"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità . La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà . La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà . La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività . Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.
f krauspenhaar
GEMMA
anfiosso
ansa
beppe grillo
brizzi
carmilla
corriere
costituzione
costituzione europea
etimo.it
euronews
ferrucci
frieda
g genna
gino tasca
i tarocchi di osho
indiessolvenza
jacopo fo
kimota
krishnamurti
l''inchiostro di gloria
lorenzo galbiati pistorius
lucioangelini
mardin
maroccolo
mia hoffman
nazione indiana
osho
parole non stabili
primo amore
repubblica
rododentro
s maistrello
tashtego
toporififi
vibrisse
wikipedia
visitato *loading* volte
PNLEGGE 2005
Il sabato arriva con la tara di una settimana massacrante. Pesa di macerie e polvere metaforiche e scarsa allegria. Sul mio viso immagino una smorfia sgradevole: tipo faccina col sorriso all’ingiù.
Il treno parte alle tredici e trenta.
Parcheggio nervoso, e infatti lascio un po’ di vernice su un’altra auto; quindi cambio posto per non farmi scoprire. Poi mi pento, torno indietro e scrivo su un foglio che sono uno stronzo, che mi pento, che sono un blogger e che sono onesto; aggiungo, per provare quanto scritto, un numero di cellulare: quello dell’amico che viene a pnlegge con me.
Hi hi, ridacchio tra me per il bellissimo scherzo.
Suona il cellulare: il mio amico mi chiede se deve prendere anche il mio biglietto. Che bravo. Cancello con la penna il numero sul foglio che stavo per mettere sul tergi dell’auto con la mia vernice, e scrivo il primo che mi viene in mente.
Corro, sono in ritardo. Lo sono sempre. Sono un ritardo vivente.
Ci sono due sottopassi che congiungono Marghera a Mestre: uno per soli pedoni; uno misto pedoni – biciclette. Quello misto, su cui allungo i passi, puzza di piscio. Puzza in maniera inesorabile, irrespirabile: puzza del piscio della fauna notturna che abita la stazione e i suoi dintorni. Puzza di reni marce, visi sporchi, rutti che odorano d’alcool disperato.
Corro verso i binari, ansimo.
La tempia destra pulsa, fonte di dolore.
Ho mal di testa e correre respirando quest’aria, non può che acuirlo.
Ci sono, eccoci.
Si parte.
Scegliamo un posto che ci consenta di chiacchierare tranquillamente. Ci si accomoda per accorgerci subito che il sole, di fine settembre ma caldo fisso, ci investe in pieno, lì; per cui si cambia e ci si mette su un altro posto. Ci si accomoda e s’inizia subito a parlare.
Gli argomenti sono vari e il viaggio di un’ora, si comprime in viaggio di venti minuti.
La percezione temporale ha molte sfumature, e il tempo è una variabile umorale! Sono un fisico e un filosofo!
Abbiamo deciso di scrivere su dei fogli in cartoncino quel che siamo e quel che non siamo, convinti che questo ci consentirà di metterci in evidenza. La prima idea che ci era venuta era quella di scrivere: sul mio " ciao sono Giulio Mozzi"; sul suo: " ciao sono Mimmo Locasciullo". Ma poi ci siamo chiesti se valeva la pena citare Locasciullo, visto che lo conoscono in pochi. E anche se valesse la pena spacciarsi per Mozzi, visto che sapevamo che anche lui sarebbe stato a pnlegge. Abbiamo quindi optato per: "sono un fisico", io; "sono un filosofo", lui. Poi però ci sembrava generico e poco ambizioso. Abbiamo perciò aggiunto, entrambi, la dicitura "famoso". Anche così, però, ci sembrava poco. Abbiamo perciò aggiunto: " scrivi qui un’aforisma!".
Siamo scesi dal treno e abbiamo percorsa la strada che dalla stazione porta al centro: un duecento metri più o meno.
Avevamo sete e bisogno di una toilette.
Puntiamo su un bar e approfittiamo per chiedere info sui luoghi in cui si svolgevano gli incontri che avevamo deciso di vedere.
Il primo col filosofo Donà. Parlavano in una sala gremitissima di filosofia e scrittura. Il pezzetto che abbiamo ascoltato tirava fuori – ma va! – Nietzsche. Possiamo essere solo in divenire, mi pare d’aver capito così.
Mi ha colpito l’assoluta mancanza di imbarazzo nell’essere di fronte ad una platea di molte decine di persone. E io che ho appena persa un’occasione di leggere dei miei brani per una forma di pudore e consapevolezza. E poi tutti quei concetti così alti. Quel parlare di caos dell’esistente, di apparenza; quell’abilità di prendere le parole e costruirci sopra arti e mestieri. Non riuscirei mai, spero, ad affrontare platee così intrinsecamente specifiche.
Sì, è vero, tutto è caos e illusione. Ognuno di noi interpreta attraverso la sua esperienza e il suo vissuto la realtà; e tutto insieme, non fosse messo un po’ d’ordine, sarebbe una massa informe e gigante di pensieri ed energie che si sovrappongono e scontrano. Educhiamo, rendiamo addomesticato e condivisibile il centro di ogni essere umano, e facciamone qualcosa di addomesticabile; diamo un nome a tutto ciò, che so: identità, personalità, e rendiamola motivo di orgoglio; facciamo che il sistema di regole sia introiettato da tutti e che ci sono parametri condivisi in cui riconoscersi: caste, gerarchie, fedi. Ognuno troverà così una dimensione, se non del tutto personalizzata, almeno compatibile.
