare ognuno le proprie posizioni, di riaggiustare gli strappi.
Certe volte penso che questa esperienza ci allontanerà, ci farà seguire ognuno la propria direzione perché così deve andare.
E’ una sensazione dolorosa che scaturisce dalla profondità del mio essere, quello non razionale, che esiste senza pensare al perché.
Ricordo come una fitta possente l’episodio che ha scatenato tutto.
Una telefonata al lavoro: è l’ospedale.
Corsa pazza, forsennata, senza fiato.
La sensazione: il tempo, il significato stabile delle cose, persi entrambi nel niente.
La realtà: che fare, che fare, che senso ha, cos’è la mia vita.
Come un pazzo asociale corro corro veloce agile pur nella inadeguatezza del tempo compresso e lacerato e nello spazio liquefatto astratto popart.
Corro verso il momento più stravolto della mia vita; una mezz’ora di vuoto pneumatico a pensare al rallentatore a me e te e a me senza te.
Arrivo, mi informano che hai avuto un collasso, sei disidratata. Hai ballato come un’ossessa tutta la notte e hai assunto extasy; non sentivi la fatica, la stanchezza ti era estranea.
Crollata stravolta; ore per risorgerti. In quelle ore io ero lì con te a guardarti e sentire l’amore che mi strozzava e tormentava ma anche mi cullava dolce, infinito. Ricordavo quando eri nata e io con tua madre, dopo ore di travaglio, a piangere e credere in te, da subito, senza indugio o dubbi.
Quando diventi genitore capisci che prima ti mancava un pezzo, che non potevi capire il senso della vita se non sentivi quell’amore puro, senza ricatti ; amare un’altra persona incondizionatamente e senza limiti.
E poi crescevi e noi ti accompagnavamo, sempre.
Quando ti sei svegliata ti ho chiesto come stavi e dopo un po’ com’era andata. Tu mi hai risposto che non era un problema, era la prima volta, i tuoi amici, così per provare.
Non era vero; tu usavi quelle sostanze quando andavi a ballare, quindi non sempre. Ma nella mia testa, nel cuore, non capivo.
Mi sono informato e ho capito che pasticcio possono provocare: “voi giovani”, scusa per l’espressione orribile, le usate e non vi sentite tossici. Non vi bucate la pelle, mantenete il lavoro, la scuola, la rete sociale. Ma rischiate di spappolarvi il cervello e, peggio ancora, non vi divertite più senza.
Io non ero pronto ad immaginarti preda di questa forma inutile di modernità, non sospettavo che la tua vulnerabilità fosse così esposta alle correnti.
L’amore mi ha reso cieco e questa è, se non propriamente una colpa, una corresponsabilità piena nel pagare il conto di quella cecità
Ogni volta che ricevevo una telefonata ricadevo nell’incubo di quella telefonata, ogni volta che ritardavi, che stavi fuori, al posto della tranquilla scioltezza con cui reagivo prima, ti vedevo in quel letto d’ospedale, esanime, sudata, contratta, quasi morta.
Questo mi ha spaventato: il tuo sorriso dolce, sincero, sottomesso a quella merda chimica.
Mi ha anche fatto paura che non me ne fossi mai accorto. Sono favorevolmente rassegnato all’idea che ti faccia una vita tua, che prima o poi mi lascerai per affrontare da sola la tua vita.
Non so ancora, dopo due mesi, se lasciarti in quella comunità è stata la scelta migliore. Ma io non so come difendere te e me da questa cosa e allora mi devo arrendere a ciò che non conosco, devo fidarmi di qualcuno che mi piace e che apprezzo per quello che fa.
Spero che in questi due mesi anche tu sia passata dalla confusione alla conclusione che forse lì puoi ricostruire il meccanismo che ti si è rotto dentro.
Spero di sentirti presto e che ti sforzi di capire te stessa: io ne sto facendo, per capire e convivere con questa angoscia.
So che lo farai e ti sforzerai per riemergere bella e serena e vogliosa di vita come prima.
Ti voglio però raccontare che non c’è nulla al mondo, nell’esperienza di una persona, così forte quanto il desiderio di fare la cosa giusta con il proprio figlio.
Quando proverai il legame chimico che si scatena dentro al solo guardare la propria creatura capirai.
Per ora ti posso solo dire che non ti ho giudicata, ripudiata, stigmatizzata.
Semplicemente ti voglio libera e viva e sarò pronto anche a pagare la tua eventuale condanna per questa mia scelta.
