"La verità è una terra senza sentieri". L'uomo non può raggiungerla attraverso nessuna organizzazione, credo, dogma, clero, o rituali, né attraverso lo studio filosofico, o le tecniche psicologiche. Deve trovarla attraverso lo specchio dei rapporti, attraverso il riconoscimento dei contenuti della propria mente e l'osservazione, e non mediante l'analisi intellettuale o la dissezione introspettiva. Gli uomini hanno costruito in se stessi le immagini della propria sicurezza, religiose, politiche e personali, che si esprimono come simboli idee e credenze. Il loro peso domina il pensiero, i rapporti, la vita quotidiana dell'uomo. Sono la causa dei nostri problemi, perché in qualunque rapporto dividono le persone. La nostra percezione è modellata dai concetti già formati nella mente. Il contenuto della nostra coscienza è la coscienza stessa, ed è comune a tutta l'umanità. La personalità consiste soltanto nel nome, nella forma e nella cultura ricavata dall'ambiente. La specificità dell'individuo non sta nei fattori superficiali, ma nella totale libertà dal contenuto della coscienza. La libertà non è una reazione, la libertà non è una scelta. E' una pretesa umana pensare che la possibilità di scelta sia libertà. La libertà è pura osservazione senza movente; la libertà non si situa alla fine dell'evoluzione umana, ma nel primo momento della sua esistenza. L'osservazione porta a scoprire la mancanza di libertà. La libertà risiede nella consapevolezza priva di scelta della vita quotidiana. Il pensiero è tempo. Il pensiero nasce dalle esperienze e dalle conoscenze, che sono inseparabili dal tempo. Il tempo è il nemico psicologico dell'uomo. Il nostro agire si basa sul conosciuto e quindi sul tempo, e così l'uomo è continuamente schiavo del passato. Diventando consapevoli del movimento della coscienza, possiamo osservare la divisione tra il pensatore e il pensiero, tra osservatore e osservato, tra il soggetto dell'esperienza e l'esperienza. Scopriremo che questa divisione è illusoria. Allora rimane la pura osservazione, che è intuizione senza residuo del passato. L'intuizione priva di tempo induce un profondo e radicale cambiamento nella mente. La negazione totale è l'essenza della positività. Dove c'è negazione di tutto ciò che non è amore (cioè desiderio e piacere), allora c'è amore, con la sua compassione e intelligenza.

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venerdì, 26 agosto 2005

Non so da dove cominciare.

Ho molte frasi, o soltanto parole, riunite nel disordine. Come immagine vedrei bene quella dei cicloni che imperversano sulle coste americane; lunghi coni affusolati, alti e stretti, che passano con violenza su tutto ciò che trovano nel loro percorso e sembrano succhiarle e portarle via con forza bruta, ma senza rabbia.

Di nuovo mi trovo a contatto con un pezzo di vita che sa di morte.

E anche con un dolore con cui mi devo rassegnare a vivere; che vigliaccamente non vorrei e che coraggiosamente, invece, affronterò. La vigliaccheria e il coraggio sono del resto condizioni indotte dalla situazione contingente, verso cui nulla posso, se non decidere se starmene ad affrontarle controvento, o se fuggire. E ormai, mi dico, e ci credo, ma lascio spazio anche a possibilità di tipo auto-illusorio, non fuggo più. Mai, se posso; anche se riesco a immaginare che, alla bisogna, potrei.

Da tempo non me la meno più e guardo dritto in faccia quel che mi piace e quello che no, di me stesso. Da tempo, molto ormai, da non temere più di dire cose che agli occhi degli altri potrebbero apparire retoriche, scontate, insincere. Degli altri m’importa molto in generale; nello specifico, nel timore del giudizio, poco.

Quindi, a proposito di frasi potenzialmente giudicabili, non rifuggo più dal pensiero, che è sempre più greve e appesantito da tare che la realtà, con le sue specifiche esigenze pratiche, non contiene.

Pensavo che vivere è talvolta una grande fatica.

L’altro giorno ho incrociato un anziano ricurvo – fuori asse piuttosto, direi – che avanzava con un andamento sbilenco, seppur dignitoso. Era il corpo a tradirlo, non la lucida consapevolezza che brillava nei suoi occhi, che sembravano comunicare la dignità, la pesantezza di chi ha vissuto tanto. E vivere tanto è vivere gioie e dolori.

Per mio conto, mi piacerebbe poter dire che è vivere tutto.

Io vivo tutto; sento tutto senza lasciar scappare niente.

Lo faccio in modo frammentario, come riesco.

Sono minimalista col microscopio e mi lascio compenetrare da quel che passa dalle mie parti. A tal punto che non so bene come vivono gli altri, sebbene talvolta mi sembra di cogliere dei frammenti verità altrui.