Eccoci, pronti a stare al mondo, a vivere, sperare, amare.
Mentre penso che non capisco quasi niente di quel che dicono e che però hanno un tono di voce convincente e suadente, mi sento battere sulla spalla destra.
Con l’alfabeto mimato ( A, N, D, I, A, M, O ?), mi chiede l’amico - che chiamerò Luca, non foss’altro perché è il suo nome - se andiamo. Sì, scatto una foto ricordo. A due metri da me c’è anche Ferrucci, scrittore- giornalista veneziano come me – veneziano come me, non fraintendiamo – ma non lo saluto, solito pudore derivante da: la mia cronica incapacità di fisionomista, per cui immagino che anche gli altri lo siano – spesso mi è capitato di non salutare persone che forse conoscevo; di essere salutato da persone che non conoscevo; di salutare io persone scambiandole per altre: un incubo, una sorta di demenza mnemonica - ; cui aggiungo una sorta di timidezza, che però è primaria derivazione di quanto appena detto.
Ci dirigiamo verso l’incontro con la Scalari, psicoterapeuta, e psico qua e psico là. Farà un incontro in cui parlerà dell’educazione dei figli. Organizzato per genitori ed educatori. Per me, appunto, che rivesto entrambi i ruoli.
Conosco anche lei, in quanto lavora per il comune di Venezia. Ma non slauto per i motivi cui sopra. Dice cose interessanti sulla forma, l’apparenza: il voler apparire anziché essere, appunto. Perché riduciamo i nostri figli a macchine efficienti funzionali alla produzione? Perché poi ci meravigliamo se diventano persone frustrate e tristi dentro, salvo invece ostentare una forma smagliante fuori?
Perché?
Anche qui perché, spiegati.
Si citano televisione e modelli di stupidità imperanti, playstation, idoli effimeri.
Penso al mio lavoro e concordo; penso a mia figlia e concordo.
Mia figlia alla sua età com’è? Curiosa e bella, cresciuta tranquillamente senza il concetto di Dio, tanta televisione, tante discussioni. "La libertà è una forma di disciplina", penso.
Penso che ho intenzionalmente lasciati molti spazi vuoti in zona "credenze e fedi", e che talvolta, la sua insicurezza mi fa male; eppure credo che senza l’esperienza diretta del dolore, si cresca monchi e che quando questo ci colpirà, sarà devastante.
Fa esperienza e impara, tesoro. E quando vuoi, ne parliamo. Firmato papà.
Ci alziamo anche da qui e a passi felpati lasciamo il tendone che ospita l’incontro. Passiamo in una pasticceria prima di raggiungere il prossimo interessante incontro.
Il pasticcere dev’essere napoletano e anche siciliano: in vetrina primeggiano paste come i babbbà, i cannnooli, le sfogliatelle. Noi scegliamo entrambi una pasta ultra farcita di panna. Luca riesce a mangiarla famelico ma con classe; io invece cospargo la mia bocca, financo il mento e il naso, di bianca e soffice panna - o crema chantilly? - . poi lui ne prende un’altra alla ricotta e io, pur sazio, lo imito. Alla fine, lui se le pappa entrambe con vorace leggiadria e io, invece, sono costretto a buttare la seconda nel cestino per stomacamento da eccesso di zuccheri.
Uso una decina di salviette per far ricomparire la parte inferiore del viso, paghiamo e usciamo. Lui sollevato s’accende una sigaretta, io lo seguo barcollando da overdose di dolci per i primi dieci passi. Ma poi recupero e mi sento di nuovo in forma.
Nel pezzo di strada che ci separa dal nuovo appuntamento, ci diciamo cosa dire se dovessimo incontrare qualche blogger. Sì, siamo venuti qui a curiosare; in verità ci piacciono i classici, anche se abbiamo un atteggiamento non prevenuto nei confronti dei contemporanei. Sì, in effetti Busi è sopra una spanna a tutti, ma guardiamo con interesse altri autori che, ci sembra, in questo periodo stiano emergendo. Nella blogsfera ci aggiriamo con cautela. In realtà siamo più concentrati sul teatro, che ci sembra ancora il miglior presupposto all’arte: sì, io curo li testi e lui la scenografia e le musiche.
Insomma, tutte balle. Utili, però, in caso di approcci estemporanei. L’utilità effimera del presunto futuro prossimo forse che sì, forse che no.
Nel bel cortile si parla di lavoro e scrittura. Ci sono Bajani e Dezio, moderati da un signore che mi pare di conoscere di vista, ma di cui non ricordo il nome.
L’argomento è molto interessante; si parla di scrittura come modalità per restituire una fotografia credibile dei tempi che si vivono. Purtroppo arriviamo che han già iniziato. Entrambi leggono brani del proprio libro; Bajani lo fa con sdegnata ironia; Dezio con rabbiosa tranquillità. Bajani è spassoso, Dezio più timido e intimorito. Si cita anche "pausa caffè", e si dice che Nove, che doveva anch’egli partecipare, non c’è e nessuno sa per quale ragione.
C’è una giustificata preoccupazione di fondo, nelle loro parole. Siamo in una fase storica di transizione: dal lavoro sicuro come mito, a quello precario a variabile come realtà. Tutti noi che abbiamo superati i trenta, io e Luca i quaranta, ma portati con giovanilistica eleganza, abbiamo ben presenti quelle parole e il significato/significante nella quotidiana, frustrante realtà. Personalmente fatico un po’ ad accettare quello status di schiavo-moderno cui loro, mi sembra, tendano a tendere, non foss’altro che il lavoro, smitizzato, è uno strumento utile al vivere, e non viceversa. C’è però una profonda verità nella fatica della precarietà. E tutto il sistema della società moderna sembra prodigarsi affinché, l’abito mentale del lavoratore moderno, superi quest’impasse con slancio.