Ti amo, figlia mia, dolce creatura meravigliosa che ha dato ordine e senso alla mia vita.
Se vorrai, ripartiremo insieme da questa esperienza che ci ha momentaneamente separati per ricominciare in modo diverso e che insieme stabiliremo.
Se vorrai potremo insieme rivedere la nostra storia; oppure semplicemente dimenticare il passato e vivere per il presente e il futuro.
Qualunque sia la decisione che maturerai, io la rispetterò.
Ciao, a presto.
ogni volta che questo racconto è stato letto, c'è chi ha pensato che il protagonista sia io; ebbene, così non è. tuttavia, l'ispirazione, deriva da esperienze vissute con persone che conosco. buona ri-lettura cristiano prakash dorigo SOLE RISCALDAMI Questa mattina il sole mi accarezza con il suo calore, scioglie la tensione e restituendomi uno stato di grazia e tranquillità. Ho un rapporto molto attento con il corpo da quando sono malato; prima, nemmeno mi accorgevo che esistesse; mi portava a spasso, mi faceva godere, e quando si stancava lo rifocillavo con mangiare e bere o facendo un po’ di ginnastica. Un rapporto formale, quasi di non ingerenza: " tu non disturbi, io ti tollero e curo". Adesso lo ascolto e lo accolgo, me ne sono affezionato; caro, indispensabile, gentile com’è. Ho ridimensionato la gerarchia del valore (anima-mente-corpo) in senso orizzontale; facendone un tutt’uno, un’unità che esiste in sincrono, con una dolcezza ed un’armonia che mai avevo provato. Convivo con la stravaganza esistenziale che più si sta male, più ci si accorge di quanto sia bello e prezioso stare bene. E così la mia storia di adesso vive e si fonda sulla contraddizione di chi è risorto nel male, del lineare e retto che fu contorto e sbilenco, del risvegliato nei sensi che si addormenta poiché è debole: uno e molteplice nel paradosso della vita, che è un regalo, un dono, una benedizione. Quanti rituali ogni giorno: mi prendo cura del corpo, del mio corpo ferito, provato. Ogni giorno la mia preghiera ingiuriosa e blasfema è rappresentata dalle cure attente che mi rivolgo: la mia mano, dolce, delicata, attorno alle ferite, agli herpes, spalma con meticolosa pazienza la pomata, l’unguento, come il rito zen del tè. Io, sciamano improvvisato dell’autoguarigione lavoro, a cerchi concentrici, zigzagando, attorno, vicino o lontano, in periferia o al centro. I cerotti, le fasce, le bende, morbide, bianche. La pazienza e la precisione del chirurgo che opera. E in tutto questo ho ritrovato l’amore, che non è narcisistico, auto-diretto. E’ anzi la riscoperta del gesto attento, sottile, il contrario dell’autoflagellazione, è la carezza. E tutto l’amore risiede nel momento , nell’attenzione. Niente più deviazioni pericolose altrove: attenzione, semplice attenzione. E perché non imparare la lezione, estenderla e dilatarla ad altri momenti, ad altre occasioni? La lezione imparata: si, l’amore è possibile, l’attenzione è possibile, lo stare bene è auspicabile, coccolarsi fa bene, coccolare gli altri fa bene. No no, non devo ricominciare con le domande. Richiedono risposte, che riaprono altre domande ecc. La filosofia è la sconfitta della felicità, il pensiero si contrappone all’esistere. La domanda e la risposta e la domanda: la pesantezza si contrappone al fluire; val la pena mi chieda perché sto bene? Ma io umano e subumano, perfetto quando sono attento e presente, imperfetto quando mi chiedo e rispondo e mi chiedo e rispondo; mi chiedo: perché non sono sempre presente? Mi viene in mente il giorno in cui ho saputo, quando ho ritirato il referto medico nel quale si annunciava la malattia. Una frase, secca, perentoria, ma al tempo stesso asettica, neutra, mi diceva che ero malato per tutta la vita che mi rimaneva. Ricordo lo stordimento; ero stupefatto, con un foglio di carta in mano, prossimo alla tragedia, allo svenimento. Io, perché’? Perché proprio a me? E giù in picchiata velocissima. Giù, giù, giù. Senza appigli, senza difese, una discesa all’inferno, nel buio ovattato della deprivazione sensoriale di chi rifiuta, non accetta, non trova giusto e non vuol sentire, sapere. Depressione, stato depressivo, elaborazione del lutto. A lungo, molto a lungo. In quello stato ogni minuto è lungo perché