Sento pezzi di verità che spesso non hanno parole o forme, e che anche se le hanno, sono comunque incomunicabili.

Credo che questo abbia un prezzo, che pago.

Credo che a un certo punto si attraversino fasi che sono solidamente nuove, che perciò lasciano dietro sé quello che non è più.

E non so se questo sia coraggioso, ingenuo, sconveniente: so solo che è così.

Dicevo che non sapevo bene da dove cominciare, né tanto meno so, come concludere.

Però capitano momenti che scaturiscono parole che non hanno un senso compiuto; e che però bisogna dire o scrivere.

Correndo il rischio di sembrare incomprensibili.

Ma non sarà questo, che impedisce loro di essere dette o scritte.

Cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 06:28 | link | commenti (3)
meta diari

domenica, 21 agosto 2005

Campeggio d’agosto, come l’anno scorso. Abbiamo dovuto scegliere un campeggio vicino casa. Il problema principale: ci si sentirà in ferie lo stesso? E cosa vuol dire sentirsi in ferie? Alla prima magari risponderò a fine settimana; alla seconda, invece, butto giù qualche considerazione.

 

Sentirsi in ferie: le prime due giornate, notti comprese, sono state contrassegnate da freddo e pioggia; entrambi abbondanti.

 

I primi due giorni sono stati una prova di forza: la noia mortale di dover vivere costretti in uno spazio angusto e ristretto, ci ha contagiati e costretti a tirare fuori idee che ci mettessero al riparo dalla caduta verticale nel vittimismo. Abbiamo rimediato movendoci in macchina e affrontando le code di ferragosto. Un’idea scema, è vero.  Del resto, le idee scaturite dalla scemenza, abbondano e fluiscono ininterrotte, in me.

 

Ma vorrei raccontare di ieri sera. Siamo andati in uno dei bar interni al campeggio per vedere un film per bambini su schermo gigante.

 

C’è stato un attimo in cui il brusio multilingue – se ne parlano almeno sette qua dentro – è diventato non più confusione ma condivisione, e che tutti, nessuno escluso, erano amati profondamente, da me. Vorrei specificare meglio un fenomeno inspiegabile: per poco, un minuto non di più, e forse anche meno, ho amato in modo indistinto ogni essere umano che casualmente mi circondasse.

 

Mi ha colpito la semplicità e la complessità fuse assieme. E la paura della responsabilità di un simile sentimento, che mi appariva insopportabile per più di qualche istante. Subito dopo, infatti, ho sentiti risalire in assetto di guerra i meccanismi di difesa che di solito mi sostengono, manifestatisi, appunto, con un sentimento di incapacità; precisamente, sentivo che non sarei stato capace di sostenere quel che provavo. Sebbene lo provassi, lo potessi quasi toccare, ne vedessi la semplicità; al tempo stesso mi appariva troppo grande e pesante da sostenere.

 

Porca troia: un’esperienza mistica, un assaggio di universalità sconfinata dei sentimenti, e io me la faccio sotto; ne ho paura.

 

Però, pensavo poi, verso tardi, cosa ho imparato, cos’ho intravisto? A cos’è servito un insight di tale potenza? È servito, mi dicevo in un momento di solitudine feconda, a farmi vedere quanto sto in difesa e nascosto, di solito.  Sono morto, sentimentalmente frigido, quando non sono così. Credo di amare, ma invece sono infarcito di proiezioni su come si dovrebbe fare, ad amare.

 

Che qualità d’amore ho sentito, allora? Lo definirei, un amore senza condizioni, costrizioni, ragioni.

 

Poi, durante la stessa serata, sentivo passare la moltitudine di persone di ogni provenienza ed età, li sentivo ridere, discutere, parlottare, e sentivo, invece del solito fastidio un po’ snob, felicità: ero felice di quella felicità; leggera, circostanziata, circoscritta, condizionata, ma concreta.

 

Per me le ferie, quest’anno, hanno funzionato. Ho scoperto quanto sono lontano dalla verità grazie a un insight potente, percepito in un campeggio, tra la puzza di patatine fritte e wurstel.

 

E ho scoperto la scandalosa semplicità dell’amore.

 

 

 

 

 

Cristiano prakash dorigo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Postato da: swcpd a 17:54 | link | commenti (5)
meta diari

domenica, 14 agosto 2005

parole immaginarie che non raccontano cronache vere, ma possibili.

vado in campeggio per una settimana e non so se tornerò sul blog. in questi giorni avrò da scrivere; per lavoro e per diletto-bisogno. ormai scrivo cornache di tutto. un giorno, quando riuscirò, le attaccherò per farne un'unica storia senza trama.