Inculati e sorridenti. Vestiti di dolce e gabbana perfino sulle mutande, pagando a rate. Sempre abbronzati e allegri, che tanto il superenalotto e i quiz potrebbero cambiare la nostra vita in qualsiasi momento.
Tette e labbra finti, pettorali ipertrofici, depilazioni tinte di capelli.
E sotto, dentro, forse, c’è ancora qualcuno.
Torniamo verso la stazione.
Non abbiamo fatte le statue-artistiche con i cartelli dichiaranti la nostra famosa identità finta. Non ci siamo vantati di prestazioni artistiche con alcuna.
Il centro di pnlegge trabocca di gente.
Mi secca da morire perdere anche stavolta Clementi, eppur bisogna andare.
Ce ne torniamo tutto sommato felici. L’inconscio collettivo è ipercritico e iperintelligente, e noi l’abbiamo respirato, facendocene contagiare.
In sala d’aspetto di seconda classe parliamo della nostra vita, di come siamo a questo punto, a quarant’anni. Ne vien fuori di tutto. Disperazione e anche fiducia; consapevolezza e precarietà. Siamo imperfetti e condizionati, come tutti.
Eppure in me ancora mille progetti scalpitano ansiosi. E anche, però, un bisogno di silenzio. Mi scappa una frase, di una banalità e insieme verità, sconvolgenti: " non vorrei essere nessun altro che me stesso".
Saliamo in treno.
Vicino a noi tre ragazze con appresso sacchetti di libri targati pulegge. Parlano del più e del meno. Noi stiamo digerendo i discorsi di prima.
C’è del dolce in bocca, dopo aver sentito l’amaro di bilanci, finiti in parità, sulla contabilità della propria esistenza.
Produciamo un silenzio qualitativamente evidente. Quel silenzio che è comunicazione feconda, che non ha bisogno di parole, quanto piuttosto dell’onomatopea del non detto.
Le ragazze, a un certo punto, parlano dei fogli che si son ritrovati sotto il culo quando si son sedute. Due fogli con su scritto "sono un fisico famoso", e "sono un filosofo famoso", e in entrambi: "scrivi qui un’aforisma!". Su quello con scritto del fisico, c’era scritto, nello spazio aforismi, " conosci te stesso"; nell’altro, preceduto da un misurato scoppio di risa, " viva la figa".
Ci guardiamo e ridiamo anche noi. Prima piano, poi più forte, fino ad avere le lacrime agli occhi.
Così per almeno dieci minuti, lunghi dieci secondi, ma testimoniati dal tratto di strada percorso.
Dopo un po’, l’informale silenzio, viene interrotto da una telefonata al cellulare di Luca.
" sì, pronto"
"….."
" come scusi: ma chi è lei?"
"…………………………………………………………………"
" e le pare che se fossi stato io avrei prima scritto, per poi cancellarlo, il mio numero, e l’avrei lasciato sul suo tergicristallo, sperando magari che lei riuscisse comunque a leggerlo?"
"…………………………………………………………………………………………………"
"ok, senta, mi scusi, capisco il suo scoramento, ma: primo: non sono stato io; e aggiungo che mi pare evidente che si tratti di uno scherzo; secondo: oggi sono arrivato in stazione in bicicletta e poi sono andato fino a pnlegge in treno; per cui, fisicamente, non posso essere stato io a infilarle quel biglietto sul tergicristallo. E ora, mi scusi, ma sono stanco. Buona serata!"
Mi guarda. Dice: che imbecille.
Io rido, sempre più forte, sempre più, fino al parossismo, fino a coprire ogni dolore e sentimento e pensiero.
Sono solo il mio riso. Totalmente e solamente il mio riso.
Lui mi guarda; e anche le tre ragazze.
Dico: " scusate, mi è venuto in mente l’episodio dei fogli".
Faccio un’espressione d’imbarazzo e mi scuso ancora.
Arriviamo a Mestre. Le nostre strade si dividono. Io verso Marghera; Luca verso Mestre.
Cammino con calma, ripenso alla giornata.
I piedi mi fan male, ma i passi sono sicuri e agili.
Mentre salgo i gradini del sottopassaggio verso l’uscita, verso il buio ormai precoce delle otto di sera, penso che il prossimo anno, pnlegge merita un’altra visita.