inutile, qualsiasi cosa è inutile perché senza significato, qualsiasi persona è fonte di invidia: perché lei no e io si? E poi anche questo passa, lascia il posto alla consapevolezza che bisogna farsi aiutare da medici, terapie. Questo innesca un processo di fiducia, bisogna affidare al sapere scientifico il proprio corpo, la propria vita. Apertura, rinascita, ricostruzione. Si comincia a stare meglio, ad accettare. Ci si chiede, io l’ho fatto, cosa sia la morte, quanto tempo rimane, cosa si perde; si deve sbagliare mira. Si, ci si pone le domande sbagliate, si capovolge il senso naturale della prospettiva. Insieme con altre persone si comincia poi un cammino, un lungo cammino in cui si associano medicine a parole, pensieri a fatti, sentimenti messi a nudo a dichiarazioni di debolezza e di forza. Si capisce che si deve ammettere di avere paura, si sente che ci si deve convivere, si comprende intimamente che l’ammissione della propria debolezza è in realtà l’esordio della propria forza; solo chi ammette e accetta ciò che è, interamente, senza scartare un milligrammo di sé, può dirsi totale, completo, unito. E allora si cambia di nuovo prospettiva e ci si pone le domande giuste. Non più cos’è la morte, ma cos’è la vita. Non ci si chiede quanto resta da vivere, ma come si può dare qualità a quel che resta. Pian piano, passo dopo passo sono entrato in uno stato di grazia. Il tempo, le cose, hanno cominciato ad avere un sapore nuovo. I miei occhi hanno cominciato a vedere in modo diverso, a percepire nuovi colori, nuove sfumature. Le mie orecchie, il mio naso, tutti i sensi si sono aperti e hanno cominciato a cogliere la straordinaria e al tempo stesso semplice, qualità della natura. Il segreto interiore di chi si risveglia da un lungo sonno è la capacità di vedere con rinnovato spirito ciò che esiste, senza deformazioni o interpretazioni. Questa la storia che mi porta all’oggi, al difficile e avventuroso percorso di chi deve affrontare una storia terribile ma che comunque ha un senso. Non so se posso dichiarare di essere contento così; anzi, sicuramente no, avrei preferito accostarmi in altro modo a me stesso, ma ho imparato ad accettare che questo è uno dei modi possibili. Adesso me ne vado in giro per il mio mondo con leggiadria e scioltezza, come viene, senza pensare a ciò che per altri possa significare. So che devo migliorare il mio stare con gli altri, le altre persone che sanno e quelle che no: non posso e non devo raccontare il mio segreto a tutti se non ne ho voglia. So che quando giudico, mi arrabbio, mi chiudo, non posso incolpare gli altri. Porto a spasso i segni di quello che sono senza più disagio, stando attento a non ostentare ma neanche a nascondere a tutti i costi. Alcune volte passeggiando incontro persone che conosco e spesso capita che queste mi rivolgano complimenti particolari: " ti vedo bene, cioè molto magro ma sereno, con uno sguardo diverso, rilassato". Queste persone mi restituiscono la contraddizione del mio giochino segreto, mi aiutano senza saperlo a ritornare presente, al benessere. Domattina esami e ritiro degli esiti della scorsa settimana. Come uno intossicato dal gioco, fremo per i miei numeri, quei numeri dai quali dipenderà il mio essere su di giri o a terra nei prossimi giorni. Anche se vivo ogni nuovo giorno con la gratitudine di chi assiste ad un miracolo, c’è l’ansia di scoprire se questo durerà ancora un po’, se non dovrò aumentare i farmaci che, veleno, stordiscono il mio stomaco e il fegato. Il mio culo ha bisogno di calma, di pause il più lunghe possibili, di intervalli che gli consentano di rimarginare le ferite. La macchina perfetta percepisce dei corpi estranei che come opposte tifoserie si combattono aspramente per il predominio. Sangue, tessuti, viscere, carne, ossa, il frullato di cui è composto il mio corpo paga quei numeri, quei valori. Ormai sono un guardiano scafato e accorto, come un telegrafista in tempo di guerra, capto e traduco qualsiasi segnale in anticipo, so cosa succederà e come dovrò agire di conseguenza. Alcune volte il dolore mi è servito per imparare memorabili lezioni di vita. Le reazioni rabbiose degli organi offesi, servono a segnalare, attraverso