 

 

Ci diciamo che va bene, che si tira avanti, senza sentire il peso dell’inerzia che una simile frase ha in sé; oppure fingendo di non vederla, o ancor peggio, di averla conglobata tra gli automatismi. Viviamo tanto meglio, quanto meglio funzionano i meccanismi di difesa. Eccoci, ridotti a difenderci dal nulla e dal tutto. E quel nulla e quel tutto siamo noi e gli altri.

Ci sono gli sconti in questi giorni. Camminando per strada sento una, molto bella per altro, che dichiara la propria soddisfazione in quanto ha trovato i pantaloni che le piacevano.

Allora quando mi chiami con una scusa, ho la sensazione che tu ti beva la mia voce e che riesca a obliare l’assenza attraverso il solo suono della voce. Ti sfami delle mie parole spogliandole dal senso e dal contesto. Potrei dire che sono in Nicaragua, o che sto prendendo a calci una pecora, che per te sarebbe la stessa identica cosa.

Sublimi l’assenza attraverso questo contatto che non presuppone il tocco, ma soltanto la vicinanza, seppur lontana, dell’incrocio delle nostre vite, distanti.

Fa caldo in questi giorni. Un caldo asfissiante e noioso che toglie le voglie, perfino d’amare. Passa vicino a me una ragazza che fuma nervosa. Ha il volto contrito, un percing sul labbro e i capezzoli in evidenza sotto la maglietta leggera. Calpesta una merda di cane. Si volta per vedere se qualcuno ha visto. Poi bestemmia sottovoce. E infine piange lacrime rabbiose e disperate.

Ho poco tempo per me stesso, penso e dico senza crederci davvero. Il tempo è mio e decido io se averne o se no. Il tempo non è mai troppo, o troppo poco. Il tempo è semplicemente a disposizione e la sua disponibilità non può essere messa in discussione se non per luoghi comuni e pensieri pigri. Piace dire che se ne ha poco, così quel poco, è così scarso, da non poter essere vissuto pienamente. Al massimo ci si sopravvive per recuperare il tempo speso inutilmente.

Se non si è produttivi, o vivi, è colpa degli altri. E l’alterità causa confusione e paura ancestrali. Ci si sente male a non rispondere all’appello della sveltezza e della forma in uso.

Incrocio una vecchia che cammina col bastone. È lenta e rallenta ancor più quando mi vede. I suoi occhi mi guardano, appena un po’, per essere sicura che la vedo. Il suo andamento e la sua pelle han bisogno di conferme e di senso. Che però non possono trovare in alcuno. Meno ancora in me.

Sono solo e stanco, eppure non è vero. Sono solo insoddisfatto, ma non è ancor vero. Voglio momenti di pace, di gioia, di senso e gusto pieni. Voglio in bocca, tra il palato e la lingua, quel gusto di vita che ora è insipido.

Viene avanti un ragazzo coi capelli rasta e gli occhiali da sole. Ha tra le dita una sigaretta fatta a mano. Tra le labbra un sorriso di chi ha le sue buone ragioni per ridersela. Gli leggo in faccia che si sente alternativo a qualcosa e all’opposto di qualcuno. Si sente in compagnia con tutti quelli che, giovani anch’essi, rasta anch’essi, si sentono alternativi a qualcosa-qualcuno. Se gli dicessi che passerà e che, se vorrà crescere, dovrà sentirsi davvero solo almeno una volta, senz’alibi e amici, mi soffierebbe il fumo della sigaretta in faccia. Così sorrido anch’io, alla vita; io che mi son sentito solo, ormai, molte volte.

…………………………

continua

cristiano prakash dorigo

Postato da: swcpd a 06:55 | link | commenti
cronache così

lunedì, 08 agosto 2005

 

 

C’è un certo sguardo maschile che parte dagli occhi e arriva ai ciglioni in linea retta, senza nemmeno bisogno di passare attraverso il cervello, se non per stimolare appena l’area della libido.

 

Tra lo sguardo e il formicolio genitale, una simultanea semplicità che risponde con impulsi, che pompa sangue, illanguidisce i sensi, tramortisce l’aggressività trasformandola in slanci calorosi verso un obiettivo immaginifico eppur concreto.

 

L’obiettivo di cui sopra, è caldo, accogliente, elastico. Secerne umori che favoriscono l’abbraccio ideale tra nature diverse, che rispondono a meccanismi superiori e che s’uniscono, appunto per istinto di sopravvivenza.

 

Ma in tutto questo ragionare, lo sguardo che fa il suo breve giro per direttissima, c’entra poco. Il meccanismo è azione-reazione; il resto sono elaborazioni che non si frappongono nel momento stesso in cui esso accade.

 

Lo sguardo maschile accade perché vi si risponde. Origina casualmente e poi, se contraccambiato, diventa espressione comunicativa.