Cristiano prakash dorigo
Sabato vado a pnlegge. Parto da mestre nel primo pomeriggio e raggiungo la bella rassegna che anche l’anno scorso ho visitata. Ci vado con un amico che asseconderà così le voglie bizzarre di un amico, e anche perché, mentendo clamorosamente, gli ho promessi incontri con un sacco di blogger-femmine. In realtà non ho organizzato alcun incontro e nemmeno ho punti di riferimento. L’anno scorso ho scoperto, in ritardo, di essere in compagnia, nella stessa occasione, di un sacco di altre blogger-amiche. Tanto per non far nomi: frieda, gloria, mardin, criscia - tanto per citarne alcune - . allora c’era un bell’incontro moderato da mozzi, con le presenze speciali di scarpa, lipperini, caliceti, mazzuccato – prima della polemica di quest’anno - , maistrello. Poi c’era anche la lettura di post di alcuni blogger, tra cui croscia, kimota, bpz, ecc – mi scuso ma non li ricordo tutti - . Ne avevo fatta una breve cronaca che qui ripropongo. Da qualche parte c’è una mia foto sulle cose del blog: se qualcuno riesce a vederla e m’incrocia, per cortesia, mi si presenti: farà la mia felicità e quella del mio amico. Cristiano prakash dorigo Pordenone legge chi scrive Domenica sono stato a Pordenone, a pnlegge. Ci sono andato con Aurora, mia figlia di sei anni e mezzo. Siam partiti da casa, preso l’autobus, percorso il sottopassaggio della stazione che congiunge Mestre a Marghera, fatto il biglietto, preso il treno al volo; per un soffio non partiva senza noi. All’andata fatichiamo ad intrattenerci vicendevolmente. Il primo pomeriggio infierisce su entrambi condizionando la piacevolezza dell’ora circa di viaggio che ci separa dall’evento. Entrambi, per ragioni diverse, siamo preoccupati che non sia il massimo, l’un per l’altra. Va ben, alla fine s’arriva, si sbrigano formalità quali pipì, gelato, caffè. Si prendono degli opuscoli, comprano un paio di libri ( "il mondo senza di me" di Mancassola, "Giulio coniglio va in città" di un autore ics). Gironzoliamo nel giardino dov’è ubicato il palco che ospiterà l’incontro. Vedo Giulio Mozzi, con la camicia e le bretelle che tengon su i jeans. Ha gli occhiali e chiacchiera. Con lui ho un rapporto strano; lo conosco ma non lo saluto mai. Lo amo e odio. Lo trovo tenero e sprezzante. Credo abbia un potere di cui non si rende pienamente conto. E io ho da sempre un rapporto compromesso col potere; anche adesso che sono grande, torno bambino. Non lo saluto anche perché non so se ricorda la mia voce, la faccia; forse perché anch’io sono un pessimo fisionomista. E comunque Au non mi consente di relazionare con alcuno; di domenica, papi, voglio la tuta totale attenzione, dice senza parlare. Insomma salgono sul palco i big. Lui, G., rivolge loro domande; loro rispondono. L’argomento è il diario e il diario in rete. Non mi metto a farne un riassunto anche perché immagino che lo farà qualcun altro che magari ha preso appunti. Però, al solito, e questo lo dico, mi colpisce Scarpa. Ho letto un paio di suoi libri e come autore non incontra in pieno il mio gusto. Ma come uomo-scrittore lo trovo davvero incredibile. Lui è uno che ce le mette davvero le mani nella merda e che affronta le tempeste ch’egli stesso provoca con il petto in fuori. E quando racconta del dolore dello scrivere, della tremenda asprezza della verità e di come pesano le conseguenze del dire quando si è liberi dal considerarle vincolanti. Quando parla la sua voce vibra perché viene dal profondo e ha le imperfezioni di chi rifiuta d’imparare come si spiega a comando il proprio punto di vista. Dice anche del compromesso intrinseco del blogger; del bisogno di vezzeggiativi e di visitine simpatiche vicendevoli perché s’ha bisogno Un artista vero. Leggerò kamikaze. Poi i bloggers. Leggono dei post. Li propongono con la timidezza di chi non è abituato a farsi vedere in pubblico. Sono come me, forse, penso. Io sono qui che racconto quel che ho visto e sentito, da casa. Dentro un contesto abituale, che conosco e che non fa paura come quegli occhi che guardavano chi è sopra un palco, con una distinzione netta tra le parti. Con i mugugni o le risate che fan rumore; non come i commenti che comunicano muti. E poi vado verso la stazione. Il sole e il caldo sfumano. La sera arriva precoce ormai. Col suo fresco non ancora cattivo. Saliamo in treno. Au conosce un’altra bambina e insieme mettono al bando il silenzio possibile del crepuscolo. S’aggregano altri due biondini. Tra genitori ci scambiamo qualche battuta per dirci che ci siamo e che osserviamo quel che le nostre creature fanno. Sì sì, ci siamo, vigili e accorti. Poi arriva una voce che dice che fuori, appesa a quel cielo scuro, la luna irrora di bellezza e grazia la nostra vita. Di tutti. E tutti guardiamo con gli occhi, per un solo istante, di bambini. Lei è grande, tonda e piena, lucente come sa e può essere se crede. E man mano che il tempo scorre e il treno scorre, lei cresce. Aumenta di volume e brillantezza, sembra muoversi verso noi, venirci incontro paciosa. La stessa vocina di prima ci dice che sotto non c’è più la strada. Che è distante. Effettivamente non si sente alcun rumore. L’inerzia delle ruote sulle rotaie ha cessato di esistere. Ce ne accorgiamo tutti, in sincrono. Ci avviciniamo tutti ai finestrini. Le luci della città e le ombre della campagna e i monti più in là, giacciono sotto di noi, come al solito. Non era la luna a muoversi; eravamo noi ad andarci verso. E nessuno ne ha dubitato. Omino con gli occhiali, capelli corti scuri, giacca blu. Bambina di sei anni e mezzo con in capelli ricci con la coda, pantaloni bianchi, occhi grandi e scuri e belli davvero.