il malessere, un chiaro monito alla moderazione, alle sane abitudini. E’ strano come lo stare bene crei nuove dipendenze, nuovi bisogni: ho totalmente eliminato qualsiasi fonte di disequilibrio tendendo, anche rigidamente, alla disciplina. Certe volte mi chiedo come possa essere interpretata, dal di fuori, la mia riconoscibile estetica malata e malconcia. Mi capita quando mi curo di osservare con maniacalità un pezzo di carne rinsecchito, il colore opaco e scuro di un ematoma, la fluorescenza rossastra di una ferita; mi accorgo di amare quello che vedo perché è una parte di me, un segno della mia natura. Lo chiedo alla mia compagna che mi ama e che, proprio per questo, mi confessa che l’accetta ma che preferirebbe fossi più liscio, meno increspato. Mi dice che non le danno noia queste imperfezioni che lei trasforma e traduce, da artista qual è, in soggetti perché è curiosa e sensibile; però mi ama e se questo appartenesse ad un altro sa che non sarebbe la stessa cosa. Quando ero un ragazzino le brutture toccavano la mia sensibilità di perfezionista; nei, lentiggini, peluria, erano un’inaccettabile scortesia verso il bello. Con l’andar del tempo, invece, mi sono ritrovato ad amare, baciare, leccare, ogni forma di "escrescenza" che trovavo nelle persone che ho amato. Mi ha colpito e quindi la cito, la dichiarazione di una tale che stava con un personaggio famoso la quale ha risposto alla domanda " ma cosa ama di lui?"; lei ha dovuto pensarci e ha risposto " i suoi difetti". Allora mi guardo allo specchio; nudo, vestito, in mutande e cerco di carpire dal riflesso come mi presento, cosa svelano i miei segni, quali segreti il mio corpo racconti. Capisco allora, ogni volta, che dipende da chi si ha di fronte, da chi c’è dietro agli occhi che ti guardano; quali esperienze, quale sensibilità, quale vissuto. Tra un’ora ci sarà il quotidiano scambio di massaggi: io massaggio lei, lei massaggia me: dai piedi, su su fino al collo, poi a pancia in su, viso giù giù ritorno ai piedi. Ci facciamo quasi ogni giorno questo regalo, questo scambio di benessere e coccole che rilassa e scioglie le tensioni, i grumi attorcigliati e tirati dei blocchi che giorno dopo giorno accumuliamo e mandiamo a formare un puzzle che poi forma le malattie. Anche questo rito è cosa da poco, ma sembra un lusso, una concessione di tempo che crediamo sempre di non avere, e che magari sprechiamo con abitudini stupide ed inutili. Questa mattina il sole scioglie il freddo del cuore, dello stomaco e restituisce allegria e gioia. Tra un’ora o forse domani pioverà, e allora cambierà qualcosa? Voglio solo godere del caldo del sole quando c’è; quando ci sarà al pioggia voglio goderne il rumore, il ritmo; quando tocca alla nebbia il mistero e l’originalità; con la neve il candore e la sofficità. Qualsiasi situazione è destinata a passare, qualsiasi stato d’animo è transitorio; dipende solo da me esserci, notarlo, goderlo, apprezzarlo perché qualunque fenomeno non farà niente per farsi notare o catturare, esisterà semplicemente e sarà sempre a disposizione. Sarò io a renderlo immortale, prezioso, unico. Per l’anno a venire prevedo trecentosessantacinque giorni. Non so se li vedrò tutti e comunque lo vorrei. Vorrei vedere anche il prossimo e quello a seguire e chissà quanti altri. Eppure la mia nuova saggezza mi consiglia di guardare l’oggi, di vivere ogni istante con pienezza. Il futuro è materia ostica ed esercizio per rimandare al dopo la responsabilità di come si è ora. Ma a dicembre l’anno nuovo si presenta: tutto è festivo e la tradizione s’affianca alle abitudini; i regali, le pubblicità, i negozi. E dentro ci si pensa sempre, almeno un po’. Anch’io, pur nell’incapacità di prevedere il domani, non faccio eccezione. Allora dedico un pensiero a questo : dipende da me ogni singolo prezioso momento della mia vita.
sì, lo so, l'avevo già postato, ma: da lipperatura se ne parla. e io lo rifaccio qui. ciao
cristiano prakash dorigo
(per) piacere
Quando ero piccola, ero molto curiosa e timida. Conservo, di allora, ricordi vividi, speciali; protezione e calore erano sensazioni frequenti, che s’intrufolavano in ogni cellula del mio corpo, su cui mi crogiolavo lasciva.