 

 

 

C’è un qual certo sguardo femminile che parte dagli occhi, e da lì interessa ogni cellula delle viscere e dei muscoli, dell’intero organismo; talvolta dell’intero universo.

 

Di certo muove pensieri, flussi sanguigni, provoca caldo e freddo, bontà e rabbia, impulso e difesa, disponibilità e repulsione; e lo fa simultaneamente.

 

È massa enorme che trascina tutto con sé, travolgendolo.

 

Così ché i sogni diventano paura, e la paura, orgoglio.

 

Si divide comunque tra l’umore e il raziocinio, per un innato istinto di sopravvivenza, legato alla strategia; al suo piacere e alla sua necessità.

 

Sì, s’ha da procreare, ma da sempre, comunque vada, benevolo o malevolo che sia, il destino destina alla parte materna l’onere del prima, durante e dopo, dell’effetto pratico di un semplice sguardo.

 

Lo sguardo femminile accade per volontà, ed è raramente casuale.

 

La tara e l’implicita rassegnazione alla scelta, alla consapevolezza e alla paura di essere comunque il giudice occulto degli sviluppi pratici di uno sguardo, impone cautela e sviluppa la virtù della pazienza e della calma.

 

 

 

C’è un’intensità impalpabile e invisibile in uno sguardo, che unisce mondi o li divide. 

 

E ogni essere è un mondo, che aspetta di essere uno dei due sguardi.

 

 

 

 cristiano prakash dorigo

 

Postato da: swcpd a 15:36 | link | commenti
meta diari

mercoledì, 03 agosto 2005

Mentre parlavi ti guardavo, e mi dicevo, e lo comunicavo a te con gli occhi, ne son più che certo, che non serviva che mi raccontassi balle, che inventassi scuse, ché la realtà era là presente comunque, anche se tu la volevi nascondere e celare dietro parole ammonticchiate durante la notte insonne, a pensare a scuse campate in aria, regolarmente tradite dalla tua condanna a trasparire.

Perché ci spaventa la verità? pensavo.

Perché vogliamo sempre piacere! mi persuadevo che era questa la risposta, la verità.

E si fa di tutto per mascherare quest’ovvietà, che scoraggia la spontaneità dei gesti e delle parole, che soffoca ciò che siamo, in favore del piacere che potremmo dare, e perciò avere di ritorno.

Perché sei così, perché anch’io lo sono; perché lo siamo?

C’è una componente egoica nel piacere di piacere. Ma si sa, non invento nulla: piacere, è una condizione che va oltre il piacere. È un bisogno dettato dalla paura di non essere accettati per come si è; e tu, di questa paura, ne hai una paura indicibile. Allora monti, esageri, fai piroette fino a sfiorare il ridicolo.

Comunichi, senza dirlo: guardatemi, sono qui; vi prego, esisto.

Bambino cresciuto a dismisura, ciucci il biberon dell’attenzione degli altri.

Superbo è colui che crede di poter vivere senza il bisogno di essere pensato da alcuno.

Insomma eravamo là, uno di fronte all’altro e mi dovevo distrarre per non cadere nel cocente imbarazzo dell’imbarazzo.

Volevo dirti, taci! Abbracciarti e dirti che ti voglio bene anche senza bisogno di pensarti magnifico e produttivo.

Ascolta queste parole senza suono; non sono schiaffi, ma pesano come la verità che cerchi di allontanare e che, rivelata, al solito, farebbe meno paura di come l’abbiam pensata.

Arroghiamoci il diritto alla "qualunquità" – lo so che è una storpiatura, ma entrambi lo siamo – e dichiariamo il fallimento, in quanto incapaci di sopportarne il costo, della "famosità".

Insomma, alla fine, ti avrei detto che va bene così. Che valiamo quel poco che veniam pagati, e nulla più. Che si fatica in questo mondo, ma che non è obbligatorio: siamo grandi, abbiam scelto di stare al gioco, nessuno ci ha costretti; e la concorrenza nei confronti della genialità e della virtuosità, è partita persa già da un paio di decenni.

E non prendiamocela, poi, con chi invece cavalca la bestia. Non torniamo bambini, ti prego, che rivendicano piangendo l’altrui felicità in quanto noi non lo siamo.

A me, del resto, ti avrei detto se ne avessi avuto coraggio, basta vivere pienamente quel che vivo. Del resto, poco m’importa.

Ma anche stavolta è andata così.

Magari la prossima volta che ci incontriamo riuscirò a dirle, queste parole.

O forse no.

Vedremo.

Per ora, almeno, le ho scritte.

Cristiano dorigo prakash

Postato da: swcpd a 10:34 | link | commenti (4)
meta diari