Ieri il cardinal ruini diceva quel che è anticostituzionale, e quello che "loro", sono disposti a considerare accettabile, in riferimento al matrimonio e ai legami più in generale. Io non sono sposato e ho una figlia di sette anni e mezzo. Non mi sposo, né mai l’ho fatto, perché mi sembra più un atto burocratico che d’amore; nel senso che, sposarsi, non attesta né garantisce questo, e che non sposarsi lo escluda. Non sono stato chiaro: secondo me l’amore trascende l’aspetto formale e sociale; la fine dell’amore non può essere impedito da alcun paragrafo del codice civile. Pur non negando il suo valore storico, gli aspetti di speranza e di salvezza che incarna – nel senso che infonde sicurezze, che tali non sono – gli interessi e la tradizione che lo circondano, il gusto da rito d’iniziazione che conserva, nonostante tutto questo, che capisco e accetto, non lo sento necessario; per me, almeno. Insomma, la famiglia può considerarsi tale, solo se fondata sul matrimonio. Chissà se anche mia figlia la penserà così, e forse non apprezzerà le mie scelte. Si vedrà. Rischiando di apparire anticlericale, mi piacerebbe venisse spiegato come sia possibile che, persone che non si sposano per voto d’amore a Dio, possano insegnare ad altre persone in procinto di farlo, come farlo. Misteri della fede. Ieri sera a ballarò una signorina imprenditrice innamorata di berlusconi raccontava la sua esperienza di studentessa privilegiata, in riferimento al caro libri. Va ben, niente da dire. Poi però se ne viene fuori dicendo che le famiglie non sono obbligate a investire sulla casa ogni loro sforzo. Allora, mi dico: ok, sei ricca e privilegiata, niente da dire. Puoi parlare e essere utile se parli di cose che sai: ad esempio come si diventa ricchi e come si mantiene quello status; ma quando mi cadi in farneticazioni su come investire i soldi che non si hanno – mutuo casa – mi vien voglia di mandarti a fare in culo. E aggiungo che anche tu, parli di cose che non conosci. Non puoi sapere come ci si sente di fronte alla precarietà derivante dall’assenza di "cose" materiali: per prima la casa. Venerdi sera è stato annullato il reading. Le ragioni sono di ordine tecnico-assicurativo. Il comune, causa inettituidine di qualche impiegato, non ha provveduto a fornire il palco; l’organizzazione doveva perciò procurarne uno – cosa che ha fatto - , e avrebbe altresì dovuto sobbarcarsi la responsabilità, in caso di incidente, di riparare agli eventuali danni a cose e persone. In questi due giorni ho contattato il bravo attore con cui avevo lavorato nello spettacolo di cui parlavo tempo fa, ma non poteva per problemi di lavoro. Allora ne ho cercati altri, ma a tutt’oggi non ero riuscito a trovarne alcuno. Le ultime possibilità residue, erano: - trovarne uno all’ultimo momento, per culo - annullare la lettura - leggere io stesso
la prima è ipotesi in conoscibile, in quanto, alla fine, se ne fa niente la seconda era quella cui propendevo la terza era quella che avevo scartato, per non fare anch’io, come ruini e l’imprenditrice innamorata. Un po’ mi spiace. Ma è meglio così. Forse farò un corso d’attore, onde poter leggere io le mie cose. Forse proverò da autodidatta, avendo fatto, come tutti del resto, un corso di teatro anni fa. Forse rinuncerò e mi affiderò agli altri. Di certo, in quest’occasione, la peggior cosa, in ordine alla dignità dei miei scritti, e a quella degli attori, sarebbe stata leggere io stesso. Manco fossi un prete che pretende d’insegnare, oltre agli esercizi spirituali, come far felici le donne. Scherzo! Cristiano prakash dorigo
Ho riletta velocemente questa mia lettera scritta dopo l’emozione di aver vissuto la storia in diretta televisiva. Mi sono accorto di quanto, differenze e similitudini, siano entrambe scomparse o ancora vive, in forma però totalmente nuova.
Come chi guardasse una propria fotografia, anche recente, e vi riscontrasse tenerezza e imbarazzo.
Oggi, passati quattro anni, sono molto diverso da allora, pur essendo coerentemente me stesso; un me stesso che cambia di continuo, smussato dal vento e dalla pioggia e dal sole. La vita mi si offre con sempre grande generosità e impeto; sta a me saperne prendere parti più o meno grandi.
Non so se riesco a esprimere bene questo concetto; voglio dire: non che mi senta al centro di tutto, della storia, della vita; anzi, lo sono meno di quanto vorrei. E vorrei solo esprimere il bisogno, mio, ma credo sia universale e vero, di essere presenti a sé qualsiasi cosa accada. Quindi non è un discorso di ego smisurato, ma di coscienza; di essere quel che si è, sempre, a prescindere dagli avvenimenti.
Quattro anni fa sono stato colpito in pieno da eventi universali e privati.
E forse queste righe mi ricordano che lo sono stato, essendo capace di accoglierli.
Cristiano prakash dorigo
LE TORRI
Da quando è successo il disastro delle torri mi sentivo strano e come bloccato. Non riuscivo a tradurre uno strano sentimento strisciante di nervosismo e tensione immotivati. Appena saputo, come tutti, mi sono sentito confuso, triste, incapace di articolare pensieri sensati e coerenti; una croce a cui ero inchiodato le migliaia di morti e le loro famiglie.
Sangue che sgorga, corpi volanti, bruciati, doloranti, sepolti.
Ma di più; qualcosa di sfocato, sfuggente e torbido.
E allora ho lasciato che si muovesse, che facesse il suo lavoro dentro e che mi desse una risposta, se non chiara, almeno intuibile.
La sola cosa che ho capito è che riguarda la morte e la precarietà di ciò che in apparenza ci rassicura ma che è in realtà volatile. Ero a casa di mia madre che sta male, molto, con il mio pezzo di vita in equilibrio tra lutto e preoccupazioni. All’improvviso migliaia di vite andate davanti ai miei occhi tristi. Siamo piccoli, di passaggio; sfioriamo soltanto l’essenza della vita e ci preoccupiamo di cose inutili.