Mi nascondevo dietro alle gonne della mamma per spiare, invisibile, le persone.
Non potevo distogliere il mio sguardo, non riuscivo a non pensare, commentare, classificare.
La più bella donna ch’io ricordi, a tutt’oggi insuperata, era bruna, un po’ tonda; di quelle piene, prosperose, rosse sulle guance, il seno gonfio.
Aveva capelli ricci, non molto lunghi, un volto vivo e intelligente che io, a sette anni, fantasticavo potesse appartenere alla Madonna.
Era l’unica, lo è soprattutto adesso, ad esprimere un’unicità, un primato di autenticità incontestabile, di nobiltà e grazia.
Per questo credo caparbiamente che la bellezza non possa avere la sua taglia; le sue curve abbondanti solleticavano invitanti pensieri, proibiti ma legittimi, che esprimevano le virtù del pezzo unico.
Barbie aveva gambe lunghe, un seno teso e abbondante e la sua pelle non conosceva ingiustizie. Una pelle di plastica, perfetta, immodificabile anche se finta.
Lucia a sedici anni si è rifatta il seno ed ora, d’estate, esibisce, come fosse su una passerella, due rotondità alla cui estremità svettano sfacciati due puntini che sono tanto sconci quanto irresistibili.
Una volta ho visto un documentario in cui mostravano delle attrici equivoche che prima di esibirsi si mettevano il ghiaccio proprio lì.
Non credo che Lucia, a scuola e in piazza faccia altrettanto, ma nel dubbio preferisco proprio non vederla.
Ormai so che i ragazzi, quasi senza accorgersene, guardano sempre lì.
Non posso credere che dei corpi, dei falsi sorrisi siano diventati un punto di riferimento; la maggior parte delle mie amiche le conosce per nome: è l’era delle letterine e soubrettes varie. Non ci vorrei credere ma la realtà in cui viviamo è questa e sembra si siano ribaltati i ruoli: la vita è lo specchio della televisione e non più, come sento dire spesso, il contrario.
Mio padre non vuole mangiare con la tv accesa e dice sempre che ai suoi tempi i divi e le dive erano, appunto, paragonabili a divinità.
Paul Newman, Marlon Brando; rappresentavano assieme ad un’altra dozzina di nomi una sorte di mito inarrivabile.
Erano creature che vivevano sull’Olimpo, o meglio, sulle colline di Beverly Hills e rappresentavano l’universalità dei canoni di bellezza dell’epoca; più o meno dice così e forse ha ragione.
Io vorrei dirgli di venire a scuola o in piazza.
Di ascoltare, di guardare.
E’ una corsa in cui si perde comunque; c’è sempre qualcuno di più bello, più fico, più ricco, più magro. Maschi o femmine, non fa differenza.
E se ci sono quelli di più, ci sono anche quelli di meno: io.
Mamma mi capisce, sa che non faccio apposta. Mamma sa che sto consumando corpo e ragione, e che quest’ossessione ha la dignità di una malattia, che non mi invento sempre tutto.
Mamma piange con me, nella mia camera e in ospedale. Quando mi lava in vasca mi accarezza dolcemente, per paura di rompermi.
Anche dai dottori mi sento rispettata.
Purtroppo questo non significa che riescano a comprendere e condividere fino in fondo il mio desiderio di non avere imperfezioni, carni flaccide, seni cadenti.
Loro non possono essere dietro ai miei occhi quando mi specchio, e vedere quel che io vedo.
Quando guardo le altre ragazze riesco ad accettare e capire anche le più brutte, le più ridicole.
Il problema lo sento su di me; sul mio corpo, sul mio cuore.
E quando mangio reagisco in modo espulsivo.
Rigetto.
Certe volte riesco a dimenticare come sono e viaggio con i desideri e le voglie. Mi vedo lontana da qui con gente come me.
Certe volte non riesco a sentire alcun interesse e mi abbandono a questa malinconia. Faccio fatica e non capisco: qual è il segreto che ho dentro e che devo affrontare?
La gente mi fa paura e non mi sento mai all’altezza. Mi dicono sempre che quasi tutti si sentono così e che questo è un problema superabile.
Mi dicono che se continuo così rischio grosso.
Il mio fisico indebolito me lo dovrebbe suggerire ma la mia testa comanda al corpo di espellere, di non accettare niente.
Per questo, da quando ho raggiunto i pochi chili che peso, mi nutrono con i flebo.
Ho fatto un patto con me stessa: capirò dal momento stesso in cui sentirò che anche loro accettano e capiscono me.
Ne ho bisogno.
Questa lettera è finta e fa parte di un qualcosa che sto scrivendo a parte.
In sostanza io rispondo ad un amico che mi ha scritto; non dirò cosa contiene la sua lettera, è ininfluente rispetto a questa, che comunque ha caratteristiche di autosufficienza.il setting è il confronto tra coetanei quarantenni in crisi.
Così, tanto per bilanciare la leggerezza del penultimo post… scherzo!
Tralascio ulteriori spiegazioni.
Ciao Roberto,
ho ricevuto la tua lettera e ne sono rimasto molto coinvolto.
Non so dire perché, ma l’idea che ti sia sognato di sognare di morire, e poi ti risvegliavi, e poi ancora, non capendo più se lo eri davvero, mi ha turbato.
Mi sembrano stratificazioni e complicazioni che rispecchiano uno stato altrettanto complesso.
Confesso di essermi trovato anch’io, spesso, in simili condizioni. Insomma, non so se sono propriamente le stesse condizioni, ma azzardo.
Mi sembra che ci sia in quello che dici, una sorta di alterità, di distanza. E al tempo stesso che ti ritrovi soffocato, immerso in un ciclo di assurda normalità.
A me è successo di recente una specie di situazione simile.
Come sai, da qualche tempo ho aperto un blog.
L’ho fatto come esperimento, ma poi è diventata un’abitudine dalla quale faticavo a liberarmi.
In qualche modo soddisfava una parte affettiva che non richiedeva alcuna presenza fisica: semplicemente stando ognuno al proprio posto, ci si scambiano gentilezze, belle parole, ma anche critiche, riproponendo un simulacro di realtà, che è però irreale: parole scritte invece di facce con bocche che parlano; immaginifiche forme umane con l’estetica di quel che scrivono, invece di polpa e carne.
Questa forma di comunicazione non prevede il suono della voce, la gestualità del corpo, ma soltanto le parole scritte. Eppure, incredibile a credersi, se almeno non lo si è provato, si raggiungono livelli di intimità difficilmente riscontrabili nella realtà fatta di incontri e di
Nella mia, almeno.
Ti racconto questo perché un giorno m’arriva una mail.
È una mail che si caratterizza per una forte componente di stanchezza e confidenza. C’è questa donna, che per ora chiamerò " anonima", che spedisce questa sua missiva e sbaglia indirizzo, recapitandola così a me.
La allego a questa mia poiché mi pare più giusto ed esaustivo tu legga.
E non lamentartene: al tua lettera era più di quindici cartelle. La mia non so che cifra raggiungerà; aspettati un pacco così.
Eccola, così come l’ho annunciata nel blog ( sì, perché ho deciso di renderla pubblica, visto e considerato che l’ho firmata come "anonima").
Come avrai potuto cogliere, le similitudini sono abbondanti.
Da questa strana coincidenza ho iniziato a pensare a quest’anonima. E a me. E a quanto queste lettere siano prive di vita vera; non tanto la mia, quanto la sua. È logico che il destinatario sappia chi è questa donna e come sia la sua vita, ma io no.
E io, che pure sono stato più descrittivo di lei, ho omesso molto di me.
L’ambiente blog e rete in generale, non ha bisogno di fisicità ma di immaginazione e sopperisce alla seduzione fisica, attraverso quella supposta. Ma non è solo una questione seduttiva; lo è anche in campo amicale, e di tutte quelle forme di vicinanza, colleganza, condivisione e quant’altro.
Allora le scrivo e le propongo di continuare il giochino delle lettere e risposte, ma anche le prospetto una maggior conoscenza reciproca.
Lei temporeggia, adducendo motivazioni precauzionali assolutamente lecite, lasciando intendere che si fa così, visto e considerato che potrei anche non esistere, ma fingere di farlo. Potrei dichiarare un’identità fantasiosa, fittizia; dichiarare un’età e un’appartenenza sessuale finta. E le ho data ragione: come negare la verità?
In un certo senso il blog è paradigma di vita; ma vale anche il contrario. Ci si maschera, e si cambia, a seconda dell’interlocutore.
E questo equilibrio tra sapere e immaginare, tra dubitare e fidarsi, a seconda di come uno si sente in un determinato periodo, esalta e ubriaca, piuttosto che affliggere e nauseare.
Sì, è così, si scivola pian piano dentro una dimensione che è tutto e niente, in cui confondersi o sentirsi parte, trasformando rapporti inesistenti in fantasie concrete.