Ci sono pochi momenti che ci avvicinano alle verità più intense e vere; ora ho capito che val la pena di lasciar entrare tutto e farlo agire liberamente, tanto “ anche questo passerà”.
Ho deciso di lasciarmi andare al dolore qualora questo si presenti così come vorrei farlo con la gioia, l’amore e tutto quello che mi succede.
Sono stato sopraffatto dalla paura di farmi travolgere dall’immane insensatezza che alcuni esseri umani come me hanno compiuto. Ho cercato di razionalizzare l’odio e l’ignoranza che li hanno spinti. Ho tentato di sentirmi superiore a loro ma so di essere semplicemente più fortunato.
So che la fortuna non esiste ma solo il grado di responsabilità che ognuno è disposto ad accettare per sé e che questa determina i nostri destini.
In sostanza, ho capito che non riuscivo a mandar giù tutta intera la vicenda perché questo avrebbe ridicolizzato il mio mondo e le mie sicurezze, soprattutto quelle emotive.
Tutto cambia ora che tutti sappiamo che in qualsiasi momento la vita può finire ( palpiamo la sensazione).
Questo è un invito a valorizzare ogni momento della vita che ci rimane, avuta prova della sua nuova temporalità.
Lascio ad altri l’aspetto politico perché sapranno trattarlo meglio di me; preferisco quello esistenziale che ci accomuna tutti nell’immediatezza e urgenza.
Pagherò caro le migliaia di morti, esseri umani come me.
Pagherò cara la consapevolezza che in questo mondo, il mio, qualcuno odia così tanto.
Pagherò cara l’idea che anch’io ho contribuito a renderlo così inutile, diseguale, cinico.
Quando mi capitano periodi come questo, ho una sensazione di incapacità comunicativa che, appunto, fatico a spiegare.
Ma devo, almeno questa volta, fare uno sforzo. Devo in quanto il tempo, di recente, sta diventando prezioso e, come prospettiva, quantitativamente incerto.
Le parole, in periodi come questo, ci sono tutte; ma non sono composte, sono singole vocali o consonanti, che aspettano, inerti, di essere usate. Hai presenti quei fiori che ci sono sui campi; quelli irresistibili per ogni bambino, che una volta raccolti ci soffi sopra e loro si scompongono in tante piccole piume bianche che svolazzano leggere, e che il vento gentile sembra stia aspettando per portarle, con mosse delicate che sembrano danze, un po’ ovunque? Hai presente? È difficile immaginare un ordine preciso della loro rotta, e ancor più, pensare che si riuniranno in un altro luogo che non sia la loro precedente dimora: il fiore che abitavano.
Le mie parole adesso sono così, come soffiate e ricadute a casaccio.
Le ho, così come le emozioni e sensazioni, che però son forti e han bisogno – io ne ho bisogno – di riposare un poco, anche a costo di mettersi sulle difensive, per non stridere troppo col proseguire della vita.
Allora perché scrivere queste prime righe, forse penserai, per dirmi che non hai niente da dire; o meglio, ce l’hai, o ancor meglio, senti di aver qualcosa che, come un embrione, ancora non è?
Già, perché?
Perché volevo dirti che ho da dire, ma che dovrai pazientare ancora un po’ perché, per abitudine, quando le mie parole sono così sparse, di solito aspetto che si rimettano in sesto da sé.
Mettiamola così, se vuoi: considera che ti ho scritto, per avvisarti che presto ti scriverò.
Settembre da qualche anno è un mese difficile. Mi ritrovo in balia di una forma di iper sensibilità, per cui mi iper proteggo, per cui iper attacco. È come stare contro una tempesta di sabbia a occhi aperti; prima o poi li si chiude e ci si ripara con anche le mani e le braccia. Mi ritrovo in balia di reazioni, più che di azioni. Invece di costruire e rimodellare porzioni di vita possibile, subisco la violenza dell’insipida normalità, privata dei colori cui mi sono, viziosamente, abituato. La mattina è corpo teso di notte scura. Ho molte ragioni per essere sgomento, e parlo di quelle contingenti e private; quelle comuni a tutti, sarebbero già sufficienti a demolire equilibri sottili; quelle contingenti, un’aggiunta che stomaca. Sento muoversi l’inconscio – lo chiamo così giusto per capirci – anche se esso si muove di nascosto e in silenzio, all’interno di stanze segrete. Pensavo alla sgradevolezza di sentirsi vulnerabili, alla difficoltà di sentire fragilità e precarietà, compenetrare corpi e menti, esistenze intere, fino a frantumarne gli orizzonti, a far scadere e perdere il gusto intenso del vivere pienamente. Non sto passando dal mio sentire a quello generico di altri. Sto pensando piuttosto al privilegio di sapere di poter contare su di sé, sempre e comunque. E alla lezione di chi impara dalla sofferenza, a riconoscerla e a non confonderla con rapidi sbalzi umorali, o delusioni passeggere, o scoramenti momentanei. Sono totalmente preso dalla vita e rapito dal suo scorrere. Eppure, paradosso solo apparente, così, ne sono più dentro. Settembre da qualche anno è un mese difficile. Ricorre un triste anniversario. Ma vivendo totalmente il presente, quel passato, fonte di tristezza, è solo un presente ormai passato. Cristiano prakash dorigo