Capisci che voglio dire?
Che non so più chi sono e che, anzi, non l’ho mai saputo. Ho sempre finto di saperlo fino a quando, poi, non ho nemmeno più insistito nel bluff. Ho solo concetti da erigere a barriera, giochi di parole da usare per ostentare freschezza e libertà, che ho perse tanto tempo fa, e che forse non ho mai posseduto.
Al tempo stesso, però, mi è servito per capire che giravo su me stesso senza direzione e ragione.
E per tutto questo periodo ho alternato grandi slanci e discese abissali, abituandomici a tal punto, da considerare questo ondivago movimento, la condizione esistenziale per eccellenza.
Ora ti lascio però, con la netta sensazione di aver detto niente, e che questo niente è il tutto che sono.
Ti metto anche l’ultimo post – in gergo: equivale a "messaggio", più o meno – perché ci tengo a mostrarti nella pratica, quello che ho cercato di dirti nella teoria.
Aggiungo, e poi concludo, che spero ci incontreremo presto: ho bisogno di fare i conti con la realtà e la verità di due occhi che guardo, e che mi guardano, mentre parlo e ascolto.
Ciao, Lorenzo.
"Devo dire che fatico a trovare la dimensione centrale delle discussioni cui assisto di recente. Fatico a ridere quando si dà per scontato che si dovrebbe; a sospirare quando leggo parole che ne hanno il presupposto; a sentirmi deficiente quando in tribuna discutono gli intelligenti.
Certo, si potrebbe dire che se è così, non esiste ragione che io assista; chiudendo il discorso sul nascere: sarebbe una nascita moritura.
E, facendo questa ipotesi, non avrei argomenti che possano sostenere il contrario.
Insomma, sento una debolezza alla base delle discussioni in cui m’imbatto.
Tipo quella di affrontare con vigore una giornata pesante di pioggia e vento, come oggi.
Oggi è stata una giornata di frontiera, piena di frustrazioni sulla capacità di vedere dove si nascondono le ragioni. Di certo, mi pare di poter dire, queste non si nascondono tra le pieghe della rete.
Forse questo post sarà l’ultimo per questo periodo. Credo di aver bisogno di sostanza, di fisicità, di odori e sguardi.
Trovo orribile, considerare orribili i complimenti e i dispetti e le smancerie che ci si scambia in quest’ambito.
Sono convinto dipenda da me, e invito, chiunque se la senta, di discuterne attraverso i commenti.
Ciao"
…… a questo post, sono seguiti diciannove commenti solo il primo giorno…..
L’altro giorno ho visto su sky – sì, quella di murdock, che non so neanche se si scrive così – "lavorare con lentezza". Pochi giorni dopo parlavo con un’amica del film, che lei non aveva ancora visto; mi chiedeva alcune impressioni, non critiche, in senso cinematografico; chiedeva, come dire, che gusto m’aveva lasciato in bocca. Forse la critica-critica, non l’ha chiesta, in quanto sa bene che non ne sarei stato capace: grazie D******.
Comunque, è bello e piacevole parlare di un simile argomento, dopo che lo si è potuto digerire con calma.
Ecco il poco che ho detto.
Un’altra breve intrusione.
Sono nato nel 1964 e nel 77 avevo tredici anni. Quale versione può avere della realtà un tredicenne? Pensandoci adesso, di allora ricordo il grigiore di Mestre e il colore delle manifestazioni di operai, femministe, movimenti. Ricordo fumogeni, lacrimogeni, fragore di spari, sottofondo di slogan. Ricordo vestiti multicolori, barbe, capelli con la riga in mezzo, un’atmosfera dolciastra di amore possibile appena un po’ più in là, dove io riuscivo a guardare, senza toccare. Ricordo porci con le ali e il sogno adolescente di innamorarsi per sempre di una ragazza ideale che potesse soffocare il rimpianto di non aver scopato con tutte le altre. E abbracci e carezze, e risa spensierate e pensieri pesanti contro scudi e modelli truculenti.
Ricordo che si poteva sognare ad ogni ora, perché pareva di esserci arrivati, quasi, al cambiamento.
Era appunto lo sguardo di un adolescente che guardava e non toccava, e che poi avrebbe subito il rinculo amaro di quell’energia agitata, e poi repentinamente risistemata al suo posto, affinché non potesse più nuocere.
"Di quel film, la cosa che mi è rimasta, corrisponde ad una schiera di parole.
Mi ha provocata una commovente reazione, mi ha fatto piangere rimpianto, ha risvegliate parti dormienti. Non perché adesso, con l’esperienza che ho fatta vivendo, rimpianga un’utopia basata sull’ideologia, sulla fede speculare ad altre fedi; no, non per questo. Piuttosto per il forte senso di isolamento che tutti ci accomuna, che non è la solitudine che tutti, per crescere dobbiamo esperire; è proprio l’isolamento psico-fisico di cui tutti, ognuno chiuso nel proprio privato disperato confine emotivo, viviamo, ogni giorno, sopravvivendo alla vita viva", le dico.
"dico questo in generale, sai. Osservando gli altri, cercando di capire me stesso. Io non so più relazionarmi senza intimità e verità, se non per quel che serve per stare con gli altri in generale, ed è per questo che frequento ormai poche persone. Ma non dico questo con nostalgia o come vivessi un impedimento; lo considero semplicemente un stadio della vita, un passaggio. Non sono mai stato così bene solo. Ma quel che il film descriveva, l’ho vissuto, magari di striscio, ma lo conosco: è quella sottile ebbrezza, quella sensazione di disequilibrio stabile, con un suo proprio baricentro sballato, eppure attraente". Lei mi guarda e mi chiede, col suo tono di chi vive col beneficio del dubbio, sempre:" ma davvero credi che ci sia stato un periodo di libertà e felicità?". Bella domanda, penso, senza pensare. E non la guardo perché adesso vedo la mia risposta là, nell’aria, come un ologramma.
"non lo so se erano e felici e liberi. Anzi, lo so: non lo erano di certo. Ma non lo dico perché credo vivessero un’illusione. Penso piuttosto che fosse illusorio e finto caldo, quel vivere gli altri; che fosse artificioso e comunque bello, ma che partisse da un presupposto sbagliato, che è, appunto, l’ideologia: non si può star bene per ideali e fedi: al massimo ci si può immaginare di convivere con la verità e di vivere pienamente la realtà: ma è solo uno stato di euforia da condivisione, una sorta di inconscio collettivo auto indotto. Credo fossero felicemente illusi; così come lo sono quelli che trascendono la normalità attraverso riti collettivi.
La verità è fatica, disciplina. Eppure è semplice, e aspetta vi si giunga."
A quel punto incontriamo un altro comune amico.
Ci uniamo a lui e torniamo d’un tratto alla realtà illusoria della vita.
" vi vedo un po’ confusi, come veniste fuori da un tunnel e rivedeste la luce d’improvviso", ci dice.
" no, non preoccuparti; è che stavamo parlando di cose un po’ complicate e anche contraddittorie, come ogni faccenda complessa, intrinsecamente, è", dice lei.
" ti spiace se riporto questo confronto sul blog?", le chiedo.
" preferirei di no, a dire il vero. Comunque vedi tu. Anche perché sono sicura di aver fatti errori grammaticali, e che tu ti sei contraddetto più volte", dice.
" ok, allora non lo riporto sul blog. Anche se mi riservo di cambiare idea, se la cambio", le dico.
Insomma, il film ha un bel titolo. Anch’io teorizzo il lavoro lento, e in parte riesco, anche se spesso corro e mi scanno.
È documentario nostalgico, anche se vero film. Ed è rammarico speculare di ciò che non è, e non sarà più.
Da allora non avevo più percezione di movimenti significativi di massa, ma il bravo Mancassola mi ha appena incantato e contraddetto, attraverso le pagine di "the last love parade", nel quale racconta del movimento dei rave e dell’elettronica – sì, sto generalizzando, lo so, ma è questione di tempi - , che io, anche qui, per età e vocazione ad altra musica – sì, lo so, sono banale: io amavo e son cresciuto col rock – non ho vissuto se non come percezione, sordastra, di un qualcosa che c’è ma che non conosco perché non ho corpo e voglie, adatti.
Non so cos’ho detto con sto post. Non lo rileggo nemmeno, perché non voglio che le contraddizioni che contiene, siano "normalizzate e corrette".
Io sono una contraddizione e non mi preoccupo più che sia evidente.
Devo scrivere un post sul nome prakash, ma siccome sarebbe una specie di breve autobiografia, ci vuole tempo e voglia.
E non ci si preoccupi di D******: non è vero che le ho chiesto se potevo pubblicare il post e lei mi ha risposto di no.
Non è nemmeno vero che abbiam dette quelle parole.
La verità, del resto, è materia per persone serie.
Cristiano praksh dorigo