Questa giornata è una bella giornata e io devo pigliare quel che arriva con la grazia di chi non giudica, ma accoglie e sorride. Sembra oramai un mantra, questo. Ma perché non dovrei accettare i consigli del terapeuta: una formula salvifica è positività; ci metterà del tempo ma crescerà e lascerà un segno inciso nell’animo. Quest’altro consiglio non lo so accettare e alla mattina, appena alzata, mi prendo solo un caffè, nero e dolce, e fanculo. Dovrei passare ai cereali e alle fette biscottate integrali con la marmellata biologica e il tè verde. Dovrei ma non c’entra, cazzarola. Poi subito la sigaretta, tanto per far andar via quell’oppressione ai polmoni che schiaccia col vigore d’una pressa. La prima cicca è una delle cose belle della mia vita: tiro forte, tirate luuunghee, che occupano immediatamente tutte le distonie dei polmoni che si lamentano. E poi la pace, l’ansia che si placa e ridiscende dentro fino a diventare lontano ricordo che ogni tanto ricompare. Non è molto elegante, ma lo dico lo stesso, tanto mica va su un giornale rosa sta specie di diario a pezzi: la sigaretta me la fumo in bagno, mentre faccio i bisogni mattutini. E’ il vantaggio di abitare in campagna, con le case ancora grandi che hanno almeno tre bagni. E questo è solo mio. Mia madre e mia sorella ne hanno anche loro uno ciascuno, così ci posso fare quello che voglio qua dentro. Finalmente riconquisto la libertà dopo anni di sacrificio; mi sono tenuta dentro tutto, tutto soffocato là sotto, perfino a cagare ci andavo quando ero sicura che non c’era nessuno in casa; per paura di far rumori molesti, o puzza. Proprio pensieri da cesso mi vengono alla mattina, altro che bella giornata. C’è questa rabbia che esplode così senza preavviso e che mi regala pensieri che non vorrei pensare e mi fa dire, nel silenzio di questi, parole che mai vorrei udire da alcuno; specialmente me stessa. Ma poi passano; "è forse la tazza che evoca il piacere anale che ritorna con la sua semplicità, complicata ad arte dalla morale e dalla cultura occidentale". Ma che bei pensierini da convegno che mi vengono mentre me ne sto qua seduta, con sta cicca fumante tra le dita. Finito, via sotto la doccia. "sono un corpo umido d’acqua e vapore/sono nascosta dentro a questa nebbia/mi vedi e non mi vedi/ ci sono o forse no/sono solo un sogno/ che si rivela un poco/ per suscitare domande/ per scaturire risposte". C’è chi canta, in doccia; io no, m’immagino d’essere una che scrive canzoni e a seconda di chi me la commissiona, scelgo un particolare stile. E anche perché ho sempre freddo e questo comporre canzoni mi distrae dalla temperatura che mi penetra la pelle e arriva fino alle ossa e poi ancora oltre, a dare l’allarme alle interiora. Terminata la doccia inizia il supplizio: devo decidere cosa mettermi addosso; ed è una logorante guerra quotidiana, una di quelle cose che, in certe giornate mi spossano ancor prima d’uscire. Oggi non dovrei avere riunioni quindi una qualsiasi cosa dovrebbe andar bene a patto che sia almeno decente. Che poi lo so che non sono gli ometti che s’accorgono come mi vesto e se tutto è intonato, ma quelle mezze vacche delle mie colleghe; le regine del brusio, le star del chiacchiericcio. Va bene, decido per il blu, che tutti mi dicono mi stia bene e basta. Questi jeans mi stanno proprio bene, con quello che son costati, ci mancherebbe; poi son di moda e coordinati con i gemelli blu scuro sono a posto. Adoro sentire questa lana pregiata sulla pelle, passarci le mani sopra facendo finta di sistemarmi, ma in realtà soltanto per posarci le mie mani sopra e affondare sul morbido. Un trucco leggero e una spazzolata ai capelli che speriamo resistano fino a sabato che c’ho l’appuntamento dal parrucchiere. Prima di uscire devo dare un’occhiata all’agenda e fare il punto della situazione; l’altro giorno Gianluca e Susi m’hanno invitato al cinema con tutta la compagnia e io, come una scema, a dire sì, sì; con una faccia che si vedeva lontano un chilometro che non c’ho mai niente di bello da fare, solo impegni, e corsi, e palestra, e teatro, ecc. Il teatro, un posto e un tempo per provare emozioni vere, per farmi uscire da sta monotonia, da sto appiattimento cui assisto come fossi sempre a teatro; spettatrice al di qua del proscenio della mia vita: uno spettacolo scadente, con pochi applausi. E insomma quella sera che dovevo andare al cinema e poi, magari, a fare tutti insieme un bello strip poker: io che perdevo apposta e davanti a tutti, un pezzo alla volta, togliere con la finta calma pacchiana delle spogliarelliste, gli indumenti. E sentire che quelli che mi guardano si eccitano, gli si gonfiano i pantaloni. E le donnine gelose, perché sentono quest’elettricità che tutti investe. "La fortuna di essere femmina, di poter scegliere chi voglio quando ne ho voglia" "Ma la mia voglia ha una qualità diversa, e sorge solo se sono desiderata" "Non so come fate, ma quando volete, inducete il desiderio in noi maschi" "sono solo parole e pensieri tipicamente maschili. La realtà è molto più complicata e difficile" "la realtà è la rappresentazione che noi diamo della nostra soggettiva visione delle cose" "certo. Sono un po’ stanca, ti spiacerebbe riaccompagnarmi al parcheggio della pizzeria che prendo la macchina e torno a casa?" "veramente speravo riuscissimo a stare un po’ insieme stasera" "anch’io, ma non mi sento tanto bene. Scusa" Mentre raggiungo la macchina per andare al lavoro, penso che ormai ho superati i trenta, che i miei sogni stanno diventando materiale effimero fuori moda, che se non mi muovo non diventerò mai madre, che continuerò a vivere con mia sorella e mia madre, che il calore e l’amore di cui penso di aver bisogno li leggerò sui romanzi. E che non smetterò mai di fumare. Cristiano prakash dorigo
Il ventidue agosto ho compiuto quarantun anni. È stato un giorno ordinario, senza nulla di particolare, se non ché mi è stata regalata una macchina fotografica digitale carina: cinque mb, e altri ammennicoli tecnologici; un giusto compromesso tra qualità e prezzo, come siamo abituati ormai a volere, bravi cittadini come siamo, che pretendiamo diritti, disponibili a cedere, in cambio, ai doveri impostici dalla società. In bagno, alla mattina di quel giorno, mentre mi spalmavo la crema alla calendula prodotta in erboristeria, mi dicevo, tra me e me: " che bell’uomo sarei, se avessi bei denti". Dimostro meno anni di quelli che ho, e il fisico snello, assieme ai capelli per la maggior parte ancor neri, confortano questa dichiarazione. Ho lavorato e nessuno, in quell’ambiente, sa niente dell’ avvenimento. Di mio, del resto, taccio. Sono abituato a festeggiare tra pochi intimi: chi è nato in agosto mi può capire. Con l’andare del tempo, poi, non festeggio nemmeno più. Lo dichiaro tranquillamente: non m’importa niente di festeggiare il compleanno! Quel giorno, poi, è iniziato prestissimo, e con un avvenimento poco piacevole. Alla mattina alle sette e dieci ho preso l’autobus per accompagnare in ospedale una persona molto cara. È stato un approccio poco complimentoso con la vita in generale, nei confronti della quale, io in particolare, valgo come ogni altro, molto, e poco più che niente. Studiamo la storia, che ci insegna i grandi accadimenti e che ci dovrebbe altresì insegnare qualcosa cui non pensiamo mai: non le atrocità e gli abomini; quanto piuttosto che siamo scorregge volatili, e una volta morti, ma chi cazzo se ne frega di quel che abbiam fatto e detto. Morti siamo; scomparsi non si sa dove, probabilmente sotto terra, dove andiamo a fertilizzare l’humus sotterraneo del pianeta. La storia ci insegna che se non si vive pienamente, si è destinati a perdere l’occasione più importante e irripetibile. Insomma, ho lavorato, chiacchierato, che poi è il mio lavoro – devo chiacchierare e ascoltare con attenzione, tutto qua: se lo faccio, ho lavorato e vissuto bene; se no, l’ho fatto male - ; ho risposto al telefono agli auguri e, anche attraverso questo mezzo, ho ascoltato e parlato con attenzione – con lo stesso distinguo di prima tra bene e male – e ho camminato per Venezia con passo veloce, ma anche lento. Il grado di attenzione, direttamente proporzionale al grado di qualità intrinseca circa la comprensione di chi siamo – parlo di conoscenza interiore: del famoso "conosci te stesso" secolare – fa aumentare o diminuire, appunto, la qualità percettiva della realtà. Ma la realtà, si sa, è illusoria in quanto soggettiva. La realtà che percepisco io, è diversa dalla realtà che chiunque altro percepisce. Maggiore è l’attenzione, migliore è la percezione. Il genere di dialogo che ho avuto quel giorno è il seguente: su qualsiasi questione c’è un tale grado d’ansia, da anteporre, in maniera talmente drammatica da apparire quasi buffa, i problemi concernenti la questione stessa, trasfigurandone contenuti e contorni, sino a una deformazione totale. Le mie risposte, invece, rispetto a quelle domande ansiogene dai contorni indefiniti, le seguenti: capisco che hai un problema e vorrei capire meglio come affrontarlo. Direi che dovremmo iniziare a capirlo per poi, se è possibile, considerarlo, non nella sua interezza, ma magari individuandone i punti cruciali e provare a risolverli uno alla volta. L’esempio è molto banale, quanto ovvio. Se dobbiamo scalare una montagna molto alta, l’unico modo è farlo a tappe, calcolando quanto siamo in grado di camminare o scalare, facendo delle soste tra l’una e l’altra. Facile farlo con i problemi degli altri è il primo pensiero che mi verrebbe leggendo queste parole. È vero, è così; così com’è così, la soluzione. Se poi pensiamo che la maggior parte dei problemi sono proiezioni legate all’attività frenetica della mente che non riesce mai a placarsi; che il problema in sé, di solito, non esiste quanto a concretezza, ma solo in quanto idea; che di solito è molto banale e semplice nella sua costituzione originale, tutto il resto è spazzatura che noi ci attacchiamo sopra. Durante quella giornata mi è venuto in mente che forse avrei potuto prendere una giornata di ferie. Comunque le ore passavano, e neanche tanto male, devo confessare. Le mie giornate vanno, nel senso che scivolano senz’attrito. Qualsiasi cosa accada, penso, ha una sua ragione; se ci presto attenzione la scopro; se no, non me la so spiegare. Tuttavia esiste, lo fa presente, e se ne va. Un paio di giorni dopo ho saputo che è morto un signore che conoscevo attraverso il blog. Mi è dispiaciuto e non ho parole per spiegarne la ragione. Non lo conoscevo di persona, ma solo di parola. Si chiamava Gino Tasca. Stasera, passati alcuni giorni da allora, sono stanco e mi accorgo che questo post lo sto trascinando per le orecchie. Le parole mi escono a tratti senza che riesca a percepirne la direzione. Lo chiudo. E lascio che la direzione si manifesti con i suoi tempi. Cristiano prakash dorigo